“Montagne russe” di Assous: un misterioso girotondo emotivo

28 Marzo 2024

Una serata come le altre per il settantenne, conformista, tradizionalista, Pierre (Pietro Longhi), al bar, in cerca di compagnia femminile, mentre la moglie e il figlio sono in settimana bianca. Tra tanti volti trova il sorriso dell’appariscente Juliette dai capelli rossi (Edy Angelillo).

I due decidono di bere un ultimo bicchiere a casa di Pierre, ricca di quadri e foto di famiglia, alla cui vista la donna si mostra superficialmente indignata: simula la fuga svariate volte, ma nessun particolare dei perbenisti discorsi di Pierre sull’amore, le convenzioni e l’opportunistica fiducia, convince Juliette ad andarsene veramente.

 Fin da subito è chiaro che qualcosa la trattiene in quella casa, un dettaglio, una verità, che al pubblico sfugge e che la protagonista tenta di nascondere fino alla fine; un dettaglio legato all’identità di quella sconosciuta dai capelli rosso fuoco, la quale in un esilarante gioco di mistero e seduzione svela a una a una le carte di svariate personalità, ma nessuna sembra essere quella giusta.

Pierre viene travolto dall’enigma, si lascia trasportare fino alla cocente rivelazione del vero perché sia così attratto da quella donna.

Non è una storia d’amore quella narrata nell’opera di Eric Assous, Montagne russe, andata in scena al Teatro Nino Manfredi, con la regia di Enrico Maria Lamanna, bensì una storia di rivalsa ed espiazione; una pièce tragicomicamente divertente quanto commovente, cucita su chiari contorni di suspense e tensione sempre più vividi, in un climax emotivo ascendente e coinvolgente.

La rappresentazione si apre in media res, quando i protagonisti entrano in salone per il bicchiere della staffa; a poco a poco dialogo dopo dialogo veniamo a conoscenza dei particolari del loro incontro e delle loro vite. Entrambi all’inizio nascondono la loro vera indole, incarnando ancora attuali stereotipi che vedono l’uomo voler apparire potente, raffinato, ricco e indipendente, e la donna attraente, frivola, aperta ad accettare una notte di passione con il marito di un’altra. Una patina d’apparenze repentina al crollo e alla confessione di ogni fragilità.

Svelamento graduale che la regia di Lamanna conduce equilibratamente con l’abbraccio di tempi comici, luci, scenografia e sottofondo musicale affidato all’originale testo di Bungaro, Quanto ci siamo mancati, un abbraccio in cui Longhi e Angelillo si muovono con spontaneità, con la loro nota puntuale dizione e con una naturale verve attoriale, tale da rendere lo spettacolo scorrevole e piacevole su ogni linea narrativa leggera e profonda, cullando lo spettatore con serrate battute in queste emotive montagne russe.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Non perdere

Il tabù della maternità

«Quando i libri non ti lasciano in pace li porti