In un luogo, in un tempo indeterminati, una donna dai lunghi capelli, mal vestita e da chiari tratti psicotici visibilmente dovuti a traumi precedenti, ma non così lontani, mi smuove spasmodicamente parlando a un’estranea sé stessa, intrecciando spaccati di vita presente a ricordi passati; un passato non chiaro, la cui linearità è interrotta da repentine rimozioni per difendersi dal dolore.
A poco a poco, parola dopo parola, gesto dopo gesto, ogni tassello del puzzle torna al suo posto, tuttavia la storia che si delinea, di violenza famigliare, rimane oscura, ricca di ombre, ciò che è chiaro è la vivida sofferenza impressa sul volto della donna.
Questa è la storia dell’opera teatrale Baglady, di Frank McGuinness, portata in scena al Teatro Belli con la regia di Gabriele Furnari Falanga. Un monologo interpretato intensamente da Diletta Masetti, in occasione della rassegna Trend nuove frontiere della scena britannica ( XXIII edizione).
In un’atmosfera dipinta dal chiaroscuro del gioco di luci, la Masetti usa tutta la versatilità della sua voce e della sua mimica facciale e gestuale per far emergere il dolore della protagonista, con sé ha solo un carrellino, da quale di volta in volta, come i ricordi che a poco a poco tornano a galla, fa uscire precisi oggetti di scena, con i quali supporta la narrazione e la rende più vivida e vera.
Attraverso il suo assolo, emergono gli strascichi di uno stress post-traumatico e le cicatrici di una vita segnata da stupri e oppressioni psicologiche, che si mescolano a una riflessione profonda sulla violenza, sul dolore e sulla resilienza.
Il minimalismo scenografico è uno degli elementi di spicco della rappresentazione: pochi oggetti in scena, con il loro suono, creano un’atmosfera intima e opprimente che avvolge il pubblico e lo rendeno partecipe della disperazione della protagonista; scelte registiche che amplificano la potenza comunicativa del testo e rendono capace il pubblico di poter ricucire e ordinare le fila della storia, mantenendo alta la tensione per tutta la durata dello spettacolo, sebbene il sentimento di empatia non nasca immediato a causa della non linearità della narrazione e dal solo accenno di alcuni fatti cruciali, suggeriti ma non esplicitati.
Baglady coinvolge, mette in dubbio la capacità interpretativa dello spettatore, portato a chiedersi costantemente chi sia il carnefice della vicenda, il padre o il marito? È un invito alla riflessione sulla brutalità dell’uomo, sul confine di gabbia e famiglia, lasciando un senso di smarrimento e una maggiore consapevolezza della complessità della condizione umana.
