«Dev’esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto / Dove non soffriremo e tutto sarà giusto. / Non ridere, ti prego, di queste mie parole / Io sono solo un’ombra e tu, Rossana, il sole».
Era il 1996 quando Francesco Guccini cantava le gesta e il cuore di uno dei protagonisti più amati della letteratura ottocentesca, nato dalla penna di Edmond Rostand. E se il nostro poeta contemporaneo scelse proprio lui come portavoce dell’amore eterno e dell’invettiva contro la società e la classe politica, come si fa a con riconoscere la sua umana, affascinante e vulnerabile contemporaneità?
Un personaggio di cui ancora oggi si narrano le gesta, si cantano, si raccontano nei film e perché no, lo si rappresenta a teatro: Cyrano de Bergerac con la regia di Matteo Fasanella e la DarkSide LabTheatre Company, dopo il successo delle scorse stagioni è tornato in scena dal 13 al 17 novembre al Teatro Cometa off a Roma.
Ispirato alla figura storica di Savinien Cyrano de Bergerac, uno dei più estrosi scrittori del Seicento francese, Cyrano, cadetto di Guascogna, «gradassi e mentitor senza vergogna», è un uomo temerario, di scienza, di virtù e di poesia. Ma ogni uomo ha la sua debolezza, e se a colpi di fioretto e di lingua arguta riesce e ferire chiunque provi ad ostacolarlo, ha un solo nemico che non può vincere. Sé stesso, o meglio, la sua immagine, quell’estetica grottesca e deformata tanto sofferta. Un naso troppo grande e troppo lungo, colpevole di negargli l’amore dalla cugina Rossana.
Perché sebbene si dica che l’amore sia cieco, Rossana ha ormai posato gli occhi sul giovane cadetto Cristiano de Neuvilette. Pieno di nobili doti, come la bellezza, il coraggio e la lealtà, quanto sprovvisto di quelle fini capacità che lo aiuterebbero a corteggiare la dama con la poesia e la paziente delicatezza desiderate.
Sarà Cyrano ad aiutare il suo rivale, diventato poi amico. Se all’inizio il tentativo di insegnargli i rudimenti di quelle dolci schermaglie verbali risulterà vano, finirà per suggerirgli le dediche nascosto sotto il balcone della dama, e complice l’oscura notte, prenderà direttamente il suo posto per decantare il suo sentimento.
Ha così inizio il meccanismo complesso che muove tutti gli ingranaggi di questa opera immensa, dove ironia e tragedia si dilettano in una danza armoniosa, senza che l’una pesti mai i piedi all’altra. In questo duetto si lascia coinvolgere Matteo Fasanella, che porta in scena i diversi volti di un uomo, ombra di sé stesso e dei suoi sentimenti, dilaniato da emozioni contrastanti: dove il senso del dovere, la virtù e il giudizio si scontrano con la passione, il desiderio, l’amicizia e l’amore.
Appena si spengono le luci in sala, nel buio caliginoso, osserviamo Cyrano arrancare incappucciato in un manto funebre, mentre delle figure nere gli orbitano intorno come belve affamate pronte e divorare la carne della preda ferita.
Fiere affamate di vita, di violenza, di coraggio e di amore. Un lavoro corale dove ogni personaggio in relazione a Cyrano, mette in scena le diverse controverse sfaccettature dell’essere umano. Se Alessio Giusto interpreta il lato più spavaldo e scanzonato di Cristiano, alla fine mostra tutta la sua fragilità di fronte all’incapacità di dichiarare il suo amore e nello scoprire la vera natura del sentimento del suo mentore. Perché nel momento in cui Cyrano sfida anche il fuoco nemico per inviare le “sue” lettere a Rossana, tradisce sé stesso e il suo segreto.
Ed è in questo momento che scopriamo tutta la sua vulnerabilità, forse finalmente consapevole del fatto che la donna non ama lui, ma il vero autore delle missive. Insomma Rossana ama Cyrano o il suo pensiero, il suo animo, ma questo Cristiano non lo saprà mai, perché in battaglia troverà la morte.
Al contrario, se all’inizio Virna Zorzan racconta tutta la tenacia di una donna desiderosa di amore e di vita, attratta dall’effimera bellezza estetica, alla fine, mostra tutta la sua vergogna, in una nuova consapevolezza, colpevole di non aver capito prima la bellezza di Cyrano. Infine, se nel ruolo del conte De Guiche, Lorenzo Martinelli, grazie al connubio tra tonalità e mimiche caricaturali, incarna tutta la forza prepotente dell’autorità, Nicolò Berti, nel ruolo di Le Bret, quella leale della ragione e dell’amicizia.
Sebbene la scelta di portare in scena testi così rinomati, spesso possa sembrare abbastanza rischiosa, questo lavoro sfrutta tutti gli stratagemmi che il teatro offre per mettere in scena le diverse essenze di un’opera: il testo, sebbene in alcuni punti avrebbe meritato maggior respiro, viene restituito nel suo significato più completo; la scenografia risulta semplice, ma incisiva; la scelta musicale minuziosa.
Difatti, Maurizio Marchini predilige una scenografia fatta di pochi elementi, in grado di offrire allo spettatore una visione completa delle situazioni, degli ambienti e delle emozioni vissute dei protagonisti. Grazie ad un astuto gioco di luci, le ombre degli attori vengono proiettate su un telo bianco del fondale creando l’aspettativa di momenti ed eventi lontani nel tempo e nello spazio. Da scene più commoventi, come il matrimonio tra i due giovani, a quelli più epici, dove il galoppo dei cavalli, le grida e il frastuono dei cannoni lasciano immaginare verdi campagne contaminate dall’orrore della guerra.
In egual modo, un semplice tavolino pieno di carte basta per raccontare gli ambienti di Cyrano, delle sue “battaglie” a colpi di penna con il commediografo Molière, a quelle a colpi di fioretto contro chi osa provocarlo. Sul lato opposto del palco invece, un albero dai fiori bianchi cresce sotto il balcone di Rossana. Di un candore virginale come la purezza del suo animo, talvolta forzato dall’impeto ardente di Cristiano.
L’arbusto rigoglioso congiunge la purezza di Rossana, alla passione, diversa, ma in egual modo sincera, di Cristiano e Cyrano. Rappresenta l’unione tra il cielo e la terra, tra lo spirito e il sangue, tra la vita e la morte. Perché se tra le sue fronde le parole di Cyrano trovano rifugio, come semi di un amore pronto a sbocciare, sulle sue radici il romantico guascone, rimasto vittima di una vile imboscata, troverà la morte.
Finalmente tra le braccia della sua Rossana, sceglie di rivelare tutto. Libero da quel segreto mai confessato, libero dal peso portato nel cuore, finalmente, libero di amare. Decide così, di lasciare questo mondo per cercare qualcosa di nuovo, di più alto, di più celestiale. Immaginando il suo epitaffio, invoca lei, una cara amica, la luna, per il suo ultimo saluto: «Astronomo, filosofo eccellente, / Musico, spadaccino, rimatore, / del ciel viaggiatore, / gran maestro di tic tac, / amante – non per sé – molto eloquente / qui risposa Cyrano Ercole Saviniano Signor di Bergerac, / che in vita sua fu tutto e non fu niente!».
