di E. Metalli
“La musica è la cosa che più assomiglia a un’idea pura.” afferma Tiziano Scarpa, in coda al suo Stabat Mater. E Tindaro Granata non solo lo ha capito, ma lo ha realizzato attraverso lo spettacolo “Vorrei una voce” portato in scena al Teatro Sala Umberto di Roma.
Musica, per lui, è un’idea che contiene al suo interno molte idee – forme pure anch’esse – dal concetto di libertà a quello di giudizio, perfino su se stessi. Dalla ricerca di femminilità, qualsiasi sia il punto di inizio e quello di arrivo (tutto quello che c’è nel mezzo, direbbe Jo Clifford, perché anche la femminilità è, di per sé, un’idea pura), fino al recupero e al superamento dei propri limiti sociali, oltreché personali.

Non si tratta soltanto di prendere della musica e inserirla all’interno di una drammaturgia preesistente o ideata ad hoc, bensì di dare forma a un pensiero, renderlo dinamico, farne una storia, frutto di molte storie che si intersecano a livelli e profondità differenti, plasmarlo in strutture sceniche e presentarlo davanti a un pubblico.
Fin qui, nulla che non sia già stato sperimentato, sembrerebbe.
Eppure l’eccezionalità di questo progetto, caratteristica che potremmo estendere allo stesso autore-attore-drammaturgo-persona che lo incarna e che ha inanellato una serie di progetti e spettacoli degni di nota, è la scelta del punto di partenza e l’utilizzo di questo “diaframma” per la costruzione di ogni elemento che compone lo spettacolo.

Così, principiando proprio da un’idea (la musica di Mina, nello specifico, e di un particolare momento della sua carriera: il suo ultimo concerto pubblico) e inserendola all’interno di un “filtro” interpretativo, quasi un imbuto o un caleidoscopio, si armonizzano le vicende personali del protagonista intersecate a quelle di un progetto teatrale e alle vite stesse di un gruppo di detenute-attrici del teatro Piccolo Shakespeare all’interno della Casa Circondariale di Messina.
Il suono – registrato – di Mina si fa gesto, pensiero, parola, esecuzione magistrale di una partitura umana per mezzo dello “strumento” Tindaro Granata che, come un’orchestra, accosta di volta in volta canti (e cunti) diversi, passaggi rapidi e melodie distese, ironia e dramma, condensati nelle onde sonore – ma anche nel corpo e nella essenzialità delle linee scintillanti degli abiti – e poi nelle atmosfere luminose che di quelle onde sono continuità.
Senza mai dimenticare che l’idea a sostegno di tutto è la musica: con i suoi linguaggi e le sue regole, i suoi tempi e le sue dinamiche, di cui persino i silenzi e le assenze sono parte essenziale. E oltre la musica, propaggine misterica e misteriosa, il sogno, inteso come mezzo e come luogo. Ancor più: la sua necessità per ogni persona. Smettere di sognare, allora, è come smettere di cantare.

Le voci delle donne si intrecciano come in una fuga di Bach, gli episodi si sovrappongono come in una partitura sperimentale del Novecento, stridono a volte, virano improvvisamente, ma alle orecchie del pubblico arriva un mix di pop music e brani d’autore, attraverso un lip-sync musicale che è, di fatto, drammaturgia. Granata, infatti, si trasforma in lip-sync dei pensieri altrui, dei sentimenti, delle aspettative, delle paure, dei desideri più intimi e nascosti, come un canto di sirena che è difficile ignorare, impossibile non seguire. Proprio come le detenute-attrici impiegano il lip-sync per raccontarsi e, a volte, ritrovarsi. O meglio, riconoscersi, tra loro o nello specchio che l’altra rappresenta.
Ma la scelta di un’icona come Mina, isolata in occasione di quest’ultimo concerto, nasconde anche altri significati. L’intenzione di incarnarsi in un mito – musicale, umano, sociale e quant’altro – e nello stesso tempo il ritrovamento di un periodo della vita (la giovinezza, e tutto quel che c’è nel mezzo), il cui approccio spensierato libera dai vincoli della realtà presente attraverso un lip-sync catartico: teatrale? O semplicemente analitico? Necessario, questo sì. Atteggiamento che, spesso, gli anni o le vicende biografiche cancellano o nullificano.

Il parallelismo fra la “reclusione” dell’artista e quella tangibile delle donne, prima, e immateriale, creativa dello stesso Granata, poi, è un ulteriore tassello di questa intricata partitura emotiva. Sottolinea l’interruzione di un dialogo che può essere ritrovato e, in qualche modo, completato. Anche a distanza di anni, anche in luoghi lontani.
Infine la scelta di dare voce a chi la vorrebbe, perché non la possiede più o magari non l’ha mai avuta, scoperta, manifestata, sembra quasi una conferma di tutte le speculazioni precedenti. Voce cantata o parlata non importa, perché sempre di suono si tratta e, quindi, di idea pura. “Vorrei una voce” comprende perfettamente la centralità di un desiderio che è musicale, ma anche umano. Privato, ma civile allo stesso tempo. Divertente, eppure drammatico.

Esistono due categorie ampie di parole, ci indica Leopardi: i termini (specifici), e le parole (generiche, vaghe e per questo più capienti). Queste, secondo lui, sono più poetiche. E Tindaro Granata riesce a levigare le parole – sue, delle donne-detenute-attrici, di Mina stessa – per accoglierci in un “canzoniere” umano che, proprio come i brani immortali, difficilmente si può dimenticare.

Post scriptum: questo breve articolo si concentra sulla musica e sul rapporto con la drammaturgia, attraverso il lavoro di Tindaro Granata, protagonista alla stregua di un cuntista della tradizione orale. Tuttavia, per doverosa completezza, non si può non sottolineare la presenza necessaria di un cast artistico e tecnico che ha permesso la realizzazione di tutto questo. In particolare, ma solo perché completano con il senso della vista quello che arriva attraverso l’ascolto, l’efficace e dettagliato disegno luci di Luigi Biondi e gli sfavillanti eppur semplici costumi di Aurora Damanti.





Teatro Sala Umberto
Vorrei una voce
di e con
Tindaro Granata
con le canzoni di
Mina
ispirato dall’incontro con
le detenute-attrici del teatro Piccolo Shakespeare all’interno della Casa Circondariale di Messina nell’ambito del progetto Il Teatro per Sognare di D’aRteventi diretto da Daniela Ursino
disegno luci
Luigi Biondi
costumi
Aurora Damanti
regista assistente
Alessandro Bandini
amministratrice di compagnia e distribuzione
Paola Binetti
tecnica di compagnia
Roberta Faiolo
produzione
