Lavia e Lear: un binomio classico che fa riflettere.

7 Gennaio 2025

È stato in scena dal 26 novembre al 22 dicembre, al Teatro Argentina di Roma, lo spettacolo “Re Lear” di William Shakespeare, diretto ed interpretato, tra i molti altri, da Gabriele Lavia.

Si sa che la drammaturgia in oggetto è tragedia tra le più complicate da portare in scena data la sua natura inquieta, magmatica e di impossibile inquadramento definitivo e quindi ci si chiedeva come un Maestro quale Lavia è, avrebbe provato a risolvere tale infinito materiale umano e teatrale, teatrale e umano, nell’operazione di “riduzione scenica” che ciascuna rappresentazione impone; e la risposta, almeno agli occhi dello scrivente, arriva abbastanza velocemente dall’inizio della “giostra” che prevede, da programma di sala, una non sorprendente durata di 210′ comprensivi di intervallo.

E arriva offrendo allo spettatore il solito, riconoscibilissimo, marchio di fabbrica che il capocomico di origini siciliane e natali milanesi porge da ormai 60 anni e più al suo affezionato pubblico che, di fatto, raccoglie molto più di una generazione: il marchio di fabbrica che prende forma nell’utilizzo cristallino, immoto e certo della parola in quanto tale, materiale fisico che si scolpisce nelle molecole di ossigeno intorno a noi a dare sostanza a concetti che si radicano nelle anime dei partecipanti all’assemblea pubblica che il Teatro rappresenta e che non paiono voler essere soggette ad ulteriori discussioni oltre quelle che hanno vidimato i significati che colui che le ha originariamente vergate ha verosimilmente stabilito.

– perdonerete quel “verosimilmente” che mette in dubbio il concetto di certezza che gli altri lemmi, invece, vogliono suggerire a proposito di questo spettacolo –

Di questo allestimento, allo stesso tempo grandioso e fermo, si potrebbe dire molto più o nient’altro a seconda di quanto si ritenga condivisibile tale filosofia di vita e condivisione, ma essendo stati immensamente colpiti, di nuovo ed eppure sempre sorprendentemente, dalla forza senza crepe degli interpreti che il regista pare aver guidato al millimetro, dallo stesso protagonista che sublima tale concetto di eternità narrativa e dall’intera macchina che fa riaffiorare alla mente, in ogni suo singolo componente – luci, scene, costumi – vecchie operazione algebriche di fanciullesca memoria e di rassicurante e sempre identico risultato, si preferisce concludere con un interrogativo non retorico gravido della volontà di generare un sano dibattito: vi è o vi dovrebbe essere vita – e quale eventualmente – per il repertorio nelle sale dei Teatri pubblici?

Agli interessati l’ardua sentenza.

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