
È andato in scena dal 2 al 6 gennaio, presso il Teatro Vascello di Roma lo spettacolo “Luz de Luna”.
In questo inizio di 2025 ci sono stati ben 5 giorni utili – e mi auguro ce ne saranno molti altri nell’arco dei prossimi mesi – durante i quali ci si sarebbe potuti regalare un’esperienza teatrale che più che anomala vorrei poter definire “diversa”.
E diversa perché, inevitabilmente, quando il Circo incontra il Teatro e il Teatro accoglie il Circo si può veramente andare verso una tipologia di messa in scena in grado accarezzare le anime dei grandi e dei piccini; anime come quelle degli spettatori accorsi ad assistere ad un lavoro come “Luz de Luna” che il Teatro Vascello di Roma ha ospitato in questi primi giorni del 2025 fino al 6 gennaio, giorno di celebrazione de l’Epifania.
Fabiana Ruiz Diaz autrice ed interprete, sotto la regia di Michelangelo Campanale, dello spettacolo di cui sopra, regala circa 60′ di sospensione della realtà – e lo si scrive nonostante tutto quello in cui la performer si prodiga sia estremamente concreto e pregnante – attraverso il racconto leggiadro, quasi etereo, della dimensione onirica di una giovane donna – una giovane donna che sembra quasi una bambina – che si mette al rifugio dalle intemperie atmosferiche e financo energetiche di un mondo difficile “rinchiudendosi” nello spazio scenografico di una cameretta che accoglie desideri, speranze e visioni di un’anima pura che sa volare e sa far volare anche gli attenti osservatori delle sue gesta.
“Luz de Luna”, produzione de “Circo Il Grito” – compagnia fondata dalla stessa Ruiz Diaz e dall’italiano Giacomo Costantini – in collaborazione con “FESTIVAL OPS – di Fondazione Musica Per Roma” e “SIC / Stabile di Innovazione Circense”, risulta essere un lungo, magico, evocativo percorso di affrancazione dalla brutture di un mondo che pare volerci costantemente trattenere con i piedi per terra quando, invece, la più pura e profonda natura dell’essere umano può tranquillamente essere rappresentata dal suo ineludibile desiderio di librarsi leggero in aria in una completa connessione con gli altri esseri viventi – non sarà infatti casuale la presenza allo stesso tempo immaginifica e materiale di alcune figure antropomorfe che accompagnano il cammino della nostra in scena – che, almeno in questo caso, non paiono aspettare altro che l’abbraccio con queste creature bipedi che migliaia di anni fa hanno preso il comando della Terra dimenticandosi forse che la loro funzione di guida non doveva e non dovrebbe essere intaccata da alcun elemento di prevaricazione.
Fabiana Ruiz Diaz, in questo spazio scenico da lei stessa e da Campanale disegnato, sotto le bellissime luci di una Tea Primiterra in grado di illuminare di speranza la notte impervia del racconto, lotta contro le paure più nascoste che l’esistenza le propina e lo fa con la più efficace delle armi e ossia quel candore che le consente di ampliare la dimensione fisica ed emotiva del suo cuore rendendo tutto più grande.
Dallo spazio scenico, che si espande dalla piccola cameretta all’intero palcoscenico nudo del Teatro ospitante, al feeling sincero che ciascun presente, dal più piccolo al più grande, prova verso questa nostra simile che con la grazia del suo talento acrobatico, fisico ed emotivo salva ciascuno di noi dalle proprie bassezze terrestri.
Insomma un lavoro dal quale lasciarsi travolgere abbassando ogni precostituita difesa e alzando il livello di ascolto e la predisposizione all’accoglienza dell’altro da noi, sapendo che e l’una e l’altra operazione potrebbero regalare un intenso, duraturo momento di serenità.
Con Gennaro Lauro.
Macchinisti indispensabili Michele Petini e Maxime Morera.
