«Le colpe dei padri ricadranno sui figli» qualcuno diceva. O meglio, se nella Bibbia è scritto per ben tre volte – nell’Esodo, nel Leviatano e in Isaia -, perché stupirci di leggerlo su un foglio di carta appeso ad una molletta, in una casa dove non esistono il perdono e l’indulgenza.
Quel senso di colpa atavico, che colpisce e ferisce i figli schiacciati sotto il peso dei peccati e degli errori commessi dai propri padri. Ma le madri? E Le figlie?
Anche loro hanno un posto nella storia, nel mondo, o perché no, in una casa piena di dolorosi ricordi. Così ci racconta UNA CULLA SBAGLIATA, scritto e diretto da Ottavia Bianchi, insieme alla direzione di Giorgio Latini, che ha debuttato dal 10 al 12 gennaio all’Altrove Teatro Studio di Roma.
Liberamente tratto dal best seller, Perché essere felice quando puoi essere normale? (2012) della scrittrice britannica Jeanette Winterson, in parte autobiografico, lo spettacolo narra la storia di una vita difficile, quella di Jeanette, insieme a una madre adottiva dal fervente fanatismo religioso, e della sua sofferta, ma necessaria rinascita.
Sola, nella casa della madre ormai defunta, Jeanette (Loredana Piedimonte) aspetta l’arrivo dell’agente immobiliare per vendere finalmente quel luogo pieno di oggetti inutili e ricordi terribili. Liberandosi della casa, spera finalmente di liberarsi di lei. Sua madre. Una presenza oscura e opprimente che ancora oggi, ormai adulta, l’angoscia e la tormenta come un incubo senza fine.
Ed è proprio lì, che noi spettatori insieme a lei scivoliamo. L’arrivo inaspettato di una giornalista (Ottavia Bianchi), desiderosa di conoscere la storia della scrittrice tanto amata, fonte di ispirazione, la farà cadere in un sogno profondissimo, un inconscio primordiale e delirante, dove passato e presente si incontrano, dove il reale si confonde con l’immaginazione e i ricordi bruciano di una fiamma viva.
L’intervista sarà l’occasione per dialogare con il suo passato, con il presente e con sé stessa. Il suo animo e la sua psiche fragile la condurranno ai momenti più dolorosi della sua infanzia e dell’adolescenza, in un gioco delle parti mistico tra il grottesco e il surreale, in uno specchio deformante oltre il quale Jeanette non sa più cosa trovare.
Così, se Loredana Piedimonte si diletta a interpretare prima la donna stoica e matura, poi la bambina dalla voce chiara, il corpo teso e attento come quello di un soldato ligio nell’eseguire gli ordini, fino alla Jeanette adolescente, amante della poesia, consapevole, stufa di vivere soffocata in una vita che non le appartiene; Ottavia Bianchi sorprende nel trasformare la dolce giornalista nella crudele madre adottiva.
La voce profonda e gutturale, il corpo lento, inarcato in avanti; una strega arcigna e severa che in questa fiaba non distribuisce dolcetti, leccornie e mele avvelenate, ma impartisce lezioni sulla Bibbia e sui dogmi religiosi. Una “madre” che racconta alla propria figlia un mondo in cui la letteratura e la poesia sono insidie del Diavolo, dove al posto di Babbo Natale ci sono i quattro Cavalieri dell’Apocalisse e dove Jane Eyre non sposa davvero Mr. Rochester perché le brave ragazze non si innamorano degli uomini sposati.
Tutta la profondità e l’ironia delle immagini e dei ricordi del romanzo dell’autrice britannica si fondono deliziosamente con il lavoro di Ottavia Bianchi e Giorgio Latini, sempre attenti e capaci nel portare in scena un affresco dalle mille sfumature. Dove pennellate più intense, pastose e dolorose si fanno spazio tra rapide macchie di colore brillante.
Ed è così che ci accompagnano con leggerezza e pungente ironia nei conflitti familiari, nei sensi di colpa, nell’elaborazione del lutto, nella discesa agli inferi di Jeanette. Il suo viaggio dantesco, un percorso di vera e pura redenzione.
Rivivere il passato, i fantasmi che la perseguitano, la aiuteranno a perdonare la madre, ma soprattutto sé stessa. Una figlia mai desiderata. Prima da chi l’ha cresciuta in grembo, poi da colei che aveva promesso di prendersene cura. Una figlia, nella culla sbagliata: «Non ti perdonerò mai», «Io sì, la perdono. Io ti perdono mamma».
Jeanette ritroverà lo stesso coraggio che anni prima le ha permesso di scoprire l’amore in un’altra donna, di abbracciare le parole e le rime di quelle poesie proibite, il coraggio di andarsene di casa. Lo stesso coraggio che se per tanto tempo l’ha fatta sentire sbagliata e rifiutata, almeno l’ha resa felice. Felice di nuotare contro corrente, contro una piena che avrebbe potuto travolgerla.
Tornare. E poi, poter finalmente essere libera, e continuare a nuotare in acque nuove, sempre più cristalline.
