“Intorno al vuoto”. Oltre la malattia, la sintomatologia dell’indifferenza

15 Gennaio 2025

Carol (Paola Giorgi), una donna, una psicoterapeuta, docente universitaria, con una lunga, riuscita, carriera alle spalle; Paul (Gianluigi Fogacci), il marito, un collega, assente, preoccupato solo del suo lavoro; Liz (Fabiana Pesce), la figlia, studia e lavora in America, con il sogno di diventare un’attrice famosa. Un paradigmatico quadretto famigliare borghese, in cui nella perbenista tradizionale indifferenza relazionale e comunicativa tra le parti nulla sembra poter scalfire il confortante benessere in cui aleggia, se non una scioccante frattura destabilizzante. E questo è ciò che accade.

Carol scopre di essere affetta dal morbo di Alzheimer e da quel momento la malattia velocemente progredisce: quel corpo che fino a poco prima custodiva la tempra di una donna sveglia e indipendente a poco a poco, all’ombra della negazione del marito e della frustrazione della figlia, diventa carne di un’anima vuota, senza ricordi, memoria e solo un sentimento, la disperazione.

Quella raccontata nello spettacolo Intorno al vuoto, andata in scena allo Spazio Diamante, con la regia di Giampiero Rappa, è la storia ordinaria quanto straordinaria di una malattia ad oggi comune, una malattia che uccide senza occultare il cadavere che rimane tra amici e famigliari, una storia che dà voce a chi gli rimane intorno impotente, alle loro emozioni e alle loro paure, silenziando la rassegnazione per cercare ancora qualche residuo di ciò che era la protagonista, la quale non voleva altro, in quel momento, che un po’ di tenerezza in più, la stessa tenerezza che le è mancata in tutta la vita di coppia e che solo allo stremo delle forze riesce a ricevere, facendole riavere un ultimo ricordo di quella storia d’amore e una parvenza di umanità.

La pièce commuove e fa riflettere; lo spettatore riesce a essere parte integrante del repentino passaggio da coscienza a incoscienza, subisce gli involontari abusi alla donna da parte di un marito che prima nega la malattia, poi la sente come un ostacolo alla sua coincidente ascesa lavorativa, e di una figlia che cerca in tutti modi di tener in vita la madre coinvolgendola nella sua crescita personale, senza tuttavia riuscire a non sentirsi ingabbiata e amareggiata nella pazienza che tenta di mantenere.

L’occhio della platea segue gli attori, i quali entrano ed escono da un separè semitrasparente che divide il palco in due zone confinanti, come a simboleggiare i momenti di buio e di luce tipici del morbo, veloci, tanto quanto i cambi di scena non distinti dall’alterarsi di abiti e scenografia. Fogacci e Pesce danno vita a più personaggi contemporaneamente e velocemente, Giorgi rappresenta ora il presente, ora il passato, rimanendo tutti e tre sempre inappuntabili, privi di sbavature attoriali, dimostrando una ferrea lucidità impersonificativa.

Rappa non porta in scena la sintomatologia di una malattia, ma una storia di affetti e di mancanze, per ricordare e raccontare, ancora una volta, quanto l’essere umano fisicamente e psicologicamente dipende da una cosa soltanto, le relazioni.

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