Tradizione, immensa tradizione. Questa la Tosca che torna al Teatro dell’Opera di Roma dopo 125 dalla sua prima assoluta.
Stessa data, il 14 gennaio, e stesso teatro. Platea e palchi in grande spolvero, ça va sans dire, con presenze di spicco della cultura, della musica e della politica: il presidente Sergio Mattarella nel palco reale e l’Inno nazionale in apertura di serata segnano una commemorazione in pompa magna.
Nata sotto il segno di un recupero storico – l’allestimento di Adolf Hohenstein era già stato riproposto in anni precedenti – Tosca acquista in questa occasione una risonanza diversa ed eccezionale anche per merito del mirabile e attento lavoro artigianale di Carlo Savi e Anna Biagiotti, rispettivamente scene e costumi, che ci trascina letteralmente indietro nel tempo.

Gustiamo la maestosità degli ambienti dipinti e architettonicamente illusionistici e la mirabile fattezza preziosa dei costumi, in particolar modo della protagonista.
È l’occasione di assistere ancora e per sempre a un capolavoro che affonda le sue radici nell’arte complessa e difficile del melodramma, colta in un momento di suo massimo splendore e, contemporaneamente, all’inizio della sua diffusione di massa, complici cinema e arti visive in generale.
Non a caso Tosca è un titolo operistico che si apre sul Novecento. Non a caso lo stesso Hohenstein si dedicherà con successo anche alla grafica: suoi i manifesti e i frontespizi di altre opere famose, ma anche quelli della pubblicità della Campari, della Buitoni e del Corriere della Sera, oltre alla cartolina per il Traforo del Sempione, un’opera avvenieristica per l’epoca.

E la “tradizione” di questo titolo pure serpeggia, nel corso del suo secolo e più di vita, in un rimando continuo di riferimenti culturali e creatività declinati in altri linguaggi. Quello che segue è solo un breve catalogo.
Luigi Magni, la sua Roma “resistente” e il fantasmagorico cast della “sua” Tosca. Francesca Bertini che passeggia, già diva anziana, sugli spalti deserti di Castel Sant’Angelo in un filmato Rai (reperibile anche su youtube). Lina Cavalieri (alias Gina Lollobrigida) che scopre la verità sulle macchinazioni del suo amante, proprio nel finale di questo titolo. Anna Magnani che incarna una Floria romanissima della resistenza, dentro e fuori le scene del teatro Costanzi. Franca Valeri che ne racconta le vicende, ma dal punto di vista rovesciato. Patroni Griffi e il vezzo di una Tosca nei luoghi, anticipatrice della attuale sincronicità comunicativa dei social. E poi ancora Sarah Bernhardt (ma mai la Duse) e la statuaria Claudia Muzio, l’indimenticabile secondo atto del video Callas-Zeffirelli, le rielaborazioni musicali di Piovani sullo stornello del Terzo atto.






La Tosca pucciniana si è rigenerata perché ha racchiuso in sé – più del suo corrispettivo in prosa – l’incarnazione di un modo di sentire e vivere l’arte e la politica, insieme a una vicenda amorosa semplice eppure coinvolgente e alla musica che conquista e trascina.
Essa appartiene a questa città perché ne sublima i luoghi sulle tavole del palcoscenico e regala l’illusione – la quintessenza dell’incantesimo teatrale – che si possa ancora intravedere la diva scappare, fra i vicoli di una Roma malfamata e male illuminata, da Palazzo Farnese diretta a Castel Sant’Angelo per salvare il suo Mario.

È un allestimento, quindi, questo diretto con rispetto e misura da Alessandro Talevi, che desta stupore, accoglie e non disturba, non impiega simbolismi, non filosofeggia, accompagna i personaggi con garbo e discrezione. È anch’esso tradizione, nell’accezione migliore di questo termine.
Questo non implica che non vi sia difficoltà per gli interpreti – non per tutti – proprio nell’azione scenica all’interno di un set così rigorosamente tradizionale. L’impressione è che nel delicato spazio fra divismo e professionalità sia oggi perduto lo spirito originario del melodramma tardo ottocentesco: quello spirito fatto di pose plastiche, situazioni prevedibili e rassicuranti, vissute però con credibile partecipazione, colpi di scena bramati all’inverosimile eppure sempre commoventi. Nella corsa al professionismo – nell’accezione più contemporanea possibile – qualcosa è scomparso, ma questa proposta di Talevi cerca invece di ricordarcelo e spinge gli interpreti a ritrovare un linguaggio e una grammatica che le regie contemporanee tendono a cancellare.

Al contrario Michele Mariotti propone una Tosca per nulla tradizionale: tempi serrati e dinamiche asciutte, scarso l’abbandono “divistico” delle frasi più attese nei duetti o nelle arie. È attento ai cantanti, ma come parte di un unicum sonoro assieme all’orchestra, non come pietre preziose di un gioiello liberty. Ciò non guasta, perché la sintonia è presente, né alla scena né alla musica. Ma qualche sensualità in più sarebbe stata apprezzata.
Di contro, la fermezza della sua lettura impedisce ai cantanti – soprano e tenore in primis – di cadere nella trappola degli acuti più “noti”. “La vita mi costasse” e il “do della lama” non vengono interpretati alla stregua di accessorio esteriore, bensì di un’espressione interna del personaggio e della situazione globale.

Orchestra in splendida forma e coro – diretto magistralmente da Ciro Visco e integrato dalla Scuola di Canto Corale – degno di menzione d’onore.
Saioa Hernández possiede tutte le qualità di un’ottima Tosca: timbro pieno, mezzevoci, acuti sicuri, legato ineccepibile, fiati perfetti. In scena sa muoversi secondo misura, eccede quel tanto che la regia richiede per essere in linea con l’epoca e riesce a trovare in ogni situazione la giusta frase, gli accenti più corretti, l’espressione che occorre. Non trascina le folle (il pubblico era assai freddino), ma porta a casa applausi sinceri anche a scena aperta.

Il Cavaradossi di Gregory Kunde è più alterno. Si sente vibrare il timbro eroico e schiettamente tenorile in moltissime frasi, ma a tratti – soprattutto nel registro medio-grave – si opacizza un po’ e perde lo smalto necessario per trasmettere la fierezza e l’incoscienza delle sue scelte. Anche gli atteggiamenti drammatici, pur essendo estremamente essenziali, non risultano sempre efficaci. Va tuttavia riconosciuto che il suo Mario cresce durante la serata, toccando il suo apice migliore nel terzo atto.

Buono, anche se un po’ troppo rigido, il Barone Scarpia di Gevorg Hakobyan, che non si tira indietro dai suoi doveri scenici e vocali, ma senza dare mai al personaggio una chiara interpretazione personale. Resta in un’aurea mediocritas che permette di gustare questo villain, senza esserne coinvolti.

Discreto l’Angelotti di Luciano Leoni, perfettamente tradizionale il Sagrestano di Domenico Colaianni, poco incisivo Saverio Fiore nei panni di Spoletta, meno ancora Leo Paul Chiarot come Sciarrone, mentre ispira tenerezza il pastorello di Irene Codau, dal timbro dolcissimo.

Teatro dell’Opera di Roma
Tosca
Musica Giacomo Puccini
Melodramma in tre atti
Libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica
Tratto dal dramma omonimo di Victorien Sardou
DIRETTORE Michele Mariotti e Francesco Ivan Ciampa (17, 18, 19 gen)
REGIA Alessandro Talevi
Maestro del Coro Ciro Visco
Scene Adolf Hohenstein
Ricostruite da Carlo Savi
Costumi Adolf Hohenstein
Ricostruiti da Anna Biagiotti
Luci Vinicio Cheli
PERSONAGGI INTERPRETI
Floria Tosca Saioa Hernández / Anastasia Bartoli 17, 19 gen
Mario Cavaradossi Gregory Kunde / Vincenzo Costanzo 17, 19 gen
Barone Scarpia Gevorg Hakobyan / Daniel Luis de Vicente 19 gen
Cesare Angelotti Luciano Leoni
Sagrestano Domenico Colaianni
Spoletta Saverio Fiore
Sciarrone Leo Paul Chiarot / Marco Severin 16, 18 gen
Un carceriere Antonio Taschini / Andrea Jin Chen 16, 18 gen
Un pastorello Irene Codau / Emma McAleese 16, 17, 19 gen
Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma
con la partecipazione della Scuola di Canto Corale del Teatro dell’Opera di Roma
Allestimento Teatro dell’Opera di Roma
Ricostruzione dell’allestimento storico del 1900
Le foto dello spettacolo sono di Fabrizio Sansoni-Teatro dell’Opera di Roma
