“Anna Cappelli”: e poi?

3 Febbraio 2025
Foto di Luigi Angelucci

Dal 22 al 26 gennaio è stato in scena, presso il Teatro India – Teatro di Roma, lo spettacolo “Anna Cappelli” diretto da Claudio Tolcachir ed interpretato da Valentina Picello.

La scena è firmata da Cosimo Ferrigolo, mentre le luci sono di Fabio Bozzetta.

Annibale Ruccello è l’autore del monologo.

Mi sono chiesto cosa si possa desumere da uno spettacolo del genere e nel provare a rispondermi ho provato ad andare oltre l’ottima prova d’attrice della Picello di cui sopra, oltre la regia, che mi è sembrata essere volutamente sporca, dell’ormai affermato regista argentino e oltre tutto l’insieme degli elementi teatrali che compongono uno spettacolo e i cui crediti sono già stati esplicati.

E andando oltre tutto ciò – “e perché mai?” qualcuno potrebbe chiedersi – mi si è aperta un’autentica voragine in testa e in petto sul senso del Teatro, sul suo valore e sulla figura dell’attore in senso lato.

O, dato il sesso femminile dell’interprete, dell’attrice.

Mi si è aperta una voragine perché il testo di Annibale Ruccello, napoletano morto davvero troppo giovane, in quella che ormai sembra la sua stratificata banalità, questo fa: disorienta e obbliga al pensiero. E alla riflessione alla quale aggrapparsi per non andare alla deriva di senso.

Anna Cappelli è una donna nubile che si atteggia da zitella e che trova nell’amore per Tonino l’ennesimo scoglio sul quale piantare la bandierina del possesso poiché è proprio il senso del possesso, in un crudele gioco di specularità psicologiche, l’unico definitivo appiglio che possiede questo personaggio la cui mediocrità risulta letteralmente terrorizzante per la pletora degli esseri umani mediocri – compreso e soprattutto lo scrivente, sia chiaro – che ne osservano non tanto le gesta quanto le divagazioni che ne descrivono il percorso che qui non riassumiamo.

Tolcachir sembra aver calato l’ottima Picello in quello che sembra essere letteralmente un terreno nudo e crudo – la scena parrebbe invasa da un terriccio che nella realtà fenomenica non è comunque tale – che funge da ideale scenario per le sporcature intellettive, caratteriali, comportamentali di una persona la cui esistenza è segnata dalla “cattiveria” altrui, tra genitori che paiono non provare un reale interesse nei suoi confronti, coinquiline(a) con le quali non si instaura esattamente un clima di convivialità e un uomo il cui amore pare esaurirsi nel tempo necessario alla conclusione di una passione fisica tanto legittima quanto non foriera di promesse di durata.

E in questo spazio che non regala suggestioni idilliache, abitato dalle capacità non contestabili di una più che ottima interprete, cosa resta del rito collettivo? Cosa resta per la riflessione da aprire a seguito di un lavoro che ormai pare essere cristallizzato in una classicità che chi mette in fila le parole di quest’articolo non crede sarebbe in grado di sbrinare dalla sua messa in ghiaccio?

Limite evidente e dichiarato di colui che firma questo pezzo, sia chiaro.

Ma di più da “Anna Cappelli”, all’ennesima versione, onestamente non si è personalmente in grado di cavarne qualcosa.

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