“La Morte a Venezia”, spettacolo di carnale vitalità.

12 Febbraio 2025

È stato in scena dal 5 al 9 febbraio, presso il Teatro India di Roma, lo spettacolo “La Morte a Venezia – libera interpretazione di un dialogo tra sguardi” scritto, diretto e co interpretato da Liv Ferrachiati.

In scena anche Alice Raffaelli.

Lo spettacolo è ispirato a “La morte a Venezia” di Thomas Mann e non è un suo adattamento teatrale.

Liv Ferracchiati è autore e regista che si oserebbe definire “anomalo” in virtù di un percorso artistico finora contraddistinto da una forte originalità, a partire dai suoi primi spettacoli raggruppati nella cosiddetta “Trilogia dell’Identita” per, momentaneamente, stazionare in questa ancora pulsante svolta di riscrittura dei grandi classici della letteratura teatrale e no.

In quest’ultimo spettacolo il regista umbro, con l’aiuto di uno strumento di ripresa video – una macchina fotografica montata su un treppiede mobile -, disegna una drammaturgia dell’immagine in presa diretta che può dirsi ricca, viva, complessa e di assoluta efficacia, partendo da tali dati visivi estemporaneamente raccolti per ricreare, sera dopo sera, il rapporto tra il suo – “suo” nel senso da lui incarnato – scrittore morente Gustav Von Aschenbach e il Tadzio, interpretato con estrema grazia e bellezza – scelta azzeccatissima infatti quella dell’altra risorsa artistica – da una più che brava ed interessante performer come Alice Raffaelli, danzatrice dotata di grandissimo talento e splendide linee.

Lo spettacolo che altro non fa che ruotare intellettualmente, in apparenza almeno, sul rapporto che si ha con il desiderio e la scabrosità della quale questo può essere tacciato – il succulento e attraente cesto di fragole la cui presenza apre il lavoro ne è una più che metaforica materializzazione – si nutre per tutto il tempo di questa continua ricerca di equilibrio tra un presente ed evidente e dichiarato afflato emotivo, sessuale, spirituale fagocitante e una sottesa paura di poter dare corpo a tale spinta propulsiva con il rischio concreto, nel caso il “sogno” si compisse, di non avere dopo più nulla da aggiungere alla propria esperienza terrena.

Ferracchiati, che con questo lavoro conferma la propria abilità attoriale fatta di una sottile capacità di dare vita al proprio testo in punta di dita, informa tutto lo spettacolo di un elemento che più volte ha dichiarato di avere estremamente caro nella sua poetica e del quale, forse in un crudele gioco di contrapposizioni, priva il proprio antagonista scenico, stabilendo in maniera chiara ed inequivocabile lo sbilanciato rapporto e tra la mela e la donna che la colse e tra colui che viene eroso dal desiderio e si aggrappa al verbo – eccolo l’elemento caro al Teatrante di formazione milanese – e chi, invece, divenuto oggetto di sogno passionale fende lo spazio e il tempo con la forza della propria carne e della propria incandescente libertà.

“La Morte a Venezia” risulta, dunque, essere uno spettacolo che in bilico tra una potenzialmente imbarazzante natura tecnico artistica – per buona parte dello stesso si ascolta, per via di una coraggiosa scelta registica, la voce preregistrata del Von Aschenbach (e quindi del Ferracchiati) che accompagna le mirate evoluzioni della macchina fotografica di cui sopra – e una raffinata discettazione sui temi già esposti – o quantomeno deducibili – della caducità umana e della tirannia dell’eros, trova un punto di galleggiamento financo sorprendente per quanto, in questo caso, non esistano teoremi di Archimede in grado di offrire, oltre le personali sensibilità, spiegazioni definitive per quello che chi scrive considera una riuscita messa in scena che sicuramente soddisfa il dichiarato obiettivo del proprio creatore di seguire forme nuove – e senza l’ossessione della novità – di messa in scena.

Uno spettacolo interessante che vince una scommessa che si suppone non sia stata dichiarata in fase di ideazione, ma che consente a tutte le parti in causa di poter passare all’incasso.

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