
Che pensereste se vi dicessi che ieri in quel di Roma – e precisamente in quel di Testaccio presso lo storico Teatro Vittoria – ho assistito ad uno spettacolo che conta 33 – TRENTATRE – anni di età, è interpretato da un bravissimo attore italiano – per il nome ripassare tra qualche riga -, èdiretto da un regista anch’egli di egida tricolore – anche per lui avere pazienza, please -, che conta nelle suddette tre – e più – decadi di rappresentazioni circa 1800 repliche – anche qui e d’uopo la ripetizione artificiosa e retorica del numero che viene declinato nella forma maiuscola composta da consonanti e lettere e quindi scrivo “MILLEOTTOCENTO” – e che, sorpresa delle sorprese, prima di ieri sera non ha mai messo piede su nessun palco della capitale del Belpaese?
Beh, probabilmente rimarreste un po’ stupiti, ma, al netto di questa notizia che potrebbe apparire quantomeno stravagante, vi vorrei immediatamente segnalare il fatto che, per l’appunto, da ieri 18 marzo fino a domenica 23, nello spazio di cui sopra, il meraviglioso attore Paolo Nani – eccolo il nome promesso – porta in scena “La Lettera”, uno spettacolo di rara bellezza in cui sotto la regia di Nullo Facchini – ed ecco mantenuto il secondo appuntamento – l’interprete regala, ad un coinvolto pubblico, per 80 leggerissimi minuti una rappresentazione in cui, come da lui stesso dichiarato, parrebbe succedere molto poco e durante la quale invece accade parecchio di tutto.
Che cos’è “La Lettera”?
“La Lettera” è uno spettacolo in cui, mutuando in muscoli e ossa e oggetti l’artificio stilistico e narrativo che Raymond Queneau declina nel suo “Esercizi di stile”, Nani restituisce 15 differenti versioni di una scena teatrale apparentemente banale che consta di un ingresso in scena, di un sedersi ad una scrivania per scrivere una lettera – beh, ecco spiegato il titolo dello spettacolo -, del bere un sorso di vino proveniente da una bottiglia e versato in un normalissimo bicchiere, dello sputarlo via – il vino, ovviamente -, delcambiare fronte ad una foto incorniciata poggiata sullo stesso tavolo da lavoro e del prodigarsi nella stesura della stessa lettera, piegarla, richiuderla e affrancarla prima di venire colto dal sospetto – Spoiler: motivato – che la penna utilizzata non recasse in sé l’inchiostro necessario a svolgere il proprio compito.
Fine.
Questo è lo scenario drammaturgico di partenza, questo il materiale a partire dal quale lo strabiliante teatrante rende possibile un viaggio fatto di tecnica, cuore e generosità.
Andare all’analisi dettagliata di quanto avviene sul palcoscenico è sicuramente possibile, ma si teme che la vivisezione attenta e precisa dei gesti e delle motivazioni fondanti l’intera operazione – data per buona la competenza dello scrivente l’articolo, si intende – possa in qualche modo assumere i connotati di una cronaca sterile non in grado di restituire l’autentico incanto che scaturisce da ogni movimento studiato di colui che si fa tramite di una costruzione che, secondo le stesse parole del Nani, “ormai va da sé”.
Un’occasione teatrale – questa “La Lettera” – importante, rara e che si consiglia di non lasciarsi sfuggire.
