
Andato in scena gli scorsi venerdì e sabato 14 e 15 marzo presso il “Teatro Le Sedie” di Roma e di immediata nuova replica il 21 dello stesso corrente mese presso il “Teatro Planet”, lo spettacolo “Louise Brooks e il Vaso di Pandora” scritto e diretto da Andrea Benfante è pronto a raccontarvi la parabola esistenziale di una delle dive più affascinanti e meno afferrabili dell’intera storia del cinema americano e ossia della stessa Louise Brooks menzionata del titolo.
Andrea Benfante – attore in scena oltre che, come già detto, regista e drammaturgo dell’opera – e Anna Giarrocco – ovviamente l’interprete del personaggio oggetto di indagine – tramite questo lavoro si imbarcano, con un discreto successo, nell’impresa contestuale di cristallizzare la figura dell’attrice dimenticata e di offrirle una nuova, sacrosanta capacità di attrazione che la Vita prima e la Storia dopo sembrano averle negato.
“Il Teatrino di Bisanzio”, questo il nome del duo artistico del quale ammiriamo le gesta, nel confine, scientemente valutato, del racconto onirico mette insieme e rielabora fatti dell’esistenza della donna nata in Kansas con il deliberato e nobile scopo di lucidare i pezzi forti di un’argenteria che senza alcun motivo è evidentemente caduta dalle pareti del racconto collettivo e non è più stata riappesa dove meriterebbe di stare e ossia al centro della stanza della memoria.
Risparmiandovi note biografiche facilmente reperibili sul web in un sano atto di squisita ricerca da svolgere in maniera indipendente sul “tema” dello spettacolo, si vuole con queste parole mettere in risalto le eclettiche e brillanti doti recitative del Benfante che seguendo con grande perizia la tradizione dei “caratteri” teatrali si presta a fare vivere un corposo numero di personaggi credibili che gravitano intorno alla figura centrale, ben resa – per quanto ancora con probabili e importanti margini di miglioramento – dalla charmant Giarrocco che restituisce tutto il turbamento di un essere umano che, dagli abusi subiti in tenera età alla difficoltà di accettare legami di qualsivoglia natura troppo stringenti, ha dato mostra di sé come persona libera o fortissimamente tendente ad esserlo.
Lo spettacolo di cui si parla presenta alcune perdonabili ingenuità energetiche e tecniche – curioso quell’ incipit a scena vuota di carne e piena di suono dialettico che apre una crepa poi velocemente richiusasi grazie al lavoro tridimensionale degli attori -, ma nella “povertà” di scene – scene firmate insieme ai costumi da Bartolomeo Benfante – che caratterizza tutta quanta l’operazione non viene mai meno la ricchezza a tutto tondo di una struttura produttiva che regala un allestimento vivace, profondo e meritevole di attenzione.
