Avete mai pensato che il teatro in realtà sia molto simile a uno stadio? Il pubblico in platea ai tifosi sugli spalti?
Questo pensiero ha attraversato la mia mente mentre assistevo a “Il cuore debole di Antonio”, spettacolo scritto da Simone Giacinti e diretto da Francesco Giordano, andato in scena allo Spazio Diamante.
Proprio le tribune dello nuovo spazio teatrale romano vibravano della stessa energia di una curva: c’era chi sorrideva, esultava, piangeva, si emozionava ascoltando e vivendo la storia di Antonio De Falchi, tifoso della Roma che perse la vita in trasferta il 4 giugno ‘89, vittima di un agguato dei tifosi milanisti a San Siro.
In scena 4 amici, quattro giovani ragazzi pieni di vita, sogni, entusiasmo, ideali, valori e una fede calcistica irremovibile. Sono quattro fedelissimi della Roma, disposti a difenderla, a seguirla, ad ammirarla. Ma la squadra di calcio si fa metonimia di un qualcosa di più profondo, di un legame viscerale, fraterno fra i quattro, di un’amicizia pura e sincera, di quella voglia di scoprire, gioire insieme tipica della giovinezza. E poi c’è il destino, tragico, ineluttabile, imprevedibile, sciocco, ingiusto. E c’è la violenza, meschina, crudele, infame. Che arriva all’improvviso, spezza sogni, felicità, ma soprattutto una vita umana, trasformando una giornata di festa in un lutto.
Simone Giacinti riporta in luce la tragica vicenda del romanista Antonio De Falchi, forse poco conosciuta ai più, e lo fa con un testo semplice, ma diretto, giovane, fresco, che nel suo essere essenziale tocca ,soprattutto nel finale, le corde dell’anima, emozionando l’intera platea. Per il resto si ride, ci si diverte e ci si lascia andare alla giovialità dei cori romanisti grazie a un ritmo sempre serrato, alle battute scoppiettanti tra i personaggi, alle musiche perfettamente adatte.
Il merito è sicuramente dei quattro interpreti tutti giusti nei loro ruoli, tra cui spicca Flavio Francucci chiamato a fare da narratore della vicenda: muove le fila, dà il fischio di inizio, mantiene il palleggio e tira un assist perfetto a Giovanni Bonacci nel ruolo di Antonio, abilissimo nel recitare praticamente in silenzio in gran parte dello spettacolo e a rapire nel monologo finale.
La prima regia di Francesco Giordano risulta dunque vincente, concede ritmo, respiro alle parole, fino al culmine finale, dove il nome di Antonio viene scandito a intervalli sempre più ravvicinati, tra luci e ombre, a simboleggiare l’elettrocardiogramma del suo cuore ( e nel frattempo del nostro).
Un cuore debole forse, sicuramente un cuore grande capace di farci emozionare e di riportare il teatro alla sua dimensione più autentica: un teatro in cui, come allo stadio, dominano gli istinti più umani e vitali, e si vibra tutti insieme delle emozioni del gioco più bello e probabilmente difficile che è la vita.
