“iGirl” sciamana dell’umanità

12 Ottobre 2025

Cosa è la felicità? Chi avete amato?

sono due delle domande pronunciate da Federica Rosellini all’inizio dello spettacolo “iGirl” di Marina Carr, per la prima volta in scena a Roma nell’ambito del Romaeuropa Festival, che risuonano e restano impresse nella mente. L’attrice e il suo corpo nudo, inciso di tatuaggi, sono un vibrante e potente strumento di comunicazione: ogni suo lembo di pelle parla e si fa parola, coadiuvandola in un viaggio in 21 capitoli.

Un percorso a ritroso per scavare nei meandri dell’umanità, nel nostro esistere, nel nostro essere creature sensibili, doloranti, ferite, perse ed abbandonate sul sentiero di un mondo inquieto e inquietante. Una via crucis laica, a tappe, passando attraverso i miti, le tragedie classiche, le eroine drammatiche, gli archetipi, i modelli, per fare pace con quei padri e madri da cui nasciamo, noi con le nostre ferite, per riabbracciarli, perdonarli, risanare i tagli, inglobarli per dargli una nuova vita, attraverso noi stessi. Il punto cruciale, da cui tutto parte e a cui dover tornare. Rinascere.

La Rosellini è una sciamana perturbante che estrapola i traumi e le mancanze dell’esistenza, ne indaga le cause, accompagnata da una gallina meccanica, che la segue e ne diventa figlia. Non a caso la gallina rappresenta un animale primordiale, senziente, ma impossibilitata a piangere, mentre il corpo dell’attrice, interamente tatuato, rimanda alle incisione primitive, cavernicole. Così, lei, una donna, diventa emblema di tutta l’umanità, la porta sulle spalle, la trascina a ritroso, in epoche e situazioni, sullo sfondo di paesaggi arcaici, desertificati, ghiacciati, proiettati su uno schermo grazie ai video realizzati da Ra di Martino con l’intelligenza artificiale, tra cui spicca un occhio, questo sguardo, a volte oscuro, altre limpido, che incombe, questo faro che scruta l’interno e l’esterno, il pensiero e i corpi, compresi quelli diversi, annientati, esiliati, umiliati.

Federica Rosellini si dona completamente ad un testo denso, complesso, cupo, doloroso, impegnativo, si fonde con le parole, si immerge nel pubblico, lo guarda e lo trascina in un cammino di memoria e silenzio, come unica donna sopravvissuta che racconta tutto ciò che siamo stati, coadiuvata da un flusso sonoro estasiatico firmato da Daniela Pes, che restituisce una potenza ancestrale, mistica e decadente, mentre l’attrice gioca con la sua stessa voce, talvolta, a creare mashup tra brani pop e vintage, fusione di anni, stili, ricordi.

“iGirl” è la prova di grande potenza attoriale, di un’interprete coraggiosa che si mimetizza nel testo e si fa strumento drammaturgico e drammatico, riuscendo a far arrivare alle viscere del pubblico anche una drammaturgia distopica e  difficile, dandogli luce, giocando  con una regia sofisticata e moderna che fonde le arti visive, musicali e tecnologiche.

Il contemporaneo si fa, dunque, teatro, la scena diventa strumento perturbante di indagine, l’attrice emblema di un “umano” che si fonda sulle rovine di ciò che è stato distrutto.

Così, mentre quelle due domande iniziali, continuano a risuonare nella mente per tutto lo spettacolo, alla fine si può rispondere che la felicità sta nell’ aver amato tutto ciò che nei secoli e’ stato vissuto, cancellato: cieli, fiamme, strade, salite e discese. Tutto ciò che siamo stati e abbiamo distrutto e da cui possiamo ogni giorno rinascere, solo dopo, però, aver guardato negli occhi il nostro dolore, i nostri fantasmi, il nostro passato primordiale. 

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