di Emiliano Metalli
Ha debuttato al Teatro India di Roma Acanto di Nicola Russo, già molto apprezzato nella versione “studio” del 2023 al Festival Lecite Visioni e in questa veste completa presentata in prima nazionale al Teatro Franco Parenti di Milano nella scorsa stagione.
Nicola Russo è un pensatore complesso che affronta scrittura, regia e spesso la scena come un unicum di vita, studio e performance; è un artista che riconduce nello spazio del palco esperienze anche molto distanti fra loro, condensandole non solo nelle parole, ma in una declinazione di linguaggi che accompagnano, anzi più spesso pungolano, il pubblico, all’interno di un tema o di un “universo”.
Mi tornano così alla mente i suoi spettacoli: Vecchi per niente, di cui ha firmato testo e regia, ispirato a La forza del carattere di James Hillman e incentrato sulla vecchiaia, o Elettra, biografia di una donna comune, il cui titolo stesso rivela l’intento insito nel progetto, e ancora Nina, una sorta di omaggio a Nina Simone in un momento cruciale della sua carriera artistica ideato in un dialogo serrato fra video e scena o, infine, Io lavoro per la morte, profonda e lacerante riflessione sul tema del distacco e del ricordo.
Si potrebbe riconoscere, pur entro questo breve perimetro, la volontà di costruire un percorso di recupero del passato e, al tempo stesso, una proiezione nella contemporaneità. Non solo limitata al privato, una dimensione che anzi viene quasi protetta e tutelata attraverso una attenta strategia di dettagli indefiniti e di accenni appena sussurrati, bensì universale, umana.
L’umanità è infatti il telone bianco su cui Russo proietta – anche fisicamente – le sue riflessioni, i suoi pensieri, le sue emozioni, i suoi ricordi. Il montaggio – nel video come nella regia – è volutamente ambiguo, straniante, non lineare, non consequenziale, atipico, parcellizzato, personalissimo. Un montaggio che mescola i piani, a volte arrivando a confondere, ma con lo scopo di generare una nuova ricerca, dall’interno dello spettatore.
La filosofia ha senza dubbio inciso nel suo percorso, se non nei contenuti, quantomeno nelle modalità di indagine. Così come la sua non indifferente carrellata di incontri artistici che può enumerare Ronconi e Nekrosius, fra gli altri, oltre all’Elfo Puccini che oggi in Italia è garanzia di eccellenza.

Acanto sembra rientrare pienamente in questo suo filone di ricerca, attestandosi come un nuovo e decisivo tassello di un puzzle assai complesso e dinamico, ancora da delineare poiché ancora in fase di sperimentazione.
Russo si muove in uno spazio creativo che non resta mai totalmente immobile o univoco, bensì moltiplicato, disgiunto e riunito attraverso i mezzi della scena: luogo, tempo, supporti tecnici o tecnologici, interpreti. Uno spazio che è multiverso, ricondotto alla dimensione del palcoscenico.
Il primo dato notevole è senza dubbio la scenografia, creata da Giovanni De Francesco.
Il palco ospita dettagli realistici, come lo schermo o le sedie rosse e persino la lampada lunga in alto, che si caricano però di simbolismo: il rosso del tema Hiv e, in generale, del pericolo, dell’attenzione sociale, dello stigma – la lettere scarlatta contemporanea.
Ma il simbolo si può nascondere anche nel numero sullo schermo: A0028 che è dato puro o chiave d’accesso a un’interpretazione più intima? A sta per Acanto? E l’acanto è a sua volta una metafora per un’esperienza vissuta? Non sono domande a cui l’autore fornisce una risposta. E in effetti nella scrittura non ci sono molte risposte. Ci sono molte indicazioni, suggerimenti, che il pubblico può cogliere e perseguire anche al di fuori dell’evento cui sta assistendo.
Gli oggetti, poi, proprio come i due protagonisti sono immersi in un buio più ampio, in una dimensione indefinita, delineata solo sul piano della parola che si manifesta sotto forma di gioco e descrizione “di parte”.
Una parola che crea il mondo, filosoficamente parlando, e che appare simile al teatro antico. Tanta parte del testo è racconto, è visione generata da un punto di vista personale a cui il pubblico può credere, a cui può associarsi o avvicinare la propria esperienza.
Anche il tempo è in questo senso ambiguo, nel senso di molteplice, non univoco. C’è il presente – hic et nunc – dell’attesa di un risultato. Il fatto che sia legato all’Hiv passa quasi in secondo piano, almeno fino alla tenerezza del finale. Eppure il fatto che sia incentrato su un tema così legato alla comunità gay dà modo di veicolare gli argomenti, principalmente concentrati sul sesso, la conoscenza di sé, i mezzi e le paure, ma anche le speranze di questo percorso.
Ma c’è anche il passato, di entrambi i personaggi, uno più remoto, l’altro più recente, ma pur sempre passato da analizzare e da raccontare. Un passato con cui giocare, talmente tanto che nasce il sospetto che esso sia in comune e non separato. Un tempo di entrambi, visti – chissà – in attimi diversi della vita. Due identità che sono una e condividono lo stesso futuro, incerto forse perché legato a un risultato che non arriva, ma anche ottimistico, perché in fondo nulla cambia fra prima e dopo.
Al centro di questa azione restano allora i due uomini, il confronto fra le rispettive esperienze, le differenze e le similitudini, le rassicurazioni e le incertezze. Persino il colpo di scena finale – se così si può dire – che ci spinge a riflettere su quanto ingenuamente seguitiamo a interpretare il mondo sempre e soltanto attraverso le lenti personali, senza mai pensare alla complessità della realtà.
Il dialogo procede per “spezzoni”, senza mai concludersi davvero, restando sempre aperto ad altro e scivolando da una situazione all’altra, da un ricordo all’altro per analogia o contrapposizione, in un percorso fatto di attese, sospensioni, silenzi e slanci improvvisi.
Da questo complesso confronto escono equamente vincitori Alessandro Mor e Gabriele Graham Gasco che sono riusciti a trovare equilibrio e densità nelle rispettive interpretazioni.

Acanto ha il grande vantaggio di essere uno spettacolo molto vicino alla comunità gay, perché ne mette in luce le fragilità e le necessità ancora attuali, ma anche estremamente analitico per l’umanità nel senso ampio, a cui mostra l’inconsistenza di un cambiamento rispetto allo scorrere della vita. Credo che non ci sia nulla di più profondamente filosofico.
Teatro India
9 – 12 ottobre 2025
Acanto
testo e regia Nicola Russo
con Alessandro Mor e Gabriele Graham Gasco
scene e costumi Giovanni De Francesco
luci Giacomo Marettelli Priorelli
suono Andrea Cocco
video Matteo Tora Cellini
assistente alla regia Isabella Saliceti
foto di scena Giovanni De Francesco
produzione MONSTERA
in collaborazione con Alchemico Tre

Grazie Emiliano, bellissima recensione
Grazie agli artisti che l’hanno permessa!