Un finale in famiglia per una partita tutta da giocare: Beckett e Russo al Teatro India

26 Gennaio 2026

Gabriele Russo porta al teatro India una personale visione di Beckett, una regia per certi versi sottilmente crudele di Finale di Partita che sposta l’asse della riflessione esistenziale verso una realtà inquietante e fin troppo prossima. 

Pur mantenendosi assai fedele al testo e a molte delle indicazioni dell’autore, Russo immerge “l’assurdo” di Beckett in una dimensione claustrofobicamente casalinga, a partire dalla scenografia. 

Roberto Crea costringe i protagonisti in una scatola inquietante e dall’apparenza trasandata, emanazione spaziale dei sentimenti e dei rapporti, regolarmente suddivisa in tre spazi scanditi dai  rispettivi fondali e dagli stessi abitanti, al cui centro spicca una logora carta da parati e una porta d’uscita (o d’entrata? Non è chiaro il concetto, quando la scrittura costringe costantemente sulla soglia). Ai lati le due finestre indicano con chiarezza la posizione dell’abitazione rispetto all’esterno: siamo in basso, non proprio un rifugio (antiatomico?), ma senza dubbio un appartamento seminterrato, di quelli che nessuno vuole abitare perché troppo umidi, troppo bui, troppo soffocanti. Sulla sinistra una tenda da doccia suggerisce un altro ambiente – il bagno – nella cui vasca – effetto sarcofago – colma di rifiuti sono seppelliti i corpi di Nell e Nagg, genitori del protagonista. Niente secchi di immondizia indicati da Beckett, bensì qualcosa di quotidiano. Speculare a destra, un mobile con due fornelli e una luce a neon lascia intuire una cucina, luogo d’elezione di Clov. Nel mezzo – spaziale e parentale – è Hamm con la sua sedia a rotelle, il respiratore e i suoi segnali sonori. A dare la dimensione dell’abitazione è però Clov, unico personaggio dinamico rispetto all’immobilità degli altri: si affretta fra le due finestre, sale e scende da una piccola scaletta per osservare l’esterno, sposta oggetti, assiste Hamm, con un andamento sincopato dato dal tutore alla gamba, forse correlativo di un rapporto d’amore filiale che è rassicurante e limitante al tempo stesso. Proprio come la sedia a rotelle lo è per Hamm, rispetto allo spazio angusto e stagnante dei suoi genitori. 

I costumi di Enzo Pirozzi seguono l’onda delle scene, per una trasandatezza che è riflesso dell’anima dei personaggi, ma anche denuncia dei tempi correnti, laddove alla povertà si associa spesso una incapacità di gestire le difficoltà familiari e il legame si trasforma in prigionia o agonia.
Discreto, ma efficace il progetto delle luci firmato dallo stesso Crea con Giuseppe Di Lorenzo, che mescola insieme la crudezza gelida del neon con il calore della luce naturale, di qualsiasi natura essa sia. Il gioco cromatico dei due estremi si ripete ancora fra la cornice invisibile, che pure rende visibile la scena, e le fonti luminose “verosimili” del lampadario e dell’applique, simili nel colore e nell’opacità alle luci perpetue dei cimiteri.
Le musiche e il progetto sonoro di Antonio Della Ragione seguono il filo di uno spettacolo nato e voluto – per espressa affermazione del protagonista – attraverso la lente del microfono, con la creazione di piani sonori e suggestioni che solo il teatro contemporaneo – nell’allestimento e nella riscrittura – riesce a includere. Peccato che nella replica di domenica un problema tecnico abbia impedito il corretto svolgimento di questo progetto, costringendo gli interpreti a soluzioni differenti, ma pur sempre di grande efficacia.  

Dopo questa lunga introduzione, appare quindi più chiara l’operazione di Russo che pone la famiglia al centro della riflessione beckettiana: luogo di immobilismo fisico ed emotivo, trasformando in questo modo la rappresentazione di una probabile dissoluzione dell’umanità causata da un evento catastrofico (plausibilmente post atomico) in un’analisi inquieta e struggente sui rapporti familiari. Un’analisi a catena, poiché Hamm è un anello che unisce due generazioni: quella dei padri e quella dei figli trovandosi, anche fisicamente, al centro di questi rapporti e vittima, egli stesso, di questa centralità fra passato e futuro. 

In questa partita al massacro Michele Di Mauro (Hamm) gioca un ruolo fondamentale. Non solo perché è il fulcro di quanto accade – gli altri nuclei non dialogano mai fra loro – ma soprattutto perché riesce a manipolare la parola di Beckett trasformandola in qualcosa di riconoscibile: il lamento del vicino di casa allettato, della nonna malata, del parente in fin di vita. Le pause, le interruzioni, il ritornare sui discorsi non sono semplici meccanismi speculativi della crisi interna al dramma di conversazione, ma frammenti di realtà catapultati nell’universo di Beckett. E privati di un’aura intellettualisticamente “assurda”. Persino nella sua immobilità, si avverte lo spasmo degli ultimi istanti di vita che vibra per poi spegnersi più e più volte e ricominciare, in un eterno ritorno. 

Accanto a lui Giuseppe Sartori è un Clov prestante e timido, dall’andamento incerto e dalla parola sospesa. Dettagli che ne potenziano una fragilità tenera e non una sottomissione servile. A lui il compito di “dare movimento” al sistema famiglia, di adoperarsi per la sua ritualità quotidiana: il cibo, gli oggetti prima necessità, il controllo del mondo esterno. A lui resta la fuga finale, mai realmente conclusa in una attesa sempre sulla soglia, legato da un filo invisibile di affetto e disperazione di cui il tutore alla gamba è il simbolo tangibile, ma non l’unico. In altre occasioni ho avuto modo di apprezzarne il talento, fra queste almeno ne La ramificazione del pidocchio di ricci/forte per Short Theatre, diversi anni fa, e più recentemente come Oreste in Coefore/Eumenidi di Davide Livermore all’INDA: un artista completo ed eccellente da cui aspettarsi ancora esiti notevoli. 

Completano il quadro familiare Anna Rita Vitolo (Nell) e Alessio Piazza (Nagg). 

La prima, già applaudita Gesualda nel ruccelliano Ferdinando di Arturo Cirillo, qui riesce a trovare una gestualità ritmica e ipnotica che fa il paio con una parola straniante e stralunata, forse la più beckettiana del cast, rimanendo però coerentemente nel gioco familiare proposto dal regista, senza travalicarne i confini. 

Il secondo, invece, più energico, vibrante, rumoroso, riesce a trasformarsi in una specie di archetipo a fumetti, un Lare vorace e capriccioso, a sua volta cardine fra Hamm e Nell, in uno speculare rapporto padre-figlio di squisita simmetria. 

Un Beckett inaspettato, per alcuni, ma coinvolgente e attento al mondo contemporaneo: ecco il teatro di cui abbiamo bisogno. 

Teatro India

Finale di partita

20 – 25 gennaio 2026

di Samuel Beckett
traduzione Carlo Fruttero
regia Gabriele Russo
con Michele Di Mauro, Alessio Piazza,
Giuseppe Sartori, Anna Rita Vitolo

scene Roberto Crea
costumi Enzo Pirozzi
disegno luci Roberto Crea e Giuseppe Di Lorenzo
musiche e progetto sonoro Antonio Della Ragione
foto Flavia Tartaglia

produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, Teatro Biondo Palermo

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