di E. Metalli
Il codice identificativo per i morti in mare, in particolare nel contesto dei naufragi di migranti nel Mediterraneo, è un sistema numerico o alfanumerico univoco assegnato alle salme non identificate per garantirne la tracciabilità e la futura identificazione.
Il tema è delicato, considerando inoltre l’atteggiamento politico attuale, ma Saverio La Ruina ha la destrezza e l’esperienza per trarre da questo dato burocratico lo spunto per uno spettacolo di giusto spessore emotivo, senza perdere l’effetto della semplicità nella comunicazione.

KR70M16 – Naufrago senza nome, andato in scena al teatro India dal 28 gennaio al 1 febbraio, vuole essere il riconoscimento delle vittime di ogni sopruso, restituendo dignità non solo ai grandi oppressi della storia, come gli Ebrei della Shoah, ma anche a quegli sconosciuti che affrontano un viaggio di speranza e incontrano invece una fine disperata.
La chiave di lettura è leggera, onirica, pirandelliana: il set bianco, curato nel disegno luci e nelle illustrazioni da Dario De Luca, secondo un principio di teatro artigianale di immenso pregio, immerge gli interpreti in una realtà fuori dal tempo e dallo spazio.
Siamo in un cimitero di fronte al mare, come se ne trovano molti nel Sud: a Crotone il cimitero, racchiuso però in alte mura, si trova proprio al confine fra terra e acqua.

La stessa linea di confine è disegnata, unico tocco di colore in una scena quasi bidimensionale (come se il mondo dell’anima non avesse spessore), le sue onde avvolgono e incantano e sono la perfetta cornice di questa storia composta di episodi, di argomenti sparsi, abbandonati e ripresi, piccoli racconti e frammenti, melodie antiche, parole spezzate che si ricompongono solo alla fine, nella totalità del racconto.
Il titolo dello spettacolo porta con sé la fredda codifica “burocratica” di un’esistenza interrotta, un’identità negata: «KR» indica la provincia, «70» il settantesimo ritrovamento, «M» il genere maschile e «16» l’età.
Ma KR70M16 non è solo un numero, è un essere umano, un naufrago senza nome, che rivendica la propria biografia. Una vita che si snoda fra le pieghe dei ricordi, si accompagna alle musiche africane o della tradizione mediterranea – la barriera è poi così insuperabile? – e si accontenta di vedersi riconosciuta non più in un codice o in un soprannome, bensì in un nome proprio.

Non è tanto la sofferenza a caratterizzare questo percorso di conoscenza, spettacolo di formazione per i personaggi e per il pubblico, quanto bensì la malinconia, che si accentua nel finale dall’altissimo valore poetico. La morte si trasfigura in una sorta di danza ipnotica, così, nonostante l’ingiustizia e la rabbia per una perdita umana, ci si confronta con un fatto – ecco il ritorno al titolo – che deve far riflettere a monte e non piangere a valle.
Grazie alla forza delle musiche di Gianfranco De Franco e alla linearità dei costumi di Cecilia Foti, nonché al talento gentile e collaborativo di Saverio La Ruina (spigoloso psichiatra), Dario De Luca (guardiano dalla toccante umanità) e soprattutto della stessa Cecilia Foti (dolcissimo bambino e “cantatrice” incantevole) si toccano corde emotive senza devastare gli animi, si invita a riflettere senza insegnare nulla, ma soprattutto si rende dignità a chi sembra quasi non averne neppure diritto.

TEATRO INDIA
28 gennaio – 1° febbraio 2026
KR70M16 – Naufrago senza nome
di e con Saverio La Ruina
e con Dario De Luca, Cecilia Foti
musiche Gianfranco De Franco
disegno luci e illustrazione Dario De Luca
luci e audio Daniele Nocera
costumi Cecilia Foti
responsabile allestimento Giovanni Spina
assistente alla regia Rosy Parrotta
organizzazione Egilda Orrico
amministrazione Tiziana Covello
produzione Scena Verticale
