ARECIBO: tra messaggi interstellari e solitudini digitali.

6 Febbraio 2026

In scena al Teatro Basilica di Roma dal 5 all’8 febbraio 2026

Cosa resta di un messaggio lanciato nel vuoto più di cinquant’anni fa?
Nel 1974, dal radiotelescopio di Porto Rico, l’umanità spedì un’immagine in 1679 bit verso l’ammasso globulare M13. Oggi, quella stessa umanità sembra smarrita davanti a un display, incapace di gestire il silenzio di una notifica che non arriva.
Arecibo, il nuovo lavoro del collettivo Fucina Zero in scena al Teatro Basilica, non è solo il racconto di un’impresa astronomica, ma una lucida e amara radiografia della nostra solitudine iperconnessa.

Visivamente lo spettacolo gioca con simboli efficaci, a partire dalla scelta dei costumi curati da Giulia Barcaroli. I tre performer, Mario Berretta, Andrea Carriero e Giulia Rossoni, entrano in scena indossando felpe, ognuna di un colore diverso ma tutte logate NASA: un’uniforme che evoca l’autorità della scienza e il sogno collettivo. Quando se ne spogliano, rivelano maglie dal sapore pop, riportando la questione su un piano umano, quotidiano, quasi intimo.
È un passaggio strategico che accorcia le distanze con il pubblico: non siamo più testimoni di una missione spaziale, ma complici di un’indagine emotiva sulla comunicazione.

Si assiste a una disamina quasi scientifica, eppure ferocemente attuale, del gergo relazionale contemporaneo; lo spettacolo traccia un parallelismo vertiginoso tra l’immensità dell’Universo e le spietate dinamiche di ghosting, orbiting, benching, breadcrumbing, scrivendo col bisturi una sorta di glossario dell’abbandono.
Qui la drammaturgia di Jacopo Angelini compie un’operazione acuta: sovrappone la mappatura delle stelle alla mappatura delle nostre disfunzioni relazionali.
Mentre sullo sfondo si evocano giganti come gli scienziati Jill Tarter, Carl Sagan o Frank Drake, in primo piano si consumano i piccoli drammi digitali di chi “orbita” intorno alla vita degli altri senza mai atterrare.
È una riflessione potente: siamo passati dall’attesa messianica di una risposta aliena alla frustrazione quotidiana di un messaggio visualizzato e ignorato.

La regia di Matteo Finamore raggiunge compiutezza estetica in un’immagine che si fissa nella retina: quella del performer in tuta spaziale che, avvolto dal fumo scenico, smette di essere un astronauta per farsi bambino. Il contrasto tra l’ingombrante armatura tecnologica e il racconto fragile di un gatto che fa capolino nell’infanzia è un momento a tratti commovente capace di dare calore al vuoto siderale della scena.

In tale vuoto cosmico, ben si inserisce il disegno luci di Omar Scala e, se l’architettura sonora di Giulia Menaspà e la gestione della loop machine creano un tappeto ipnotico e coerente, resta la sensazione che il dispositivo potesse spingersi ancora oltre.
In alcuni passaggi, infatti, si avverte la mancanza di un taglio più marcatamente ironico che avrebbe potuto graffiare ulteriormente il cinismo delle relazioni moderne, lasciando così ancora un potenziale da approfondire.
Anche i personaggi in scena, pur nella loro bravura come “medium” narrativi fra le varie epoche, avrebbero beneficiato di uno spessore psicologico maggiore, per permettere a chi guarda, di ancorarsi ancora di più alle proprie traiettorie emotive.

Arecibo resta comunque un esperimento teatrale rilevante che si interroga sul nostro rapporto con il silenzio, l’attesa, l’altro e si domanda se esista un paradigma di comunicazione diverso dal semplice dialogo.
Una produzione targata lacasadargilla e Gruppo della Creta che convince per l’intelligenza del soggetto e per un meccanismo di identificazione così efficace da trascinare gli spettatori in un fragoroso applauso finale, accompagnato dalle note dell’immancabile Starman di David Bowie.

Fucina Zero appare una compagnia in grado di affrontare temi complessi con naturalezza, ricordandoci che ogni nostro “ciao” inviato nel vuoto – che sia diretto a una galassia lontana o a una persona nella stanza accanto – è, in fondo, un atto di fede.

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