di E. Metalli
Il primo album di composizioni originali di Pietro Roffi, dal titolo 1999, ha vinto l’Orpheus Award come “Miglior Disco” italiano di fisarmonica.
La sua musica è trasmessa da BBC Radio 3, WDR 3, Radio France e Rai Radio 3 ed è eseguita in sale come Concertgebouw di Amsterdam, Tonhalle di Zurigo, Filarmonica di Monaco, Sala São Paulo e Filarmonica di Belgrado da interpreti quali Ksenija Sidorova, oltre che da solisti, ensemble e orchestre internazionali.

Classe 1992, Pietro Roffi nel 2018 debutta con l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia all’Auditorium Parco della Musica di Roma per i 90 anni di Ennio Morricone, interpretando una nuova composizione scritta per lui da Dario Marianelli. Non si è fermato: insegna, suona, compone e ha persino inciso colonne sonore per il cinema, tra cui Pinocchio di Matteo Garrone, candidata ai David di Donatello.
Il 30 gennaio 2026 è uscito il nuovo album Oltrepassare, pubblicato da Extended Place e prodotto da Blue Mirror. Mi sembra ieri che ho scoperto questo artista, in un concerto dell’estate romana 2017, mentre interpretava Piazzolla con una tale intensità che ho ancora addosso l’emozione delle Cuatros Estaciones Porteñas.
Oggi si propone al pubblico con un progetto maturo, ma vibrante della sua giovinezza, anagrafica e artistica, che gli permette di concepire composizioni di imponente impatto emotivo, ma anche dal notevole equilibrio sonoro, timbrico e armonico.

Oltrepassare è un album e un viaggio, magari interiore o, forse, un’Odissea vera, come le molte raccontate nella letterature, nell’arte, nel cinema: linguaggi che sembrano trovare spazi improvvisi e subitanei nella sua musica.
Out of the Blue è un brano di apertura quasi in sordina, che unisce il mistero di una melodia semplice, quasi popolare, con la linea della fisarmonica in un continuo di salite e discese dal sapore antico e colto al tempo stesso.
Il tessuto armonico accoglie l’ascoltatore, come un’onda calda che lascia entrare lentamente in un mare profondo e, per certi versi, sconosciuto e pericoloso. Il suono della fisarmonica seguita a incantare e a ripetere: “vieni, entra, entra insieme a me! Senza paura… ti porterò lontano…”. L’ascoltatore entra, si lascia convincere.
I quattro brani che seguono, una sorta di unica composizione sul tema del “passare oltre” (titolo e concept dell’album) ricominciano proprio da questo ingresso nel silenzio per sviluppare una dimensione sonora peculiare. All’inizio si sentono riflessi e modi delle melodie appena ascoltate, come un’impronta o l’alone del caldo sui vetri: la trasparenza e l’opacità che lottano fra loro.
Roffi le estremizza, costruendo il brano su una melodia a spirale che sembra salire attorno a un focus medio-acuto, simile a un lamento, ma rassicurante e dolce che monta con l’ingresso degli archi e si affievolisce grazie alle scale discendenti del pianoforte. Al centro di tutto resta il suono vibrante e rassicurante della fisarmonica.

Bridge prende le mosse, invece, dal ritmo. Somiglia a un respiro affannato e poi si trasforma in una danza dall’andamento tradizionale, ma dal colore immancabilmente diverso. Una danza che si spegne, improvvisa, e fluisce in Flight, un brano dai contorni più sfumati e intensi, dati dalla vibrazione tellurica delle corde degli archi e dal loro pulsare lento. Questa volta l’ingresso degli altri strumenti resta entro i limiti dell’intimistico, come volume, anticipando la semplicità meravigliosa ed equilibrata del quarto brano, interamente impostato su una melodia quasi galante del pianoforte, dal sapore malinconico e romantico. Un romanticismo struggente, come i dipinti di Jack Vettriano.
Interessante la sequenza che alterna, poi, Ieri, Oggi, Domani, un brano che somiglia a un omaggio al mondo di Piazzolla, corrispondenza amorosa e artistica confermata da Quasi un Tango.
Se non fosse il titolo a dichiararlo, basterebbero il ritmo e il continuo affollarsi di citazioni, ipnotiche e reiterate all’infinito, brandelli immersi in una sonorità tutta elettronica e moderna che nulla lascia del sapore della tradizione argentina, se non le volute dei passi di danza.
Fra questi due, Lost in Your Skies nella doppia versione per piano solo, struggente, e per tutto l’ensemble. Quest’ultima, in particolare, riesce a moltiplicare il punto di vista, la spazialità e la percezione dell’ascolto verso polarità opposte e lontane, ma tenute insieme da un centro propulsore creativo di incredibile fascino. Le reiterazioni della seconda parte del brano danno l’impressione che non si arrivi mai a una fine, finche non cala il silenzio su un accordo ancora aperto. L’eco di quelle reiterazioni risuona nel silenzio dopo la fine del brano, come qualcosa che si allontana lentamente verso altri mondi.
Out of the Blue, in versione per archi, chiude il cerchio di un progetto tenuto insieme da una tecnica compositiva salda che però non cede il passo alla freddezza accademica. Il calore della passione è instillato fra le armonie, ma non guida né un’unica melodia né un singolo strumento. Tutto è bilanciato, composto, equilibrato con l’intenzione di condurre l’ascoltatore da un inizio a una fine non solo musicale, ma anche emotiva e narrativa. Una storia che oltrepassa i confini e racconta quello che le anime sapranno leggervi dentro.
