Wilde al Sala Umberto: un teatro classico e un classico a teatro!

25 Ottobre 2025

Al Teatro Sala Umberto va in scena L’importanza di chiamarsi Ernesto, un classico della commedia leggera, la più nota forse della produzione di Oscar Wilde, in una sapida traduzione di Masolino D’Amico per la regia di Geppy Gleijeses, ripresa da una precedente di Mario Missiroli.

Fondamentale fin dal titolo è il traduttore del testo, poiché tutta la trama si regge sul gioco linguistico – variamente declinato – fra il nome Ernest e il corrispettivo significato fonico che in lingua inglese esso assume (rassicurante, onesto, una persona degna di fiducia…). 

Della stupefacente ricchezza inventiva con cui Wilde derubava la società inglese di fine Ottocento, trasformandone i rituali vuoti e i discorsi di facciata in pretesti di riso, è testimone non solo questa commedia, ma senza dubbio anche Il Ventaglio di Lady Windermere e Un marito ideale. Rispetto a queste ultime, però, L’importanza di chiamarsi Ernesto possiede maggiore leggerezza e una dinamicità tutt’altro che scontata e una maggiore dose di divertimento, dato da una vicenda che non ha alcun risvolto drammatico. Persino la scena dell’agnizione attraverso la famigerata borsa di cuoio ha più i tratti di una grande parodia tragica e non tocca in alcun modo l’animo dei protagonisti. 

Nonostante questa dinamicità, Gleijeses costruisce una regia assai statica, più salottiera che innovatrice, ricalcando situazioni e atteggiamenti di repertorio senza trasfondere nel testo una visione rinnovata. Nulla di male, in questo, ma sottolinea la contemporanea difficoltà della riproposizione dei classici e la quasi totale assenza di nuova drammaturgia – di compagnia e non solistica – a livello professionale nelle programmazioni dei teatri italiani. 

Ampliando la visuale, le scommesse – economiche e finanziarie – che il teatro italiano si trova ad affrontare non gli permettono di rischiare troppo. I classici, allora, diventano un ottimo mezzo per garantire l’interesse del pubblico – “Ah, sì… Ernesto… Wilde… molto divertente, andiamo!” – e seguitare così a programmare le stagioni senza soccombere alla concorrenza di altre forme di intrattenimento. 

In alcuni rari casi, però, il classico diviene mezzo di sperimentazione o, almeno, l’occasione per azzardare, dando vita a qualcosa di nuovo pur partendo da un testo noto. Rari, appunto, e in ogni caso azzardi, a volte premiati dall’entusiasmo veicolato dai social, altre affossati dalla delusione di un appuntamento mancato. 

In questo allestimento la tradizione è la scelta privilegiata: una tradizione costruita su anni di mestiere, rodata su innumerevoli palcoscenici e alle radici dell’artigianalità preziosa dello spettacolo italiano. Ma pur sempre una tradizione che predilige la parola al gesto, che è più attenta all’intonazione rispetto alla naturalezza della frase, che costruisce il personaggio dall’esterno senza dotarlo di un’anima riconoscibile, all’interno. 

L’impressione che si riceve, allora, è quella di una apparente commedia dell’arte o di burattini, perfettamente raccontata, ma scarsamente agita. Mentre le poche azioni che hanno luogo somigliano a comiche rocambolesche e non a dinamismo in equilibrio fra le parti. Si pensi, per esempio, agli inseguimenti attorno al tavolo o all’atto di sedersi e alzarsi da sedie e divani.

A garantire questa illusione – e proprio nella logica di una tradizione artigianale tutta italiana – ci sono anche le meravigliose scene di Roberto Crea – nomen omen – il cui bosco-giardino è sognante e malinconico e gli smaglianti costumi di Chiara Donato, completi di ogni dettaglio, dal cappello alla borsa accuratamente selezionati.

Il cast si allinea alla visione regista, senza andare a cercare inutili pretesti per spostare l’asse verso un approfondimento maggiore o un semplice intellettualismo che, a dirla tutta, forse stonerebbero o rischierebbero di creare disallineamenti senza giungere a nessun esito. 

Fra tutti l’attenzione si concentra sulla veterana Lucia Poli, che tratteggia una zia Augusta davvero gustosa. La sua leziosa dizione – marchio di fabbrica – diviene una cifra di sarcastico umorismo per il personaggio che più di altri incarna le assurde contraddizioni dell’epoca vittoriana. 

Nonostante il talento di Giorgio Lupano e Luigi Tabita, rispettivamente Jack e Algy, che bilanciano con cognizione di causa il gioco comico-spalla alternandosi nelle battute sagaci e nelle prevedibili controscene, è il fronte femminile a offrire le prove più smaglianti. 

Così Maria Alberta Navello attraversa i suoi registri vocali con disinvoltura per tratteggiare un personaggio di mutevole inconsistenza mentre la scanzonata Giulia Paoletti imposta la piccola Cecily su una capricciosità simpaticissima. E in effetti il loro scontro è spassosissimo tanto quanto la riconciliazione. 

Gloria Sapio riesce a strappare sorrisi e applausi grazie a una voce particolare, gestita con grande gusto e a una mimica facciale deliziosa. Accanto a lei il simpatico reverendo di Bruno Crucitti e il macchiettistico doppio domestico di Riccardo Feola completano lo spettacolo. 

Più di una risata, umoristica e non comica, e molti applausi sinceri: non è comunque poco per un teatro classico e per un classico a teatro! 

Teatro Sala Umberto

21 ottobre- 2 novembre 2025 

LUCIA POLI | GIORGIO LUPANO | MARIA ALBERTA NAVELLO | LUIGI TABITA
in

L’IMPORTANZA DI CHIAMARSI ERNESTO

di Oscar Wilde | traduzione Masolino D’Amico

con GIULIA PAOLETTI | BRUNO CRUCITTI | GLORIA SAPIO | RICCARDO FEOLA

costumi Chiara Donato | scene Roberto Crea | luci Luigi Ascione

regia GEPPY GLEIJESES

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