Quanto può far male scegliere di riaffrontare il proprio passato?
Quanto può essere doloroso ricordare qualcosa che si era scelto di dimenticare?
Lo spettacolo “Scavare, Escavar” di Letizia Russo, in scena al Cometa Off fino a domenica, porta lo spettatore a fare i conti con queste domande e con se stessi, mettendoci faccia a faccia con quei fantasmi che tutti noi abbiamo rinchiuso da qualche parte.
La storia che ci accompagna è quella di Joana (Sonia Barbosa), straniera figlia di stranieri trasferitisi in Italia, e della sua “vocina” Giada Prandi, pronte a rientrare nella casa della sua adolescenza, il luogo dove ancora vivono i traumi del passato, il difficile rapporto con i genitori, le angherie subite dai compagni di classe e le difficoltà di riuscire ad accettare se stessa.
Joana, ormai adulta, diventata archeologa, scava nei ricordi della sua giovinezza, riesumando pian piano i resti di quella che era e che sperava di aver rimosso.
Il testo di Letizia Russo si alterna tra l’italiano acquisito di Joanaed il portoghese di nascita e la messa in scena di Barbosa ricalca il vero e proprio modus operandi di uno studioso del passato: scava, analizza, interpreta i rimasugli di una vita che fa fatica a ricollegare a sé.
Il palco si compone di spazi ed oggetti che incarnano i ricordi ed i traumi della sua adolescenza. Il materasso su cui faceva fatica a dormire, la sedia dove suo padre era solito fumare, l’armadio in cui aveva seminato la speranza di una vita migliore, compongono uno spazio che poco a poco viene riesumato, portando alla luce esperienze difficili da vivere nuovamente.
Il velo che avvolge i vecchi mobìli è carico del peso di quegli anni tanto complicati e di quelle emozioni che Joana non vorrebbe, ma con cui deve, scendere a patti.
Ci si immerge in questo viaggio carico di paura, di incertezze e di domande che, in particolare nella seconda parte, riesce a toccare le corde più intime dei presenti.
Quando ci si allontana dalla complessità dei dubbi iniziali per entrare a pieno nelle esperienze di Joana, ecco che la storia interpretata da Barbosa e Prandi riesce a rompere le barriere tra palco e platea.
Gli scontri passati di Joana con i compagni di scuola, con i professori, con i suoi genitori si susseguono in un crescendo di tensione emotiva che portano la protagonista ad essere sopraffatta. Il peso di tutti quei drammi rischia di soffocarla per sempre; ma è proprio in quelle dolorose sensazioni che si nasconde il seme di una vita migliore.
Ripercorrendo alcuni dei momenti più significativi della propria adolescenza emerge la possibilità di poter finalmente far pace col proprio passato.
Il viaggio di Joana diventa quello di tutti i presenti in sala, portati ad entrare in quella casa, in quelle stanze dove giacciono le cose che si vuole dimenticare, pronti a metterle a posto una volta per tutte.
E a volte, per iniziare a sistemarle, basta solo aprire le finestre e far prendere un po’ d’aria.
E come lo fa Joana, potremmo farlo tutti noi.
Tutti abbiamo una casa, fisica o no, in cui abbiamo rinchiuso i nostri scheletri, frammenti di noi che speriamo di non dover mai riscoprire, nella speranza che vengano portati via dal tempo, magari ammuffendo negli stipi in cui li abbiamo lasciati.
Eppure, “Scavar, Escavar” ci mostra come la soluzione, la speranza di una pace, può nascere dal fare i conti con ciò che abbiamo di irrisolto.
