Otto sagome sdraiate a terra col volto coperto da maschere larvali, vestite con tuniche bianche e nere, aspettano che il pubblico si sieda e sia pronto allo spettacolo. Con il sottofondo di una musica antica, ancestrale, lontana, si svegliano, iniziando a muoversi fino al alzarsi.
Una volta in piedi il loro movimento non cessa, continua senza sosta, senza parole, esplorando lo spazio del palco, i loro corpi e i corpi dei compagni di scena.
Un movimento disordinato, il loro, una comunicazione non verbale lasciata interamente alla mimesis gestuale corporea, difficile da interpretare, un’angoscia e un dolore tuttavia palpabile che cullano la platea in un’atmosfera d’inquietudine, fitta e primordiale.
Così si presenta La canzone del salice, andato in scena al Teatro Basilica, frutto del progetto shakespeariana, a firma di Rosi Giordano, con Eva Allenbach, Susanna Lauletta, Raffaella Luminati, Mario Migliucci, Marco Mungiello, Sonia Mungiello, Barbara Parisi e Alessio Sapienza.
Lo spettacolo vuole ripercorrere i sentimenti e le emozioni dell’Otello di Shakespeare, il tormento della gelosia e la sofferenza della morte, e lo fa senza dialoghi e narrazione.
I performer in sette quadretti incorniciati da brevi parole pronunciate da una voce fuori campo e da videoproiezioni (di Fabio Massimo Iaquone) che scenograficamente trasportano lo spettacolo fuori dalle mura del teatro, evocano con il loro corpo le emozioni di Otello, Iago e Desdemona senza interpretarli; difficile è districarne una dall’altra, collegarne la gestualità, in quanto ogni movimento si ripete in ogni quadro; le maschere dall’espressione angosciata ci guardano, Sheakspeare non gli fa da padrone, rimandano a una pena archetipa, legata all’uomo e non al personaggio.
Sostenuta da un gioco di luci (di Matteo Ziglio) che unito al testo visivo sembra rievocare i sapori della cinematografia d’autore in bianco e nero degli anni ’50, la messinscena, in un atmosfera noir, destabilizza, diventando un escalation di calma tensione, il sussurro del dolore di una ferita che si tramuta al femminile negli ultimi istanti, con i versi della canzone del salice (barbara parisi) spostando l’attenzione alla violenza di genere, e in questo troviamo Otello e la nostra contemporaneità.
