
In scena ancora fino a domenica 18 gennaio presso il Teatro Argentina di Roma, dopo aver debuttato giorno 7 del corrente mese, “Il Gabbiano”, la commedia drammatica o – vai a capire – il dramma comico di Anton Cechov diretto – oltre che interpretato – da Filippo Dini.
Spesso e volentieri scrivendo delle recensioni io Giuseppe Menzo ho esordito in questi luoghi sottolineando quanto mi fosse difficile adempiere il compito conseguenziale di riportare le mie impressioni scritte in seguito alla visione di un fatto teatrale – e ritengo di essere sempre stato estremamente sincero nelle varie volte che mi sono espresso in proposito -, mentre questa volta posso allegramente e con una certa dose di sana leggerezza affermare che “il comporre” a proposito dello spettacolo in oggetto è animato da un’abbondante dose di una serenità che la qualità dello stesso mi ha iniettato nel corpo.
Beh, insomma, questa è una lunga, forse lunghissima, premessa per sentenziare che questo nuovo, ennesimo, adattamento delle disavventure familiari cechoviane in riva ad un non meglio identificato bacino lacustre mi è sembrato, al netto di alcune criticità che mi riservo di esplicare, un lavoro baciato dalla grazia registica, attoriale, teatrale.
Filippo Dini – qui Trigorin – è, probabilmente, uno degli attuali capisaldi del sistema teatrale italiano e per quanto a volte abbia proposto personaggi e situazioni al limite della sopportazione nervosa aiutato – o, a seconda dal punto di vista, osteggiato – dalla propria impareggiabile energia, qui diventa responsabile di una messinscena che, per quanto mi riguarda, ha il merito di vivisezionare un testo il cui portato storico potrebbe battere in partenza qualsiasi compagnia che si appresti a lavorarlo, riuscendo, al contrario, ad eseguirne un attento e profondissimo esame autoptico che però non ha il compito di accertare il decesso dei suoi famosissimi personaggi quanto, in un meraviglioso gioco a contrasto, di dargli una nuova scarica elettrica che a mo’ di novello Dottor Frankenstein lo riporta ad una vitalità travolgente.
“Il Gabbiano”, come letto da recensori più autorevoli e competenti del qui scrivente e come sensibilità mature ed informate trasmettono da diverse decadi, è intreccio di incomunicabilità e di dolorosissime non corrispondenze amorose, ma, nonostante queste radicatissime premesse, proprio in questi mancati incontri che sono geneticamente insiti nella struttura della pièce si intravedono alcune delle criticità di sopra accennate poiché molti dei “passi a due” di cui è composta la drammaturgia più che ammantati di incomprensioni e disinteresse reciproco appaiono privi di un vera relazione scenica che, invece, può e deve vivere anche l’obiettivo del non ascolto pur non apparendo fragile e sfilacciata.
Ma, nel complesso, la discesa agli inferi dell’attore e regista nei panni dello scrittore tormentato – Dini/ Trigorin, ricordiamolo – sembra rilanciare e rivitalizzare tutto il corpo di lavoro attorno a sé che si giova della tragica estasi di un capocomico che offre al pubblico una prova dura, cruenta, vera e – rientriamo nella semantica medica – chirurgica nell’esplorare le viscere dei sentimenti delle parole del figlio del bottegaio russo e nell’estirpare dalle stesse con immenso coraggio l’ineluttabile cappa di sofferenze che, senza pessimismo alcuno, avvolge le esistenze di tutte e tutti siano esse o essi personaggi, attori o spettatori.
“Il Gabbiano” di Dini credo sia tutto qua e non me voglia nessuno delle/degli altre/i interpreti che vivono il palco e la narrazione con alterne fortune.
Tuttavia, a proposito di alcuni degli altri interpreti:
Fulvio Pepe – feticismo del recensore – non delude mai quando lo si vede calcare delle assi di un Teatro (qui è il medico Dorn), mentre lascia perplessi la prova di Giuliana De Sia qui alle prese con una Arkadina che appare spazialmente ed intimamente spaesata, forse in balìa di un’attrice spesso vista con grandi fortune alle prese con figure meno cristallizzate nella loro eternità e più alle prese con le nevrosi della stretta modernità; Gennaro Di Biase si staglia con mestiere e brillantezza tra le pieghe della replica con un Samraev carismatico e gestito da un attore bravissimo ad alternare senza darne stucchevole evidenza un registro brillante ad uno rabbioso.
Molto altro o nulla più forse andrebbe aggiunto ad un articolo come quello che avete letto fin’ora a seconda che si voglia provare a restituire parecchi più degli elementi presenti nelle 2h30′ più intervallo della serata o se, piuttosto, si voglia lasciare il lettore con la stessa evanescente sensazione di malinconia che avviluppa questa opera sin dalla sua prima presentazione al pubblico sotto le direttive di un regista che ancora oggi aleggia nella vita di attrici e attori che ne studiano il “Metodo”.
Si sceglie di interrompersi qua e si consigliare l’esperienza di vedere questa storia che urla aiuto con le mani rivolte verso il cielo mentre precipita verso un gorgo ineluttabile.
Ne “Il Gabbiano” di Filippo Dini sono presenti, oltre gli attori citati, Virginia Campolucci, Enrica Cortese, Giovanni Drago, Angelica Leo, Valeria Mazzuccato ed Edoardo Sorgente.
