di E. Metalli
Con la carabina di Pauline Peyrade, nella traduzione di Paolo Bellomo e con la regia di Licia Lanera, torna a Roma dopo moltissime repliche nei teatri italiani e ben due premi Ubu all’attivo vinti nel 2022: miglior regia e miglior testo straniero messo in scena da compagnie o artisti italiani.
Con la carabina arriva e resta fino a domenica 1 febbraio allo Spazio Diamante, palcoscenico che vanta una stagione varia e accattivante rispetto al panorama romano, e rispecchia inoltre precise caratteristiche funzionali a questa messinscena: la distanza del pubblico dallo spazio scenico è minima, la prospettiva dello spettatore è vicina e continuamente disturbata dai due punti luce fotografici, che rendono scomodo e volutamente parziale il punto di vista.
Questo progetto (regia e spazio) di Licia Lanera è curato con dovizia di dettagli e senza lasciare nulla al caso, la sua idea è attenta al messaggio, per nulla semplicistico, che il testo propone, sostituendo (con intenzione? Direi di sì) la realtà al posto della finzione (scenica) dichiarata. Si aprirebbe un discorso più ampio sulla sua idea di teatro che mi riservo di indagare magari in una intervista futura.
Siamo di fronte a un doppio racconto, da un lato la violenza sessuale, svilita da una sentenza del tribunale che reputa consenziente allo stupro una bambina di 11 anni, dall’altro una vendetta sul violentatore, che sa di giustizia macchiata dalla disperazione. In entrambi i casi non c’è un punto di vista univoco, se non la presa di coscienza di un fallimento della società tutta nel campo dell’educazione al consenso. Non c’è neppure un giudizio, ma la sospensione del respiro, la violenza dell’atto e la sua ineluttabilità che travolge chi agisce e chi guarda.

Immersi nel nero della scena, un tavolo e due sedie in primo piano su cui siedono Ermelinda Nasuto e Danilo Giuva. Sul tavolo una ruota panoramica in miniatura è tutto ciò che resta del luna park dove avviene lo stupro, ma è anche monito, ricordo parcellizzato e costantemente sott’occhio di quell’atto se, a rovescio, il set è quello della casa in cui si consuma la vendetta. Ogni oggetto, quindi, prende una prospettiva opposta a seconda del momento narrato: la pistola che entra nella bocca, il sangue che vediamo uscirne, le mani sulla nuca, il coniglio che prende su di sé più simbologie: il premio, la codardia, la sofferenza.
Lo stesso accade agli interpreti che si plasmano attraverso impercettibili trasformazioni, che stillano sofferenza o, peggio, brutale indifferenza, che distillano i dettagli in un campo ristretto, in un tempo dilatato. Sfiorano l’immobilità, si immergono nel silenzio, usano la parola e la piegano al colore di un dialetto che la vivifica perché la rende reale. Non siamo di fronte a un dramma cartonato, ma a una azione che ferisce da entrambi i lati.
Attorno al tavolo, speculari, i due riescono a fluire da un tempo all’altro anche grazie a pochi simboli, oggetti o dettagli: il lecca lecca (una lo succhia, l’altro lo morde), il peluche, il sangue, l’arma, quasi sempre suggerita dal movimento della mano di entrambi e presente fisicamente solo al finale, in un crudo controluce che annienta il particolare dell’interprete e lo universalizza. Perché la violenza qui è esempio, non cronaca.
Le luci fotografiche che mutano colore e posizione grazie alla volontà dei personaggi generano un costante senso di spaesamento, ma anche un mutamento che è cambiamento dell’asse, del punto di vista, quasi primo piano cinematografico strettissimo. Il viso e le mani parlano più del corpo, in proporzione al tempo.

Siamo di fronte a un rito, più che a una ricostruzione giudiziaria drammatizzata, non certo a uno spettacolo nella accezione tradizionale del termine: nessun sipario, nessun effetto di luci che non sia funzionale alla narrazione e inserito strutturalmente in essa, nessuna trovata tradizionale. Se c’è un’estetica della scena, non è fine a se stessa bensì funzione del significato complessivo: colore, forma, densità, tutto è parte della vicenda. Tutto ne stabilisce i contorni, ne disegna la traccia, ne accompagna la comprensione – quando pure fosse necessario – delle rispettive scelte.
Il dettaglio così rifinito e la penetrazione del dolore così capillare sono frutto di una lunga e stretta collaborazione artistica del cast, della sua formazione ampia e compenetrante, di un teatro peculiare, fatto di sensibilità alla realtà contemporanea. Nonché dell’alto numero delle repliche, che permette una perfezione sempre maggiore e un affinamento della interazione fra gli interpreti, ma anche di una idea drammaturgica che azzera i filtri “rappresentativi” e include chi guarda attraverso un uso consapevole della parola e del corpo. Entrambi presentati come dati reali e non falsati, mediati certamente, ma mai fuori fuoco. L’apparente semplicità dell’eloquio è il frutto di un equilibrio delle pause, di una tensione muscolare e fisica costante, celata sotto pelle, mai ostentata. La frammentazione permette alla vicenda di non procedere con regolarità verso il finale, ma di piegarsi, ogni volta, distorcendo parole e oggetti, presenti in uno e nell’altro racconto.
In questo unicum non è possibile elargire meriti che non siano globali, condivisi.
Alla fine, il pubblico è inoltre quasi privato – nessun verbo può essere più adatto – dell’abbandono all’applauso, quell’atto liberatorio che arriva in conclusione della vicenda a rivelarci la finzione dell’azione. Un demiurgo silenzioso ci indica di uscire e noi obbediamo.
Come si entra in silenzio, mentre gli interpreti sono già in azione, così si esce, sempre in silenzio. Imbarazzati. E in quest’ottica l’abbozzo di tradizionalistico ringraziamento agli artisti quasi zittito suona addirittura colpevole, certamente superfluo rispetto alla forza degli accadimenti. La regola è questa: si entra nell’azione, si esce nell’immobilità; si entra nella luce, si esce dal buio.

È chiaro che siamo comunque in teatro, ma di questo culto millenario della rappresentazione – oggi come ieri – possiamo elencare più di una scuola, di una tradizione, di una filosofia, di un approccio, di un progetto (o stile) di vita. Insomma definire il teatro oggi, ridurlo alle tre mura (la quarta ormai è buttata giù da tempo), al sipario di velluto e alle luci della ribalta non è solo riduttivo, sembrerebbe persino offensivo. Il luogo – che pure è fondamentale come i corpi – non è il teatro. Né lo è la dicotomica visione fra tradizione e sperimentazione, come afferma la stessa Licia Lanera in una recente intervista.
Ma forse è inutile anche tutto questo sproloquio, basta assistere a questo rito per capire e poi ringraziare lei e tutte le persone coinvolte.
DANILO GIUVA | ERMELINDA NASUTO
CON LA CARABINA
di Pauline Peyrade
traduzione Paolo Bellomo | luci Vincent Longuemare | sound design Francesco Curci
costumi Angela Tomasicchio | aiuto regia Nina Martorana | organizzazione Silvia Milani
regia e spazio LICIA LANERA
produzione Compagnia Licia Lanera
coproduzione POLIS Teatro Festival
coproduzione in collaborazione con Angelo Mai Si ringrazia E Production
Premio UBU 2022 MIGLIOR REGIA a Licia Lanera
Premio UBU 2022 MIGLIOR TESTO STRANIERO/SCRITTURA DRAMMATURGICA (messi in scena da compagnie o artisti italiani)
SPAZIO DIAMANTE sala white
27 gennaio – 1 febbraio
