Improvvisamente rapiti dalla versione onirica e multidimensionale di un dramma di Williams

21 Marzo 2026

di Emiliano Metalli

Nella esemplare traduzione di Monica Capuani, che centra il giusto equilibrio fra uno scambio dialogico contemporaneo e le sollecitudini poetiche di una lingua elegante e complessa, uno dei drammi più simbolici di Tennessee William, Improvvisamente l’estate scorsa, fa il suo debutto romano al teatro Sala Umberto nella regia immersiva, multidimensionale e onirica di Stefano Cordella. 

La prima impressione è quella di trovarsi in una giungla sensuale e pericolosa: la giungla del desiderio e della rapacità che si rivela subito il giardino voluto da Sebastian nella villa di New Orleans di proprietà della sua ricca famiglia, i Venable. 

Le indicazioni dell’autore campeggiano sullo sfondo nero, in apertura del dramma, quasi a inquadrare logicamente un’operazione creativa di gruppo, frutto di una lettura registica psicologica che sovrappone spazi e tempi per dare ampiezza all’elemento onirico e spazio all’inclusione di tutti nel clima ambiguo della vicenda. 

Il merito di questa illusione sta in una collaborazione straordinaria fra le parti. Nell’incontro fra le scene scarne e simboliche di Guido Buganza, che trasformano le piante e i fiori tropicali in una installazione artistica, e la suggestiva ambientazione sonora di Gianluca Agostini, volta a spingere la percezione verso l’alto, dove il punto di vista diviene rarefatto, ma complessivo, alla ricerca della verità mai rivelata. 

Una soluzione che attira il pubblico all’interno del meccanismo drammatico, come un ospite partecipe e silenzioso. La nebbia umida che non smette mai di confondere i tratti dei volti e le linee dei corpi, arriva fino alla platea, costantemente sospinta da un vento caldo, mentre il lento mutare delle luci ipnotiche di Marzio Picchetti suggerisce il passare del giorno e del tempo, agendo come ulteriore sollecitazione sui ricettori sensoriali. Crea, anzi, una dinamica di piani cromatici – dal gelo al caldo – per moltiplicare gli spazi del dramma e allo stesso tempo l’evoluzione delle emozioni e delle reazioni. 

L’unico elemento apparentemente estraneo al giardino, la carcassa di una macchina ricoperta di vegetazione e all’uopo opportunamente svelata, è un luogo scenico “altro” per Catharine e Violet (nell’azione drammatica una vi esce, l’altra vi entra), ma anche un anello di congiunzione con l’innegabile senso di realtà che caratterizza i testi di Williams. Una scrittura che permette allestimenti opposti e leciti, merito dell’universalità dei temi e dei sentimenti. 

L’auto è allora mezzo di trasporto e luogo appartato, ma anche brandello di umanità nel mezzo della natura o, ancora, elemento che si fonde con essa, come, secondo le indicazioni di Williams, dovrebbe fondersi la casa con il giardino. 

Ma molte altre possono essere le letture di questo set multidisciplinare e multisensoriale: il riferimento alla ritualità cristiana nella disposizione degli spazi e delle strutture scenografiche (altari, ciborio, abside e tabernacolo); la materialità della natura che include i personaggi nelle sue dinamiche feroci grazie ai preziosi costumi di Ilaria Ariemme (l’abito di Violet simile a un fiore splendido e mortale, quello di Catharine che cita esplicitamente l’elemento floreale: le rose della morte di Sebastian); la ieraticità del suono che accompagna senza sosta le parole, amplificando l’elemento onirico e dando supporto al dubbio sulle due versioni di questo personaggio assente, ma sempre e costantemente al centro, come un dio. 

La divinizzazione di Sebastian, quasi ombra dello stesso autore, passa attraverso le parole della madre: 

Sebastian era un poeta? E questo che intendevo quando ho detto che il suo lavoro era la sua  vita perché il lavoro del poeta è la vita del poeta, e – viceversa, la vita del poeta è il lavoro del poeta, insomma non si possono scindere, ecco – be’, ad esempio, il lavoro di un commesso viaggiatore è una cosa e la sua vita è tutt’altra cosa – o può darsi che lo sia.

Ed è una dichiarazione programmatica decisiva per dare la giusta profondità alla complessità poetica del testo, che in questa regia sembra superbamente innalzata a paradigma.

Nonostante il sotterraneo accenno all’omosessualità di Sebastian, il vero tema cardine del dramma è lo sfruttamento delle altre persone attraverso i mezzi disposti dalla natura – bellezza, intelligenza, giovinezza – o dallo status sociale. Se è vero che solo per mezzo delle due donne, infatti, Sebastian può ottenere favori sessuali durante i suoi viaggi, è però soprattutto la sua ricchezza a permettergli di pagare per costruire questo inganno: esattamente come un fiore meraviglioso che attira gli insetti per poi ucciderli con i suoi succhi e nutrisene. 

Ecco allora che gli eventi di Cabeza de Lobo – sempre che siano reali e avvenuti come Catharine li narra – possono avere una doppia lettura: da un lato un rituale dionisiaco di sesso e morte, dall’altro un atto di ferocia sociale. La seduzione del testo teatrale, rispetto al film di Joseph L. Mankiewicz con Liz Taylor, Katharine Hepburn e Montgomery Clift, sta proprio in questa mancata definizione, in una sospensione del realismo in favore del dubbio, quasi pirandelliano. Siamo proprio sicuri che Catharine sia sincera e non voglia manipolare il dottore? Che Violet non scelga la pazzia per sfuggire, consapevolmente, a una realtà inaccettabile, simile a un Enrico IV? Che la ricchezza dei Venable non spinga George e sua madre a sacrificare la stessa Violet? 

Questo non importa, il dramma è consumato. Gli interrogativi restano – anzi la regia sembra quasi stimolarli – e rendono Williams un autore ancora attuale per cui neppure i riferimenti più realistici e più datati (come la stessa lobotomia) sono di intralcio. 

Il cast si allinea alle indicazioni registiche offrendo una prova di eccellente affiatamento e di meticoloso scavo psicologico, a partire dall’attesa Violet Venable di Laura Marinoni. 

Con un “salto generazionale”, frequente in teatro, ma mai scontato, è passata dalla giovane Catharine in opposizione alla Violet di Rossella Falk, ad affrontare quest’ultimo personaggio con una disinvoltura che ne tradisce il talento e l’innegabile seduzione. Un talento nutrito e affinato negli anni – che non lasciano traccia su un volto dalla bellezza inattaccabile – attraverso innumerevoli esperienze e una seduzione che non è ostentazione, ma mezzo espressivo del personaggio, gestualità puntuale, parola enfatizzata dalle arcate sonore di un timbro vocale radicato nella terra e spinto al cielo dalla tecnica e dalla sensibilità. La sua Violet non è di cartone, ma di carne: combatte, vive e soffre fino all’ultimo istante. 

Suo doppio la Catharine di Leda Kreider: nessuna posa, tutta energia emotiva che si canalizza nel gesto, ma ancora più nella nevrosi e, conseguentemente, in una sottile e vibrante elettricità che illumina le parole e le scarnifica. Poi le ricostruisce e le offre all’ascolto, reggendosi a malapena, oscillando e cercando la fuga, come un animale disperato. L’istinto – su solide basi di studio – rende il suo personaggio imprevedibile e altrettanto pericoloso. Il monologo conclusivo è un capolavoro commovente. 

Di fronte a questi due universi, manipolatori entrambi, ma freddo e ai limiti dell’ironia quello di Violet, toccante e dirompente quello di Catharine, il ruolo del dottor Cukrowicz rischia di essere annichilito. Invece Edoardo Ribatto ne fa uno specchio silenzioso, riflessivo e pacato di entrambi gli spasmi femminili, risultando forse un po’ freddo, razionale. Un atteggiamento da leggere però non come limite espressivo, ma come demarcazione di un personaggio che nasconde segreti e capacità in una zona d’ombra, per servirsene tanto in favore dei pazienti quanto delle colleghe di scena. 

Una menzione a parte meritano Elena Callegari (Mrs Holly) e Ion Donà (suo figlio George). La prima concentra tutta la fragilità materna in una presenza scenica discreta e timorosa, associata a una voce tremula e indecisa, mentre l’altro è prepotente ed egoisticamente arrogante nei modi e negli accenti: delineano in questo modo e in poche battute la famiglia di Catharine, sull’orlo di una decisione che può spalancare abissi terribili. Entrambi non solo centrano il bersaglio, per vie diverse, dimostrando tutta la loro capacità, ma riportano inoltre la bilancia della vicenda in una sospensione che lascia spazio a innumerevoli e potenti riflessioni umane. 

Non a caso il «New York Times» nel 1958 definiva questo classico del Novecento teatrale “un esercizio di scrittura come negromanzia.”

TEATRO SALA UMBERTO

Dal 17 al 22 Marzo 2026

ELENA CALLEGARI | ION DONÀ | LEDA KREIDER | LAURA MARINONI | EDOARDO RIBATTO

IMPROVVISAMENTE L’ESTATE SCORSA

di Tennessee Williams | traduzione Monica Capuani

“Improvvisamente l’estate scorsa” viene presentato per gentile concessione della University of the South, Sewanee, Tennessee.

regia di STEFANO CORDELLA

produzione LAC Lugano Arte e Cultura | in coproduzione con Centro d’Arte Contemporanea Teatro Carcano

scene Guido Buganza | costumi Ilaria Ariemme | disegno luci Marzio Picchetti | suono Gianluca Agostini | aiuto regia Noemi Radice 

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