False confidenze, buoni sentimenti e indiscutibili talenti: ecco il marivaudage di Arturo Cirillo

25 Aprile 2026

di Emiliano Metalli

Va in scena fino al 3 maggio, in prima nazionale al Teatro Argentina di Roma, Le false confidenze di Marivaux nella messinscena di Arturo Cirillo. 

Quale occasione migliore per godere di un classico del teatro francese rinnovato dall’attenta e ironica lente di un artista a tutto tondo? 

Arturo Cirillo infatti ne ha curato la traduzione, pregiata e scorrevole, la regia, misurata, ironica e in perfetto equilibrio fra comicità e sentimento, e ne ha interpretato con il consueto aplomb il personaggio chiave della vicenda, l’astuto servo Dubois. 

Egli ricopre un duplice ruolo, dunque, quello di motore dell’azione scenica sia al suo interno che all’esterno: giocando su questa funzione bifronte egli è sempre presente, anche quando non è in luce. La sua silhouette aleggia sullo sfondo e manovra le azioni degli altri direttamente o indirettamente. Li osserva e, sapientemente, ne sfrutta le debolezze o ne fortifica i pregi: che siano attori o personaggi, sia chiaro, la sua funzione demiurgica non cambia. E di questo meccanismo è padrone silente, senza perdere il controllo e, allo stesso tempo, senza dare troppo nell’occhio. 

Le imponenti scene di Dario Gessati ruotano su se stesse una nell’altra – letteralmente – e sono costituite da un’enorme struttura mobile che è ora paravento, ora parete, ora porta, ora pertugio. A tratti ha l’aspetto di un portale arcaico, tipo Stonehenge. 

L’ingombro di questa struttura è citazione della scatola che contiene il ritratto della protagonista, oggetto che dà una svolta decisa alla trama. Ecco che una serie pop, stile Andy Warhol, si materializza sulla parete: anche al pubblico è permesso di osservare quello che solo gli attori possono vedere. 

L’invenzione di Gessati è inoltre una scena che genera spazi e ambienti sempre diversi e dà così modo di osservare i movimenti scenici da ogni lato, di intravedere le attese sulle soglie o gli ingressi inopportuni. Tutte le sue tinte virano al bronzo, ma luminoso e misto al dorato, come specchi di una mastodontica galleria settecentesca, smontata e rimontata qui per “giocare” sulla “falsità” dello spazio che è il corrispettivo della confidenza. 

Il resto è ridotto al minimo, nessun mobile, nessun suppellettile e persino una sedia, quando c’è, sembra essere rielaborazione post-pop di una victoria ghost. Ma si integra, comunque, nel meccanismo, senza creare distrazioni. 

I giochi di ombre sono fondamentali per dare corpo ai piani su cui si costruisce la vicenda e sarebbero impossibili senza le luci di Pasquale Mari, tendenzialmente fioche, tenui, di certo mai accecanti. Luci che puntano a sostenere e accompagnare un’idea di confidenza d’ambiente, di sotterfugio, di segreto all’uopo rivelato che è il tema principale della commedia. Mentre sullo sfondo i colori – pochi ma decisi – delineano con nettezza le sagome di chi si attarda o passa, evidenziandone i movimenti di danza o i moti dell’animo e del pensiero. 

Anche i costumi di Gianluca Falaschi seguono le stesse tinte scure delle scene e prediligono i tessuti riccamente decorati, da cui si differenzia il solo Dubois che è l’unico abbigliato di stoffe povere all’apparenza e colori chiari. 

Le linee e i tagli sono meravigliosi, non solo perché accurati, ma anche perché arrivano a inquadrare al primo colpo d’occhio il carattere del personaggio, senza rinunciare alla bellezza estetica e al pregio – almeno apparente, siamo sempre in teatro! – delle stoffe. 

L’apice è raggiunto dai due abiti che Elena Sofia Ricci (Araminte) indossa con eleganza, seduzione e grande classe. 
A scandire le scene o gli atti è inoltre il progetto sonoro di Federico Mezzana che vira alla contemporaneità e aggiunge un ulteriore elemento di inquietudine emotiva alla vicenda, mantenendo costante il clima cupo e riflessivo di questo innamoramento, che non ha nulla di gioioso, ma è anzi tortuoso, faticoso e instabile. 

Nulla di questi elementi scenici cede mai alla festosità di una scrittura che è per la maggior parte comunque comica e solo in alcuni passaggi incentrata su un sentimentalismo contenuto. Manca quindi il Settecento più frivolo? Sì, perché non è essenziale. 

Cirillo asciuga le graziosità e lascia gli attori quasi nudi, pronti a confrontarsi con una parola che prende corpo e si fa materia. La parola è veicolo principe di una azione che, al momento dei ragionamenti o dei confronti, si ferma, si cristallizza e poi riprende, come un carillon, come una partita di scacchi, fino al finale. 

Con la centralità della parola spicca allora ancor più il timbro vocale e l’arcata sonora, differenti anch’essi per ogni personaggio e plasmati o ricercati con grande cura: Marton brillante, Dubois filosofico, Araminte dubitosa, sua madre dispotica e così via, per un cast assai ben assortito. 

Regina indiscussa è Elena Sofia Ricci che di Araminte traccia un profilo sincero, appassionato e quasi drammatico. Il versante comico, che pure le appartiene, non è centrale. Spunta di tanto in tanto, per riflesso agli altri personaggi, ma il suo percorso emotivo ha ben altre risonanze. Oltre a mostrare una bellezza ancora in fiore, ma seducente la sua Araminte si mantiene fedele a se stessa, non oltrepassa i limiti imposti dal suo ruolo sociale e affronta l’innamoramento involontario con consapevolezza e maturità. Particolarmente intensa nelle scene con Dubois in cui rivela un versante drammatico venato di preziosi accenti di fragilità.
Accanto a lei Giacomo Vigentini è un Dorante misurato e nobile che svolge il suo ruolo senza ostentare nulla dei suoi talenti, pure evidenti per grazia e capacità attoriale. 

Vero talento è anche Giulia Trippetta (Marton) che non si limita a fare la servetta querula, ma commuove nei passaggi più intensi ed emotivi, senza mai rinunciare alla brillante spigliatezza di quelli comici. Padrona del gesto, del ritmo e di una voce unica e riconoscibile.
Rosario Giglio è uno spassosissimo Signore Remy dall’intercalare partenopeo, un po’ Nino Taranto un po’ Lello Arena, macchiettistico quel tanto che occorre per cavarsela egregiamente in ogni situazione.

Ottima, nel gioco di equilibri e nella simmetrica azione-reazione che li coinvolge quasi in ogni apparizione, la coppia formata da Orietta Notari (Signora Argante) e Giacinto Palmarini (Conte). Delizioso l’Arlecchino di Francesco Petruzzelli, atletico, spigliato e spiritoso.

Infine su tutti aleggiano la perizia, l’estro e il talento discreto di Arturo Cirillo che si cala in Dubois e vi resta, coscienziosamente, fino alla fine, tirando i fili del “suo” Marivaux e raccogliendo applausi e apprezzamenti copiosi. 

prima nazionale

Teatro Argentina

14 aprile – 3 maggio 2026

Le false confidenze


di Marivaux


traduzione e regia Arturo Cirillo


con Elena Sofia Ricci (Araminte)
Giacomo Vigentini (Dorante)
Rosario Giglio (Signore Remy)
Orietta Notari (Signora Argante)
Francesco Petruzzelli (Arlecchino)
Arturo Cirillo (Dubois)
Giulia Trippetta (Marton)
Giacinto Palmarini (Conte)

scene Dario Gessati
costumi Gianluca Falaschi
disegno luci Pasquale Mari
suono Federico Mezzana


assistente alla regia Mario Scandale
assistente scenografo Stefano Pes
costumista collaboratrice Anna Missaglia
assistenti volontari Isabella Rizzitello e Niccolò Di Molfetta
allievi registi della Scuola del Teatro Nazionale di Napoli

si ringrazia Matteo Spoto BORA 811 per le scarpe indossate dalla signora Elena Sofia Ricci
si ringrazia Erica Fava per i ritratti fotografici della scenografia

foto di Manuela Giusto

produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Marche Teatro, Teatro Stabile di Catania

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