Nonostante i suoi trent’ anni o poco più , Giorgio Sales è un attore che dimostra una grande maturità artistica e umana. Salentino, diplomato all’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica Silvio D’Amico, è cresciuto a teatro, avendo avuto la possibilità di confrontarsi e lavorare con grandi maestri del panorama teatrale italiano, tra cui l’immenso Umberto Orsini, Franco Branciaroli, Massimo Popolizio. Spazia da i classici alla drammaturgia contemporanea, avendo in mente una precisa idea di teatro, quello fatto “bene”, quello che parla al cuore e alle menti degli spettatori, in grado di far riflettere e in qualche modo contribuire al miglioramento del contesto sociale. Lo abbiamo incontrato in occasione del suo ritorno in scena a Roma, al Teatro le Maschere, il 12 e 13 maggio, con Sete, spettacolo scritto da Walter Prete e diretto da Lorenzo Parrotto, che Giorgio Sales interpreta dal 2020. Un monologo che dopo cento repliche ha ancora molto da dirci. Ci siamo confrontati sui suoi lavori passati e sui tanti progetti che ha in attivo e in arrivo. Sui suoi sogni avverati e quelli ancora tutti da vivere.
-Torni in scena, Roma, con Sete, spettacolo che è stato centrale per la tua carriera e che ha ormai qualche anno di vita… Come lo percepisci adesso a distanza di qualche anno dal debutto? Siete cresciuti insieme?A tal proposito pensi che le drammaturgie siano legate al tempo e al contesto in cui viviamo?
“Sete ha debuttato a Roma nel gennaio del 2020, pochi giorni prima che il mondo si fermasse. Avevo 26 anni, un’energia diversa, e quella storia addosso come una seconda pelle nuova. Tornare in scena oggi, a 32 anni e con quasi 100 repliche di questo spettacolo alle spalle, è ogni volta come fare i conti con chi ero e chi sono diventato. C’è qualcosa di profondo nel ritrovarsi con Walter Prete e Lorenzo Parrotto — autore e regista, ma prima di tutto amici fraterni. Con loro il lavoro non è mai solo tecnico: c’è una fiducia costruita nel tempo, una libertà che non si trova facilmente. Ogni volta che torniamo insieme su questo spettacolo sento che anche loro sono cambiati, e che quello scambio continuo è parte viva dello spettacolo stesso. Sete racconta di un ristoratore del sud, di un ristorante di pesce a conduzione familiare, di un’identità precisa e radicata. Arriva un influencer — un dio dei giorni nostri — e lo stravolge: la forma prende piede a discapito del contenuto. Le drammaturgie nascono in un tempo e in un contesto precisi, è vero. Ma le storie universali hanno questa capacità rara: si adattano al presente senza tradire le proprie radici. E questa lo è. Per questo è sempre bello tornarci — non per nostalgia, ma perché ogni replica ti restituisce qualcosa di nuovo.”
-Recentemente sei stato anche protagonista di una serie Creatives. Che esperienza e’ stata? Ti affascina la serialita’?
“Creatives è uscita su Prime il 20 febbraio ed è stata un’esperienza davvero a 360 gradi. Una di quelle che ti lasciano qualcosa dentro, non solo come attore ma come persona. Ho incontrato colleghi che nel tempo sono diventati famiglia — e questo è uno dei regali più grandi di questo mestiere. Io ho sempre bisogno di sentirmi parte di qualcosa di più grande, di un gruppo, di una comunità. Il teatro me lo dà spesso, e ritrovare quella stessa sensazione sul set è stato bellissimo.
Per me è stata anche un’occasione di studio. Lavoro più frequentemente a teatro, quindi confrontarmi con il linguaggio audiovisivo in modo così intenso e continuativo è stato prezioso. Detto questo, credo che il lavoro sul personaggio rimanga fondamentalmente simile: cambia il mezzo, cambiano i tempi e le modalità, ma il percorso interiore per abitare qualcuno che non sei tu segue sempre una logica profonda. Il personaggio che ho interpretato, Eddy, richiedeva i rasta. Li ho indossati per sette settimane — sul set, nella vita quotidiana, ovunque. A un certo punto ho smesso di vedermi allo specchio e ho cominciato a vedere lui. Quella sensazione di sentirti altro da te è una delle cose più affascinanti e misteriose di questo lavoro. La serialità mi affascina molto. Mi affascinano le storie, il tempo che hanno per respirare e svilupparsi. E c’è qualcosa di speciale nell’idea che il lavoro fatto resti lì — che continui a vivere anche quando tu sei già altrove.”
-Tra gli ultimi importanti tuoi lavori teatrali spicca la tournée de I RAGAZZI IRRESISTIBILI accanto a due maestri della scena teatrale come Umberto Orsini e Franco Branciaroli. Cosa ti hanno trasmesso, non solo a livello professionale, ma anche e soprattutto umano?
“Per questa opportunità sarò per sempre grato a Massimo Popolizio, che cura la regia, e alla compagnia Orsini nella persona di Francesco Feletti. Senza di loro quella porta non si sarebbe aperta.
Io sono cresciuto sbirciando in videocassetta le interpretazioni di Orsini, Branciaroli e Popolizio. Loro erano i miei riferimenti. Lavorarci è stato qualcosa di assurdo, ancora fatico a crederci. Ogni sera in quinta ho rivisto lo spettacolo, ho provato a ripetere sottovoce le loro battute, ad assorbire tutto quello che potevo. E dividere il palco con loro ogni sera era qualcosa di speciale. A livello umano è stata una ricchezza enorme. Prima dello spettacolo facevamo salotto con Branciaroli — pettegolezzi, battute, riflessioni sul teatro e sulla vita. Dopo, a cena, c’era sempre qualcosa da imparare. Aneddoti, racconti, esperienze di una vita intera dedicata a questo mestiere. A volte mi sentivo piccolo piccolo di fronte a tanta storia. Ma era un bel sentirsi piccoli. Una delle esperienze più belle della mia vita, senza dubbio. Me la porto dietro.”
-Sei protagonista di un nuovo spettacolo diretto da Leonardo Capuano, AMMAZZARE I MORTI, tratto da un racconto di Carlo d’Amicis. Sei un immigrato albanese, costretto a subire le prepotenze di un caporale malavitoso foggiano, dopo un litigio viene spedito a lavorare nel basso Salento alle dipendenze di un nuovo padrone. Tema fortemente attuale, un teatro impegnato, civile, che oltretutto parla anche della tua terra, essendo tu salentino.
Come ti stai approcciando a questo lavoro?
“È uno spettacolo che mi ha cambiato, e lo dico in modo concreto. Il percorso è stato lungo e particolare: nove mesi di lavoro, a step, per un totale di cinquanta giorni di prove. Un processo raro, prezioso. Quel tempo si sente. Il lavoro con Leonardo Capuano è stato intenso, destabilizzante. L’ho prima odiato, contestato — e poi me ne sono perdutamente innamorato. Succede così con i registi che ti chiedono davvero qualcosa.
Il testo è di Carlo D’Amicis e racconta la storia di un ragazzo di Tirana che arriva nel basso Salento, finisce a fare il sorvegliante lungo la Strada Cucchiara insieme a tre guitti pugliesi — un tarantino, un barese e un leccese — tutti trattati come schiavi. La sua clandestinità, i tormenti vissuti in Albania durante la dittatura di Enver Hoxha, lo hanno reso scaltro e cinico, ma con una coscienza limpida e un profondo rispetto per la libertà. E questa combinazione è esplosiva. Quello che mi ha affascinato è la cifra dello spettacolo: è surreale, comica pur nella sua drammaticità. Il ragazzo albanese diventa una sorta di clown nero, il buffone che racconta le proprie disgrazie per far ridere il popolo. C’è dentro tutto — il caporalato, l’integrazione mancata, lo sbarco degli albanesi degli anni ’90, il sud, la sopraffazione. E tutto si svolge in un paesaggio invernale, abbandonato, pugliese — la mia terra. Questo ha avuto un peso specifico diverso per me. Lo spettacolo è prodotto dalla compagnia Orsini in collaborazione con Armunia Teatro e Babilonia Molfetta. Ha debuttato a settembre alla Cittadella degli artisti di Molfetta, ha ripreso ad aprile con le repliche nel circuito Puglia Culture, e la prossima stagione arriverà a Roma. Ne sono molto felice. Credo nel teatro sociale, ma non in modo dogmatico. Il teatro deve dire qualcosa, ma deve anche intrattenere — e non è cosa da poco. Con questo spettacolo le due cose coesistono davvero. In qualche modo mi ha restituito quello che avevo dimenticato di essere.”
-Quale è il legame con la tua terra? Ne senti la mancanza?
“Il legame con il Salento è indissolubile. L’ho lasciato a 18 anni, sono fuori da tredici — e nonostante questo, quella terra è casa. L’unico posto in cui mi sento ancora bambino. C’è qualcosa lì che non riesci a scrollarti di dosso, e non vuoi farlo. Il sud è una terra di contraddizioni enormi. Ha potenzialità straordinarie che spesso restano inespresse, e questo fa male. Ogni anno migliaia di giovani sono costretti ad andare via — non per scelta romantica, ma per necessità. È un’emigrazione silenziosa che svuota quei territori di energie e talenti. Ammiro profondamente chi ha il coraggio di restare, di costruire qualcosa lì, di resistere. Perché restare, in certi contesti, è un atto politico.”
-Credi in un teatro che possa nel piccolo svegliare le coscienze e quindi essere politico e sociale?
Credo nel teatro fatto bene. Nel teatro che conosce il proprio passato e da lì guarda al futuro. Non si può improvvisare — ci sono regole, studi, una tradizione da cui non si può prescindere. Il teatro è una disciplina, e come tale va trattata. Sì, il teatro può svegliare le coscienze, può essere politico e sociale — ma non in senso dogmatico, non come slogan. Un teatro che vuole dire tutto rischia di non dire niente. Il teatro è un atto totale — e credo che questa totalità vada guadagnata, non dichiarata. Quello che mi preoccupa oggi è una certa tendenza al naturalismo facile, all’improvvisazione mascherata da libertà espressiva. Il teatro non è questo. I giovani, noi giovani, dovremmo avere più rispetto per la tradizione — non per imitarla, ma per capire da dove veniamo. Solo così si può davvero innovare. Si parte sempre da lì.”
-Sarai anche nel cast del nuovo spettacolo di Massimo Popolizio La Pazzia di Re Giorgio che debutterà nel 2027. Contento di poter prendere parte ad un progetto così prestigioso con ben 21 attori?
“Sono molto felice, sì. È un progetto prestigioso e sono contento di farne parte. Ho già avuto la possibilità di lavorare con Massimo Popolizio — sia come attore sia come suo doppio in più lavori — quindi un po’ lo conosco, so come lavora, so cosa chiede. E so che sarà un periodo intenso ma di grande crescita artistica. 21 attori sul palco sono tanti — una bella sfida, anche solo dal punto di vista della convivenza e della dinamica di gruppo. Ma è esattamente il tipo di contesto in cui si impara di più. Il testo è meraviglioso e, ahinoi, attuale. Sarà una grande produzione. Il debutto sarà al Teatro Argentina a Gennaio 2027 e non vedo l’ora.”
-I tuoi sogni nel cassetto, quelli realizzati e quelli che speri di realizzare?
“Forse saranno i trent’anni scavallati da poco, ma è un periodo in cui comincio a fare i primi resoconti. E se mi guardo indietro posso essere felice. Del percorso, dei lavori fatti, degli incontri — quelli positivi e quelli negativi, perché entrambi mi hanno fatto crescere. A volte penso che dovrei essere meno severo con me stesso. Siamo abituati a desiderare sempre di più, e l’ambizione in questo mestiere è necessaria. Ma ogni tanto bisogna anche sapersi dire bravo. Riconoscere da dove si è partiti. Non è debolezza, è onestà. Questo mestiere ti mette continuamente di fronte ai tuoi limiti — e questo è al tempo stesso la cosa più frustrante e più bella. Ti obbliga a conoscerti, a fare i conti con te stesso in un modo che pochi altri lavori permettono.
Per il futuro voglio continuare a fare questo lavoro con passione e dignità. Voglio confrontarmi con ruoli sempre diversi, sfaccettati, lontani da me. Voglio continuare a studiare — perché chi smette di studiare in questo mestiere smette di crescere. E voglio stare in teatro. È il posto in cui mi sento più vivo.”
