Per cominciare, facciamo lo sforzo di dimenticare come l’inesauribile giacimento di attualità dell’Antigone di Sofocle, quasi 2.500 anni dopo la sua prima rappresentazione (ne mancano ancora una quarantina), porti ancora oggi la tragedia in scena un numero esorbitante di volte, e che quindi risultare sia nuovo che rispettoso del testo sia per un regista impresa ardua in misura proporzionale.
La regia di Robert Carsen per questa Antigone, prodotta dalla Fondazione INDA (Istituto Nazionale Dramma Antico), in scena al Teatro Greco di Siracusa, non sembra preoccuparsene, anzi, opta per soluzioni semplici, da una parte, e dall’altra per ammodernamenti spontanei. La guerra di Tebe contro l’esercito di Argo, raccontata nel precedente capitolo del ciclo tebano (Sette contro Tebe di Eschilo), diventa una guerra moderna, con soldati in uniforme, cadaveri nei sacchi e rappresentanti del governo in giacca e cravatta. Il “primo ministro” Creonte (Paolo Mazzarelli), rimasto a governare dopo il doppio e reciproco omicidio-suicidio di Eteocle e Polinice, parla con severo raziocinio, ammantato da un convinto interesse per il bene cittadino e accompagnato da una first lady (la Euridice di Ilaria Genatiempo) la cui vicinanza fisionomica alla nostra attualità è notevole e, di certo, voluta.
A priori, si potrebbe pensare che un tale ammodernamento sia una via scontata da percorrere, e forse lo è. Tuttavia, proprio perché il nostro mondo è tristemente generoso nel dare nuova linfa a certi frammenti oscuri del nostro immaginario, la loro rappresentazione pura, “in-mediata”, ne ottiene rinnovata potenza catartica, che non può né deve temere in cambio alcuna critica di scontatezza.
D’altra parte, altrove, il testo e la scena mantengono invece il proprio colore antico, come opere d’arte appena restaurate che, senza nascondere la propria lontananza temporale da noi, anzi, accentuandola, ci di-mostrano una paradossale vicinanza emotiva e morale.
Il coro non è toccato da diluizioni, concentrazioni o trasformazioni: resta un coro che si muove e parla da coro, numeroso e potente, talvolta all’unisono, talvolta alternando le proprie voci in sequenza, come corde diverse di uno stesso strumento. Le sue coreografie, peraltro, sigillano alcuni dei momenti più intensi dell’intero spettacolo: su tutte, la danza caotica degli uccelli che dà forma alle parole del cieco indovino Tiresia (Graziano Piazza, che tra l’altro in scena indossa lenti lattiginose che lo rendono quasi cieco); non è un caso che il suo personaggio, nonostante sia protagonista di un’unica grande scena, sia sempre tra i più amati dal pubblico.
Nessun elemento del nutrito cast si lascia affatto intimorire dalla responsabilità del proprio ruolo – a tal punto che sono io quello intimorito dall’onore e onere di rendergli giustizia in quest’articolo, NdR – e ci consegna “in coro” una storia poliedrica solidissima, da qualsiasi lato la si guardi, trovando spazio nei margini stretti di un testo sacro per risate e lacrime anche dove non le aspetti.
Antigone (Camilla Semino Favro) incarna con determinazione il ruolo paradigmatico di ribellione contro l’ingiustizia appurata, quand’anche appurata è la conseguenza, capitale, del suo ribellarsi. Non dubita per un solo momento di andare incontro alla morte, eppure, a differenza della gemella Ismene (Mersila Sokoli), accetta il suo fato con orgoglio, mentre l’altra rinuncerebbe all’onore, non per aderire a una giustizia artefatta, bensì per salvarle la vita. È questo il conflitto che separa le due sorelle tra loro e, in coppia, dai due fratelli defunti: hanno idee diverse di quant’altro sia opportuno sacrificare in nome di ciò che è già stato sacrificato, se ancora tutto o più nient’altro. Questo le condurrà inevitabilmente a un destino divergente, ma prim’ancora a un conflitto insolubile senza il massimo costo drammatico (se Ismene accetta di condividere la colpa della sorella, morirà con lei) o morale (se sopravvivrà, perderà tutto).
Nel misurare i due piatti di questa bilancia, Creonte percorre la grande distanza, prima a piccoli passi, poi a grandi falcate, da tiranno incoronato dall’emergenza a ravveduto totale e tardivo. Egli porta avanti le culture, anch’esse purtroppo ancora attuali, della sopravvivenza isolazionista, dell’identificazione tra bene proprio e bene prioritario, della superiorità dell’uomo sulla donna, della disumanizzazione dell’Altro, che è nemico “persino da morto”. Non si rende conto che sta prolungando la guerra, anche dopo averla vinta, e non sarà esente dal pagarne il prezzo a livello politico e personale.
Il tutto, incorniciato da un’atmosfera densa di Storia e di storie, gremita di pubblico col fiato sospeso, catturato in un rito collettivo che oggi può significare tanto quanto significava al tempo di Sofocle, se non addirittura di più. La grande scalinata scelta come scenografia, in fondo, non è che l’immagine statuaria e l’esempio perfetto della direzione di questa Antigone: non elementi dirompenti ma visioni familiari, tanto grandi per l’occhio quanto imponenti per il cuore di spettatori e spettatrici. Una grande scalinata da cui scendere per raccontare la nostra storia, che alla fine, forse per scelta, forse costretti, dovremo anche risalire. Solo tornando sui nostri passi, sotto la luce in dissolvenza dei riflettori e il riflesso dorato della luna piena, un giorno magari potremo guardare a questa tragedia e ai suoi temi feroci da un posto migliore di quello che occupiamo adesso.
Articolo a cura di Andrea Giovalè

Condivido ogni singola parola di questa splendida recensione. Sofocle è restituito potentemente attuale nella sua eternità. La traduzione fedele e moderna si modula sul verso greco in modo eccellente. Una delle migliori Antigoni viste a Siracusa.