Giorgina Pi riscrive il mito di Filottete per il REF

10 Ottobre 2026

di Emiliano Metalli

Giorgina Pi ritorna alla quarantunesima edizione del Romaeuropa Festival con un doppio appuntamento: dal 7 all’11 ottobre al Teatro Vascello con lo spettacolo Lemnos, presentato in corealizzazione con La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello e prodotto da Bluemotion, e dal 13 al 15 ottobre al MAXXI con la video-installazione Miasma in corealizzazione con MAXXI – Museo nazionale delle Arti del XXI Secolo.

Si tratta di un progetto globale che vuole indagare e denunciare la brutalità della guerra e dei regimi totalitari attraverso una ricerca artistica sui linguaggi e in dialogo con i luoghi e chi ne fruisce.

Pi vuole dichiaratamente dare vita a una comunicazione in aperto contrasto con quei regimi totalitari che puntano a isolare l’individuo, non solo a privarlo della libertà ma persino della possibilità stessa di immaginare tale libertà attraverso la parola, le idee e l’atto artistico. Un baratro in cui le società passate sono cadute e da cui bisogna necessariamente guardarsi per evitare di cadervi ancora in un futuro prossimo.

In questa ottica la rilettura del mito di Filottete, che prende le mosse dalla tragedia di Sofocle, integrandosi con le scritture di Adrienne Rich, Hélène Cixous, Derek Walcott e Ghiannis Ritsos, oltre a quelle della stessa regista, si piega a questo suo scopo, scombinando le aspettative tragiche e approdando a qualcosa di completamente altro. Innanzitutto più che parlare si agisce. E per azione si intenda la messa in funzione dei meccanismi e delle sue correlazioni. Poi, al centro del dramma non ci sono solo le persone, ma i luoghi, che si contestualizzano e materializzano attraverso le persone e le vicende: il titolo stesso Lemnos e il suo parallelismo, dichiarato nei video e nel finale, con la storia di Makronisos, nota soprattutto come famigerata prigione politica e campo di concentramento/rieducazione dagli anni ’20 fino agli anni ’70 (in particolare durante la guerra civile greca), pone con decisione l’accento sullo spazio e su chi lo abita. Soprattutto fa comprendere chiaramente a chi assiste uno dei concetti principali: Filottete è un eroe abbandonato per il suo pensiero eversivo, prima che per la sua ferita purulenta; lo stesso è avvenuto ai dissidenti politici durante gli anni dei governi di destra e della dittatura militare; quindi tutti siamo Filottete, a tutti può accadere.

Un ragionamento rafforzato dallo “scivolamento” dei generi che riporta Filottete all’universo femminile e, conseguentemente, ne amplia la portata di scontro rivoluzionario, ma anche etico, nei confronti del potere maschilista. Un potere rappresentato non a caso da un Ulisse militaresco nei modi e nell’aspetto, autoritario, cinico e manipolatore nella parola, violento nel gesto e nella reazione alla sconfitta.

Eliminare i dissidenti, togliere loro spazi, fisici e ideali, questo è lo scopo del regime. La denuncia e la vicenda stessa di Filottete, fondamentalmente un confronto fra due punti di vista come in altre tragedie sofoclee, quello etico e quello utilitaristico, si fa qui, attraverso la lettura di Giorgina Pi, analisi e critica storica, per giungere infine alla contemporaneità.

Non solo a quella delle guerre attualmente in corso, conflitti in cui ai popoli sono negati paesi e dignità come in Ucraina o a Gaza, ma persino a quella politica degli spazi di espressione artistica, sempre più limitati, sempre meno disponibili, ora impoveriti della loro forza espressiva, ora chiusi, con violenza, come è avvenuto per l’Angelo Mai a Roma. 

La complessità meravigliosa di questo spettacolo, una complessità che richiede attenzione e poi accende gli animi, sta nella continua e consapevole sovrapposizione di linguaggi, oltreché nell’intreccio indissolubile di dramma, storia, riflessione, critica e protesta. Si tratta di un equilibrio sottile ottenuto attraverso una parola scarnificata, mitigata rispetto alla grande retorica tragica, e tuttavia carica del messaggio universale di pace e di rispetto.

Una parola che dovrebbe condurre il pubblico al dubbio, se non alla ribellione.

Una parola che oscilla fra italiano e greco, creando un senso di spaesamento necessario, quasi magico. Una parola che, di nuovo, è in bilico fra dialogo, monologo e canto, ognuno nel suo spazio anche scenico eppure strettamente connesso a tutto il resto. 

Ad essa si accostano i video – anch’essi realizzati da Giorgina Pi – i quali, soprattutto nella scena iniziale, danno l’impressione di essere fuori dal mondo teatrale e vivere piuttosto in un documentario sul viaggio: elemento imprescindibile della vicenda, perché la amplia e la contestualizza “altrove” non per mero senso estetico, bensì per rafforzare il legame della parola con il luogo.

Infatti, in questo modo, il pubblico non è impegnato a immaginarlo, è esattamente lì: a Lemnos con Filottete, come a Makronisos insieme ai prigionieri politici, nel Teatro Vascello come all’Angelo Mai, liberi come pure prigionieri inconsapevoli. Una prigionia che siamo invitati a combattere con lo stesso atto della scrittura: bastano una cartolina e dieci righe, come suggerito dagli stessi attori. 

Ma parola e immagine non sono soli. La musica è anch’essa parte integrante della drammaturgia grazie al lavoro sull’ambiente sonoro realizzato dal Collettivo Angelo Mai e agli arrangiamenti di Cristiano De Fabritiis e Valerio Vigliar. Non si limita ad “accompagnare” la scena, vi penetra come acqua nella roccia, scava i suoi percorsi, lascia il suo segno, indelebile testimonianza simile a quella degli scritti di Filottete a Lemnos attraverso canti, melodie, suoni e le loro brusche interruzioni.

La luce e lo spazio scenico da essa delimitato – dall’ingegno di Andrea Gallo – costituiscono un ulteriore elemento essenziale di questo progetto. Non luce che colpisce per il suo valore estetico, ma luce pulsante, accecante, vibrante. Manifestazione fisica dell’etica e del pathos, del conflitto e del tentativo di risoluzione. Parziale per mascherare lo spazio in eccesso e trasformare un episodio in una riflessione dell’animo, globale per includere tutto e tutti nel dramma, ancora una volta il pubblico chiamato in causa come massa civile e politica, come la funzione degli antichi cori tragici.

Ultimo, ma solo per un ordine di analisi non certo per merito, il cast. Gaia Insenga rende Filottete un personaggio di spessore, senza mettere accenti superflui sulle limitazioni fisiche né sul senso di abbandono. Ne fa un uomo lucido e deciso, non certo indebolito dalla ferita e dalla solitudine. Di contro, l’Ulisse di Giampiero Judica è tronfio e mefistofelico, persino quando sta semplicemente seduto a fumare dietro cortine di nebbia. La fisicità autoritaria e la voce graffiante aumentano la sua retorica machista fino all’esasperazione,

Assolutamente pregevole Aurora Peres (Deus Ex) nel canto e nella semplice, ma toccante interpretazione. Mentre il Neottolemo di Gabriele Portoghese è correttamente impostato sul dubbio, sull’incertezza. Ne sintetizza i dubbi in una costante sospensione della parola, comprime le ansie dell’antieroe in un gesto e infine esplode per affermare la sua assoluta aderenza ai principi etici, in onore di un dubbio, di una coerenza e, soprattutto, di una sacralità della amicizia. Questi tratti lo rendono, assieme a Filottete, il personaggio più umano della vicenda. Di Alexia Sarantopoulou (Il Coro) si può ammirare la gestualità, la timbrica vocale pastosa e sempre a fuoco nelle dinamiche, la profonda presenza emotiva in ogni suo passaggio. Soprattutto alla fine, quando raccorda la finzione con la realtà.

Teatro Vascello

7-11 ottobre 2026

LEMNOS

regia, drammaturgia, scene e video Giorgina Pi

dramaturg Massimo Fusillo

con Gaia Insenga (Filottete), Giampiero Judica (Ulisse), Aurora Peres (Deus Ex), Gabriele Portoghese (Neottolemo), Alexia Sarantopoulou (Il Coro)

ambiente sonoro Collettivo Angelo Mai

arrangiamenti e cura del suono Cristiano De Fabritiis, Valerio Vigliar

costumi Sandra Cardini

luci Andrea Gallo

colorist Alessio Morglia

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