di Emiliano Metalli
Elio De Capitani dirige una dinamica produzione del L’orologio americano di Arthur Miller in scena al Teatro Vascello di Roma, realizzata dall’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” e dal Teatro dell’Elfo in collaborazione con l’Accademia di Brera.
La traduzione, affidata a Cristina Viti di cui fu molto apprezzata anche la versione italiana di Moby Dick alla prova, attualizza un testo di per sé moderno e graffiante, scene e costumi colorati e fantasiosi sono ideati da Carlo Sala e le musiche originali sono composte ed eseguite dal vivo da Mario Arcari.

Il cast è composto da una furiosa, dinamica, irresistibile folla di giovani attori e attrici che si impegnano senza sosta per un allestimento mesmerico e giocosamente crudele la cui lunghezza – più di tre ore! – non pesa per la forzata immobilità fisica, ma ha una forte presa sulle menti del pubblico attraverso una critica feroce alla società capitalistica.
Scritto tra il 1979 e il 1980, quando Arthur Miller aveva già attraversato la stagione dei suoi maggiori successi e si avvicinava ai sessantacinque anni, L’orologio americano rappresenta una svolta nella sua drammaturgia: dalla tragedia dell’individuo e della famiglia borghese, esemplificata da capolavori come Morte di un commesso viaggiatore ed Erano tutti miei figli, a un affresco corale nel quale il destino dei singoli si intreccia con quello di un’intera nazione.

Ambientato negli anni della Grande Depressione, all’indomani del crollo di Wall Street del 1929, il testo rinuncia alla linearità del dramma tradizionale per sperimentare una forma di teatro epico, nutrita dalla lezione di Brecht e dalle possibilità del vaudeville americano. Il debutto allo Spoleto Festival USA fu seguito dalla produzione di Broadway nel novembre dello stesso anno, accolta freddamente dalla critica e interrotta dopo appena dodici repliche: un insuccesso che contribuì a relegare l’opera ai margini rispetto ai titoli più celebri dell’autore. Eppure, la successiva fortuna europea, segnata anche dalla messinscena londinese del National Theatre nel 1986, avrebbe rivelato le potenzialità di una scrittura capace di leggere la crisi economica come una frattura non soltanto finanziaria, ma anche morale e collettiva.
In Italia, il testo arrivò già nel gennaio 1981 al Teatro Duse di Genova, nella prima europea diretta da Elio Petri, regista che seppe riconoscere in questa cronaca della rovina americana una materia profondamente politica.

È proprio da questa dimensione politica, insieme intima e collettiva, che riparte oggi Elio De Capitani, alla guida del Teatro dell’Elfo Puccini, proseguendo un percorso di sperimentazione che non si è mai arrestato. La sua intuizione parte dal testo, denso e complesso, che abbraccia una moltitudine di figure, un lungo arco temporale e numerosissime situazioni differenti. Per realizzare compiutamente questa erosione del sogno americano incrinato sotto il peso dell’ambizione, del denaro e delle responsabilità individuali, De Capitani approda a una prospettiva circense, antinaturalistica, se vogliamo cercare un riferimento, eppure profondamente umana. Non si distanzia dalle numerose indicazioni di Miller, né da una drammaturgia pensata in termini di (e)semplificazione dei luoghi e dei tempi, brechtiana volendo anche in questo caso trovare un riferimento autorevole, ma lo fa alla sua maniera: il circo diviene la lente attraverso cui osservare i cambiamenti sociali, anche i più crudeli, con un distacco critico, rafforzato dall’impiego di maschere che deformano completamente il volto degli interpreti. I “tipi” americani sono in questo modo estremizzati e riconoscibili, ma anche in qualche misura universalizzati per renderli più vicini alla realtà italiana.

Non essendo più soltanto il dramma di una famiglia, ma il ritratto di una società intera travolta dal fallimento delle proprie certezze, la sua regia moltiplica alcuni protagonisti, incalza la massa a partecipare al “gioco” del teatro, senza mai perdere mordente e, anzi, stringendo sempre più il cerchio attorno alla solitudine di Lee che, ormai nella mezza età, si pone domande, riflette, sul passato e sulle similitudini fra i grandi accadimenti e la dimensione familiare.
Scene e costumi seguono il flusso dell’arte circense, in bilico fra Brecht e Fellini: colori accesi, tagli originali, paillettes, ma sotto la superficie nascondono – miracolo dell’illuminotecnica – già la disperazione della crisi in atto, che si rivela, scena dopo scena, nel cambiamento cromatico dagli eleganti bianco e nero fino ai toni del grigio spento, del marrone, del verde.

La scena fissa, che pure riesce a moltiplicarsi in miriadi di ambienti con infinite fughe prospettiche attraverso un attento uso di spazi parziali e totali, sembra solo citare nei colori stinti la decadenza della società americana. A ben guardare, anzi, nasconde una duplice lettura: la coppia di ballerine acrobatiche sullo sfondo dipingono al tempo stesso la faccia inquietante di un clown ghignante e malvagio. Non a caso lo stesso De Capitani, nelle note di regia, accosta l’uomo mefistofelico “al ghigno di un ambiguo maestro di cerimonie, come nel Kit-Kat Club del film Cabaret di Bob Fosse.” Un riferimento che è certo presente in questa messinscena. Sotto la normalità, nelle apparenze più borghesi e attraenti si maschera spesso la più pericolosa delle seduzioni, in questo caso la smodata bramosia di denaro che azzera ogni umanità, come la Germania del 1922.

Le musiche che Mario Arcari compone, arrangia ed esegue non sono semplicemente associate allo spettacolo, entrano dentro i gesti, nel clima delle scene e nelle ossa stesse dei personaggi, che cantano dal vivo (e molto bene).
Da New York all’Iowa, e viceversa, cambia il tessuto musicale e il pubblico riesce a vedere persino, attraverso una inaspettata sinestesia, i campi immensi di grano e la desolazione di certe fattorie in abbandono.
A completare questo mesmerico meccanismo teatrale e umano è appunto un cast dalla straordinaria energia, composto da giovani artisti e artiste dell’Accademia che dimostrano un talento coltivato nello studio, una duttilità espressiva e una capacità rara di attrarre l’attenzione del pubblico per il gioco di squadra, frutto di una professionalità condivisa e messa al servizio di uno scopo più alto. Inutile elencare preferenze o singolarità laddove il merito della riuscita appartiene davvero a tutto il gruppo nel suo complesso.
Non è apparire, ma esserci. Grazie a loro il pubblico arriva alla fine di questo viaggio con una grande voglia di applaudire, ma soprattutto con una rinnovata riflessione.
La crisi del 1929 diventa così anch’essa una lente attraverso cui osservare il presente (qui e lì suggerito persino negli aggiustamenti della traduzione), le sue bolle speculative, le disuguaglianze e la fragilità di un modello economico fondato sull’illusione di una crescita senza fine.






TEATRO VASCELLO
L’OROLOGIO AMERICANO
di Arthur Miller
traduzione Cristina Viti
regia Elio De Capitani
scene e costumi Carlo Sala
musiche originali e arrangiamenti Mario Arcari eseguite dal vivo
con gli attori della Compagnia dell’Accademia: Angelica Barelli, Alessandro Buono, Melissa Del Carmen Chaigan, Chiara Casarin, Laura Cestaro, Flavio D’Andrea, Edoardo De Padova, Anna Demichelis, Luca Duarte Di Gangi, Vittorio Maria Mearelli, Giorgio Petrotta, Gabriele Maria Pizzurro, Caterina Rugghia, Pietro Saccomani, Nicola Tagliatori, Chiara Tognarini, Chiara Trombini, Nicola Vantaggi
luci Nando Frigerio
suono Hubert Westkemper
assistente alla regia Alessandro Frigerio
assistenti di regia allievi Alessia Giglio e Gennaro Madonna
assistente scene e costumi Ambra Santanicchio
costruzione scene Tommaso Frigerio
scene e costumi realizzati dal Teatro dell’Elfo con la collaborazione degli allievi dell’Accademia di Brera: scenografi stagisti Giada Genoni, Martina Mazzoleni, Fabio Sciacca, Sofia Villapiano, Shujin Zhao
sarti stagisti Lorenzo Talamonti, Aurora Torre, Chiara Cavazza, Benedetta Bodini
maschere realizzate dalla classe di trucco e maschera dell’Accademia di Brera della prof.ssa Donatella Mondani
co-produzione Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, Teatro dell’Elfo
