Dal 29 ottobre al 1 novembre, il Teatro Torlonia ha ospitato Witch is, spettacolo del trio Landi/Mignemi/Paris finalista del bando Regist* Under 35 della Biennale Teatro di Venezia 2022. Una ricostruzione dell’archetipo della strega come fabbricato su misura addosso alla donna. In scena si alternano tre punti di vista, con il montaggio fra loro come vero congegno della serata.
La forma che Witch is sceglie per parlare della caccia alle streghe è quella della ballad opera, ovvero, spettacoli che hanno una particolarità: le canzoni interrompono e si integrano con il racconto non solo per commentarlo ma anche per sottolineare le caratteristiche dei personaggi. Landi, Mignemi e Paris trattano queste “intromissioni” con un’idea precisa che sin da subito centra lo spettacolo. Il tono infatti resta basso e sarcastico, anche quando la materia è atroce (e lo è), lasciando il minimo spazio al pathos. Witch is, nella sua assenza di scenografia affida tutto alle sue tre bravissime interpreti, Giorgia Iolanda Barsotti, Eleonora Paris e Cristiana Tramparulo, che reggono il peso della drammaturgia con un controllo vocale e fisica impressionante. Esse ballano, cantano e recitano passando dalle figure degli inquisitori a quelle delle donne accusate senza soluzione di continuità, affidandosi solo a rapidi cambi di costumi (un occhiale tolto, una mitra in testa ecc…).
Questa identità camaleontica è tenuta insieme dall’ottimo testo di Mignemi. Acuto e intelligente, lavora con molti giochi di parole, mettendo in scena una densità che quasi mai scivola nell’autocompiacimento. A concorrere alla riuscita dello spettacolo ci sono poi le canzoni originali, che con il sound design firmato da Andrea Centonza, alzano i giri del motore della messa in scena. E proprio a proposito del sound design, è necessaria una sottolineatura non scontata. Il lavoro di Centonza si rivela fondamentale, poiché in una sala raccolta come quella del Torlonia di Roma l’amplificazione e la gestione dei suoni non è per niente semplice. In Witch is tutto resta equilibrato, con il suono che non copre mai le voce né si riduce a semplice tappeto. Insieme alle luci di Laura De Bernardis, interpretazioni e musica, costruiscono una drammaturgia complessa che va al di là della semplice messa in scena ma si eleva su un ulteriore piano interpretativo. Barsotti, Paris e Tramparulo hanno la grande capacità di portare in platea una sorta di galleria di stati mentali attraversando una successione di ambienti interiori, con il passaggio dall’uno all’altro che avviene per via sonora e luminosa prima ancora che verbale.
‘Witch is’: secoli diversi, stesse domande
Il più riuscito tra questi stati mentali è sicuramente quello che migra nella scena del doppio interrogatorio. Da una parte la strega sotto processo, dall’altra una ragazza di oggi che vuole abortire, al centro il grande inquisitore. Le due situazioni non si alternano ma corrono insieme, due rette parallele e coincidenti, con le domande che rimbalzano dall’una all’altra fino a far divenire le risposte intercambiabili. La scrittura di Mignemi si rivela ancora una volta sopra la media e la regia di Virginia Landi ottiene, senza aver bisogno di annunciarlo in maniera didascalica, quello che molti spettacoli sullo stesso tema si limitano ad annunciare: un filo rosso tra donne separate da sei secoli ma ancora tristemente accomunate dagli stessi pregiudizi e preconcetti.
E il merito di ciò è soprattutto nella scelta della misura. Le domande sono lasciate nella loro forma burocratica, senza commento, con l’effetto che arriva per accostamento. L’accusa si forma, spietata, nella testa di chi guarda, che è il modo più efficace perché una scena politica funzioni.
Una seconda scena da segnalare è quella che prende di mira la società contemporanea e la sua ossessione per un certo tipo di estetica, poggiandosi su un’idea riuscitissima. Barsotti si fa specchio senziente, stile Biancaneve, e l’invenzione regge così come l’esecuzione, anche se la critica arriva meno a fondo rispetto all’interrogatorio. Qui il bersaglio è più battuto e lo spettacolo colpisce da una distanza maggiore, con un margine di genericità che nella scena precedente era assente.
Un unico difetto vero, e non solo di questo spettacolo, sta nell’interpellare la platea. È un vizio sempre più diffuso nelle messe in scena di oggi, e produce due danni. Il primo riguarda il tessuto drammaturgico, che si interrompe per far posto a una finta interazione. Il secondo riguarda gli spettatori, che nella maggior parte dei casi non vengono forniti degli strumenti per comprendere se la domanda rivolta loro sia reale o retorica, e restano in una condizione di imbarazzo che niente dello spettacolo chiede loro di vivere.

Cosa resta dopo le fiamme?
Lo spettacolo si chiude con un atto di spavalderia positiva. Le tre donne si spogliano. Ci vuole coraggio per farlo e ci vuole intelligenza e talento per farlo con un senso. Dopo che per tutto lo spettacolo il corpo femminile è stato descritto, interrogato, giudicato e messo sotto esame, esporlo senza mediazioni è l’unica conseguenza drammaturgica possibile, e non un semplice gesto di provocazione. Viene quasi da dire che fosse l’unico modo sensato di chiudere.
Witch is è un fiume in piena che ha il suo pregio maggiore nel tono. Lo spettacolo si fa forma d’accusa senza ricorrere alle tirate contro il sistema patriarcale, o simili, che altrove accompagnano questi materiali quasi per obbligo di repertorio, e senza mai cercare la complicità facile della platea. La rivendicazione del trio Landi/Mignemi/Paris è potente e viscerale, non risparmia nessuno e si tiene lontana dagli ideologismi pseudointellettuali e politici che solitamente ne annacquano la forza. Sono questi gli spettacoli che fanno bene al teatro e a chi lo guarda.
