Negli ultimi minuti dello spettacolo Marta Cuscunà si rivolge alla sala dicendo che il mentalismo è un’illusione, esattamente come il teatro, verrebbe da aggiungere. Questa dichiarazione obbliga a rimettere in ordine tutto ciò che si è visto fino a quel momento, procedendo a ritroso. I settantacinque minuti circa passati a non comprendere fino in fondo dove si stesse andando trovano lì la loro chiave, a spettacolo concluso. Se questo sia un pregio o un difetto è la domanda che La Medium lascia aperta, ed è anche la ragione per cui lo spettacolo divide senza concedere sfumature. O si ama o si odia.
Al centro c’è la storia vera di Hersilie Rouy, figlia dell’illusionista ottocentesco Charles Rouy, celebre per il numero de “La Donna Invisibile”, nel quale delle donne venivano fatte sparire in un’intercapedine, dichiarando che si trovassero in una palla di cristallo. Hersilie, compositrice e maestra di musica, sparirà, però, per davvero. Internata in un manicomio per quattordici anni, scrisse un diario-denuncia che la trasformò nella voce delle internate della Salpêtrière, luogo simbolo della psichiatria ottocentesca e degli studi sull’isteria femminile. La simmetria tra un mestiere che simula l’annientamento del corpo femminile e un’istituzione che lo esegue è il vero motore dello spettacolo, e si capisce perché Cuscunà vi abbia lavorato quattro anni, muovendo da Incantagioni di Mariano Tomatis e dalla sua tesi di fondo, secondo cui la magia funziona come forma di conoscenza critica prima che di intrattenimento.
Straniamento e macchine a vista
La Medium si presenta come un ibrido difficilmente collocabile, e in un’epoca che tende a incasellare le cose per renderle digeribili alla massa, una scheggia impazzita come questa fa la parte della tessera che non si incastra con niente e nessuno. Mirabilmente. Il paradosso è che proprio in questo non incastrarsi Cuscunà fa teatro in modo radicale, utilizzando la scena e sé stessa come un grande meccanismo illusorio al contempo svelato e nascosto.
La narrazione della storia di Hersilie procede per frammenti, quasi come schizzi dipinti su una tela, con cambi di scena e cambi di personaggi continui senza che ce ne siano di “fisici”; il corpo-voce dell’attrice friulana si modifica in una serie di figure, donne e uomini, che raccontano una storia senza mai metterla in scena in senso classico. È il Teatro epico di stampo brechtiano, acquisito e fatto proprio con originalità e convinzione; lo straniamento non viene citato come omaggio, ma si mette al lavoro su un materiale vivo.

Tra gli elementi più riusciti dello spettacolo c’è la regia nella sua interazione con le macchine di scena (che funzionano anche da scenografia), costruite e automatizzate da Simone Spangaro. I macchinari con cui Cuscunà “evoca” gli spiriti si integrano con l’attrice in un rapporto quasi simbiotico, e il loro funzionamento non viene mai occultato, ma esibito, in nome proprio di quella epicità brechtiana. Sono presenze a vista, manovrate dal vivo in scena, e il racconto acquisisce così uno spessore che un’impostazione da racconto classico, faccia a faccia tra attrice e platea, non avrebbe raggiunto. Allo stesso livello le luci di Luigi Biondi e il disegno sonoro di Mauro Martinuz e Michele Brega, ottimi entrambi nel restituire l’atmosfera giusta.
Il picco spettacolare, quello che probabilmente varrebbe da solo il prezzo del biglietto, è però la sezione narrata attraverso le Guarattelle napoletane, create e dirette da Irene Vecchia. Cuscunà dà vita a un teatrino spettacolare e toccante, sfruttando al massimo le proprie doti recitative. L’uso differenziato della vocalità è magnetico, quasi mesmerico, per rimanere in tema, e la tradizione popolare si inserisce nel dispositivo spettacolare senza effetti di folclore. La figura di legno diviene l’ennesimo corpo prestato a una donna che corpo non ha più.
‘La Medium’: un’operazione con riserve
La Medium non è però uno spettacolo perfetto. In alcune fasi, specialmente quelle iniziali, sembra soffrire della mancanza di una struttura drammaturgica rilevabile dalla sala. La natura ibrida che lo contraddistingue e lo fa risaltare è anche il suo maggior difetto, soprattutto quando le intenzioni dello spettacolo diventano difficilmente comprensibili, quelle stesse intenzioni che l’attrice annuncia alla fine. Lo spettatore resta così in attesa di un principio d’ordine che il testo gli, e si, nega per gran parte della durata, con l’attesa che somiglia più a una frizione che a una sospensione.
Si torna così da dove si era partiti. Per comprendere l’opera di Cuscunà bisogna cominciare dalla sua ultima battuta, quanto il mentalismo viene smascherato come illusione e con esso il teatro, e probabilmente l’intero spettacolo. L’operazione è coerente e intelligente, e vale la pena incontrarla, anche se non le riesce sempre e completamente nell’arco della sua durata; poiché una chiave consegnata in extremis chiede allo spettatore di riguardare a memoria uno spettacolo che intanto si è già congedato. E non tutti hanno gli strumenti per farlo.
