Conversazioni sul destino, il caso e le arti della scena con Alessandro Bandini
di Emiliano Metalli
Lo Spazio Diamante dedica un percorso a Giovanni Testori, esplorando attraverso la scena la complessità di un autore che ha fatto del corpo, del desiderio, della marginalità e della parola passionale alcuni dei tratti più riconoscibili della propria scrittura. Accanto a Nei letti degli altri, interpretato da Noemi Apuzzo e diretto da Joele Anastasi, emerge soprattutto Per sempre, il progetto di Alessandro Bandini in scena dal 5 all’8 novembre.
Partendo da oltre duemila lettere, cartoline, disegni e dediche inedite, scambiate tra Testori e il compagno Alain Toubas, Bandini porta sul palco una storia d’amore assoluta e tormentata, restituendo al pubblico un ritratto inedito dello scrittore: non soltanto l’intellettuale e l’autore, ma l’uomo, con le sue passioni, le fragilità e il bisogno di amare. Un lavoro che trasforma un archivio sentimentale in materia teatrale e apre interrogativi sul confine tra vita privata e rappresentazione.
È proprio da questo incontro tra documento e creazione, tra intimità e teatro, che prende le mosse la nostra conversazione con Alessandro Bandini, che inaugura Il trivio di Ecate: un appuntamento mensile di conversazione sul destino, il caso e le arti della scena con gente di spettacolo, sul palco e oltre.

I. L’evocazione
Credi nel destino o preferisci pensare che siamo noi a scrivere la nostra storia?
Probabilmente, in questo preciso momento della mia vita, 32 anni, mi illudo di pensare che siamo noi a scrivere la nostra storia. Forse lo penso perché ultimamente mi sono trovato a fare delle scelte che hanno richiesto per me un grande coraggio e responsabilità. Ma profondamente sono sicuro ci sia una forza cosmica che ci accompagna e in cui noi siamo immersi, ecco.
Qual è stata la coincidenza più incredibile della tua vita professionale?
Mi trovavo in un piccolo hotel sul lago di Garda e la sera vevo mandato una candidatura per un progetto di un regista importante internazionale. La mattina dopo scendo a colazione e lo vedo.
All’inizio non ci credevo, ho detto: «Non è possibile che questo regista sia in questo momento nello stesso hotel…». Questa è stata una coincidenza particolare. Anche perché è un artista internazionale, quindi ritrovarmelo a Riva del Garda la mattina dopo è stato straniante… Ho detto: «Okay, questo è un segno che in qualche modo dovevamo incontrarci».

C’è stato un momento in cui hai pensato: «Se non fosse successo questo, oggi non sarei qui»?
Sì, è stato un martedì mattina o lunedì mattina, non ricordo. Quando ero stato preso alla scuola del Piccolo Teatro nel 2014, ero entrato anche in un’altra accademia a Roma, al Centro Sperimentale. Dovevo fare una scelta. Ricordo di aver passato la domenica notte in bianco con mia madre a fianco a me sul divano dicendo: «Che faccio domattina? Prendo un treno per Milano e vado al Piccolo o prendo un treno per Roma?». Mia madre mi ha dato molto coraggio e mi ha detto di seguire il mio istinto, di prendere il treno che pensavo potesse portarmi nel luogo che sentivo interiormente più vicino e fedele per il mio percorso. Se non avessi preso quel treno per Milano quella mattina molto probabilmente non avrei incontrato le persone che mi hanno cambiato la vita. Lo dico in piena sincerità: quegli incontri mi stanno permettendo di fare un percorso artistico di un certo tipo, in realtà ancor prima che artistico, è un percorso personale e ha cambiato la mia vita.
Qual è la superstizione, il rito o la piccola mania a cui non rinunceresti mai prima di uno spettacolo o di un lavoro importante?
Sì, molto spesso ascolto una canzone di Whitney Houston che mi dà un sacco di forza e allo stesso tempo in qualche modo mi ri-centra. Questo è veramente un segreto per me. E la canzone è One Moment in Time.

II. Il sortilegio
Qual è un personaggio che ti ha cambiato la vita?
Più che di personaggio parlerei di progetti. Il mio monologo Per sempre sta veramente cambiando il mio desiderio e il mio approccio al lavoro e alle scelte artistiche future. Ho preso consapevolezza del fatto che desidero sempre di più approfondire il mio sguardo da autore sui progetti a cui prendo parto. Aver lavorato con una meravigliosa squadra, partendo da un mio desiderio e averlo trasformato in uno spettacolo che parla al pubblico, è qualcosa di impagabile e che è andato oltre ogni mia aspettativa.
Cosa ti ha avvicinato al mondo dell’arte?
Posso raccontarti come mi sono avvicinato alla recitazione. Ero a Genova e mia mamma una domenica pomeriggio mi ha portato al Teatro della Tosse a vedere uno spettacolo della Compagnia del Piccione. Ero piccolo, mi ricordo che ci siamo seduti sulle poltrone di velluto rosso. Quando è iniziato lo spettacolo e ho visto quella luce in scena, sono stato come abbagliato, è stata un’illuminazione. Ho preso la mano di mia mamma e ho detto: «Mamma, anch’io voglio stare lassù, anch’io voglio fare quella cosa lì!». Mia madre mi ha iscritto alla Quinta Praticabile e lì è stato incredibile. Andavo a recitazione il martedì pomeriggio dalle 5 alle 7. Già a sette o otto anni ci insegnavano la dizione, cosa che trovo così romantica – bambini che imparavano il modo di dire le parole – e fondante. L’ultima mezz’ora era dedicata alle “performance”: ci davano un tema (la giornata al mare, la scoperta, il regalo) e noi bambini dovevamo creare una piccola storia da mostrare agli altri. La mia fantasia volava!
E lo studio è stato un percorso regolare o si è “creato” sul campo?
Guarda, frequentando la Quinta Praticabile e poi il Centro di Formazione Artistica di Luca Bizzarri prima di entrare al Piccolo, la recitazione è sempre stata al mio fianco. Intorno ai 16-18 anni forse, più che andare a teatro tutte le sere, avevo desiderio di uscire e andare a ballare con i miei amici. È stata come una storia d’amore: ci siamo presi, rilasciati e ripresi. Ma la ricordo come qualcosa di importante e meraviglioso: quando avevo nove anni (forse il 2003) a Genova arrivò uno spettacolo di Castri Quando si è qualcuno di Pirandello con Giorgio Albertazzi, e servivano dei bambini per fare una piccola scena sulla neve con Albertazzi. Avevano scelto me e una mia cara amica. Sono rimasto senza parole: era la prima volta che andavo su un teatro così importante e dovevamo chiamare Albertazzi “Maestro”. Penso sia stata una grandissima formazione: recitare sui palchi da quando ero piccolino. E poi quando sono entrato al Piccolo tutto si è fatto più profondo: un lavoro sulla mia anima e sulla mia persona che va al di là del teatro. Il Piccolo è stato un tuffo in un mare sconosciuto che era poi la mia vita.
Come ti definiresti, come attore: hai modelli o scuole di riferimento?
Aiuto! Non so se so definirmi come attore. Cerco di mettere la materia umana come materia di studio. Il mio desiderio ogni volta è quello di abbandonarmi alla materia piuttosto che controllarla o mettere me davanti al progetto. In questo senso l’incontro con Alessandro Sciarroni è stato fondamentale nel mio percorso: ho trovato qualcuno con cui condividere una sensibilità artistica. Lavorando con lui ho sempre percepito che in primis, davanti a tutto in una creazione artistica, c’è l’oggetto… che diventa soggetto. L’incontro con lui mi ha molto arricchito e cerco di portare avanti questa visione. Questo fare un passo indietro rispetto alla ricerca e al progetto permette al progetto stesso di essere illuminato, e lo trovo importantissimo. Cerco di farlo mio, c’è ancora tanto tempo per scoprire che attore sono e sono sicuro che cambierà, ma in questo momento mi viene da dire questo.

Del tuo debutto cosa ricordi?
Allora, del mio debutto da bambino la prima cosa che mi viene in mente è questa: avevamo 7 anni e facevamo il saggio alla scuola elementare. Avevamo dei sacchetti di carta che mettevamo sulla testa con disegnate le emozioni (faccia triste, felice, sorpresa, arrabbiata) e noi, cambiando il sacchetto, interpretavamo i personaggi con quelle caratteristiche. Dopo il saggio e gli applausi davanti ai genitori, la maestra è venuta da mia mamma e ha detto: «Signora, suo figlio è stato il più bravo a prendere gli applausi!».
Al debutto al Piccolo Teatro invece, come saggio di diploma, interpretavo Giulaj da Uomini e no di Elio Vittorini, un personaggio molto tenero, una sorta di sacrificato al nazismo. Per tenere al caldo i piedi fra le dita metteva il cotone… Oltre al personaggio, suonavo il pianoforte. Ero in ansia totale al Piccolo Teatro Studio, l’attesa era molta perché era un saggio di diploma… con la famiglia e il pubblico presente. C’era una scenografia bellissima con un tram sventrato che veniva in avanti verso il pubblico, e lo spettacolo iniziava con un mio accordo al pianoforte. Mentre venivamo in avanti, mi si paralizzano le mani dall’agitazione: la mano destra si contrae tutta, non c’era più sangue e sono riuscito a suonare una sola nota con l’anulare per diversi minuti! Il resto dello spettacolo l’ho passato a massaggiarmi la mano cercando di tranquillizzarmi.
Quanto c’è di destino e quanto di costruzione nello spettacolo Per Sempre?
Beh, c’è sia destino che costruzione. Destino perché l’incontro con quella prima lettera di Testori — che inizia dicendo «Caro Alain, io sono disperato», ed è una valanga di emozioni e richiesta di essere amato — mi è capitata tra le mani inedita, mai letta o pubblicata prima. Il fatto di aver aperto per primo quel plico e aver letto quella lettera che mi ha spinto a questo viaggio meraviglioso ha qualcosa di cosmico: il fato mi ha unito a Testori. La costruzione dello spettacolo è invece frutto di un lavoro di due anni e mezzo di ricerca, trascrizione, archiviazione, tagli, montaggi, ripensamenti e licenze poetiche. È stato un lavoro quasi da amanuense del Medioevo. Entrambi gli aspetti si compenetrano: il destino di aver trovato questo materiale meraviglioso e, nello stesso tempo, la responsabilità di costruire un monologo che restituisca luce a questa storia d’amore e al carteggio.
Hai qualcosa in comune con Testori o sei lontano dal suo mondo?
Guarda, in qualche modo a breve uscirà il libro con la drammaturgia di Per sempre, edito dal Saggiatore. Nella nota introduttiva ho scritto proprio questo: più leggevo le lettere di Testori, più mi sentivo vicinissimo a lui in modo drammatico. Questo carteggio fa uscire un lato di Testori talmente vicino a me che mi fa paura, e ci ho lavorato in questi anni dopo tante sedute di terapia. In qualche modo oggi posso guardarlo con un certo sorriso e ironia, anche se a volte si aprono degli spazi neri, chiamiamoli così, abbastanza travolgenti. Altrimenti non avrei potuto scegliere questo materiale.
Mi sto rendendo sempre più conto che, per andare in scena e abbracciare un progetto, questo progetto deve riguardarmi: sentire che ci sono dei tremori e delle euforie comuni con la materia. Il periodo storico forse ci allontana, ma entrare nel suo biografico mi ha permesso di approfondire il suo essere artista e mi ha svelato qualcosa che altrimenti sarebbe restato molto astratto o criptico. Testori ha poi tutto un rapporto con la fede e la Chiesa Cattolica che io non ho, e lì si apre un divario, che non sta a me colmare… ma quella prima lettera che ha scritto ad Alain avrei potuto tranquillamente scriverla io, in passato. Questa sorta di montagne russe emotive – gioia e disperazione – è qualcosa che mi ha parlato molto.

Come hai organizzato gli aspetti creativi e quelli produttivi di questo progetto?
Beh, in primis devo ringraziare Carmelo Rifici e il LAC di Lugano perché sono stati i primi a credere produttivamente in questo progetto. La prima cosa che ho fatto è stata chiedere a Giuseppe Frangi, presidente dell’Associazione Casa Testori, se potevo avere accesso a queste lettere e continuare lo studio che avevo iniziato sul carteggio. Lui è stato ed è tuttora fondamentale; sostiene il progetto con tutto se stesso e non smetterò mai di ringraziarlo.
E poi abbiamo parlato con il LAC di Lugano, che ha guidato la cordata di altri enti produttivi quali il Piccolo Teatro, l’Emilia Romagna Teatro, il Centro Teatrale Bresciano, e poi una serie di residenze tra l’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, La Corte Ospitale, Armunia e inTeatro di Polverigi, che hanno sostenuto il progetto dandomi lo spazio e il tempo per cercare e lavorare. Ci è voluto un anno solo per leggere tutto il carteggio e poi per iniziare a scrivere, rimaneggiarlo e lavorarci. Questo è l’aspetto produttivo.
Per l’aspetto artistico ho pensato di affiancarmi dei collaboratori che potessero accompagnarmi, darmi fiducia e nutrire la mia libertà. Mi ricordo di aver detto al mio collega Ugo Fiore: «Ugo, se ti rendi conto che mi sto perdendo in labirinti intellettuali, riportami all’istinto, alla mia fame di raccontare questa storia». La stessa cosa è valsa per Alessandro Sciarroni, Tindaro Granata, Ettore Lombardi, Elena Vastano, Giulia Pastore e tutti i collaboratori artistici: una squadra che ha creduto tanto in me e alimentato la mia fiducia. Mi sono sentito veramente libero nella creazione di questo spettacolo, organizzando aspetti creativi e produttivi affinché nutrissero questa libertà artistica.

Riesci a bilanciare il lavoro, che ti porta spesso lontano da casa, con l’amore, gli amici e la famiglia?
Sì, sto riuscendo in questo momento – non voglio dirlo troppo ad alta voce – a bilanciare il lavoro con gli amici, che sono in qualche modo anche la mia famiglia. Penso che per fare questo mestiere ci sia bisogno veramente di una rete di sostegno fatta di amore, amici e genitori, ed è la cosa più forte nel rapporto con i miei amici: il tenersi per mano e cercare di lottare insieme per fare dell’arte un luogo di scambio importante con il pubblico e tra di noi. Devo dire che c’è una grande sincerità e un bellissimo sguardo aperto uno sul lavoro dell’altro, di grande ispirazione.
E per me Johannes, che è il mio compagno, è veramente… siamo una forza! La luce di questo meraviglioso ragazzo belga illumina la mia vita e mi permette di guardare al mondo con degli occhi più umani, più pieni d’amore e di coraggio. Non smetterò mai di dirgli grazie e che ci sarò sempre per lui. Lui mi ha sostenuto in un momento iniziale di Per sempre per me molto difficile.
Il teatro è famiglia o sono mondi separati?
Ma guarda, il teatro, come ti dicevo prima, mi ha permesso di fare degli incontri così inaspettati che si sono rivelati vitali, straordinari, veramente fuori dall’ordinario. Ho incontrato e continuo a incontrare nei progetti che scelgo di fare degli esseri umani fantastici, con cui condivido veramente un modo di pensare alla vita e con cui ci confrontiamo e ci arricchiamo sempre quotidianamente.
Quali sono i tuoi progetti nei prossimi mesi?
Beh, in prima cosa vado avanti con Per sempre, che fa una bellissima tournée quest’anno, e ne sono veramente molto felice perché non tocca solo le grandi città. Sarà interessante e bello vedere come lo spettacolo verrà accolto da pubblici di tutta Italia molto diversi: fare Testori in Sicilia, ad esempio, o a Napoli, è una cosa meravigliosa.
E poi debutto ad aprile con un nuovo spettacolo di Alessandro Sciarroni, Melancholia, il testo di Jon Fosse, l’autore norvegese premio Nobel. Sono in scena con gli splendidi Matteo Baronchelli e Maria Grazia Sughi. Debutteremo alla Triennale di Milano. Anche questo è un progetto che sto portando avanti ormai da tempo: la prima lettura fatta con Alessandro è di due anni fa. Il testo è molto denso ed è un bellissimo progetto di cui sono molto orgoglioso.

III. La profezia
Se le tre streghe di Macbeth ti concedessero una profezia sul suo futuro, che cosa vorresti sapere?
Sai che forse non voglio sapere niente? Forse voglio continuare a farmi sorprendere o a rimanere sveglio la notte per i miei pensieri, i miei desideri e le mie urgenze.
Forse l’unica cosa che vorrei sapere è se in qualche modo, da qualche parte, rincontrerò la mia nonna Luisa e la mia tata Camilla, che sono state – e che sono – le persone più importanti del mondo per me.

