di Emiliano Metalli
Veronica Cruciani adatta e dirige Le Serve di Jean Genet, in scena allo Spazio Diamante di Roma dopo una lunga tournée, nella traduzione di Monica Capuani, dando a questo testo di riferimento del teatro del Novecento una veste rinnovata che raccoglie, senza scostarsi dalla tradizione, alcune delle indicazioni dell’autore, mantenendo al contempo autonomia creativa e originalità.
La storia concepita da Genet, ispirata a un fatto realmente accaduto, è quella di due cameriere che amano e odiano la loro padrona, Madame. Le serve hanno denunciato il suo amante con alcune lettere anonime. Venendo a sapere che l’amante sarà rilasciato per mancanza di prove, e che il loro tradimento sarà scoperto, tentano di assassinare Madame, falliscono, vogliono uccidersi a vicenda, alla fine una di esse si dà la morte mentre l’altra attende la condanna.

Genet presenta le due sorelle, Solange e Claire, nella loro vita quotidiana, nell’alternarsi fra fantasia e realtà, fra gioco del delirio e delirio reale. A turno le due cameriere recitano la parte di Madame, esprimendo così il loro desiderio di essere “La Signora” e ognuna di loro, a turno, interpreta la parte dell’altra cameriera, cambiando lentamente atteggiamento, dall’adorazione al servilismo, dagli insulti alla violenza in una corsa al massacro che si rivelerà fatale.
In questo allestimento colpiscono subito le scene di Paola Villani che illudono il pubblico di essere in teatro dal lato dei tecnici e non della platea, dando vita allo “straordinario esempio di continuo ribaltamento tra essere e apparire, tra immaginario e realtà” che nelle parole di Jean-Paul Sartre caratterizza questa invenzione drammaturgica di Genet.
Lentamente le casse nere degli attrezzisti, che pure rivelano messaggi testuali quasi brechtiani per orientare il pubblico verso una interpretazione intellettuale e non emotiva dell’azione, si trasformano nei mobili di una stanza dell’appartamento in cui le due protagoniste lavorano. Ecco apparire armadi, comodini, letto, abiti, fiori a servizio continuo dell’azione principale e dell’illusione nell’illusione, secondo un meccanismo che impiega una finzione sulla realtà per denunciarne l’inconsistenza e rivelarsi più tragicamente reale dell’apparenza.

Tutto vira ai toni del blu-verde, come la maggior parte degli eleganti costumi di Erika Carretta, che toccano il loro apice nella mise di Madame, stracarica di gioielli e strascichi.
Il disegno luci di Théo Longuemare accompagna l’illusione del gioco continuo di finzione e realtà, in un ribaltamento senza fine di specchi e identità, in cui serve e padrona sembrano confondersi, nonostante la chiara sconfitta delle prime rispetto alla seconda. La sottigliezza elegante delle scelte cromatiche in accordo alla palette degli abiti, la costruzione di piani diversi grazie all’uso dell’illuminazione interna delle scene-armadio, l’attenzione al dettaglio dei corpi e dei volti rendono queste luci un elemento essenziale dello spettacolo. Proprio come la drammaturgia sonora proposta da John Cascone, che subentra a dividere l’azione esaltandone invece l’elemento emotivo attraverso una sonorità al limite dello straniamento.

L’impostazione registica di Veronica Cruciani naviga su tutti questi elementi mescolando i piani d’azione contrapposti delle serve e di Madame.
Le prime – due giovani attrici cresciute alla Scuola dello Stabile di Torino: Beatrice Vecchione, già diretta da Malosti, Martone e Muscato, e Matilde Vigna, Premio Ubu come Migliore attrice Under 35 e finalista 2022 per il Miglior nuovo testo italiano – mettono in campo la loro abilità esibendo con dedizione una miriade di registri vocali e fisici – merito questi ultimi anche della movement coach Marta Ciappina – e delineando così Claire e Solange come due figure contemporanee tanto nel linguaggio quanto nell’atteggiamento.

Nonostante questo, la loro ribellione non ha nulla della contemporanea necessità di rivoluzione, assumendo invece il carattere rituale della frustrazione di un sogno. Un tema che è forse oggi quanto più vicino alle generazioni più giovani, ma che in qualche modo attraversa il Novecento accostandosi alle delusioni sociali e politiche del fallimento dei grandi ideali ottocenteschi: uguaglianza, fratellanza, giustizia.
Ecco che la loro ossessione di uccidere la padrona è costantemente inscenata e mai conclusa, proprio per l’arrivo di quest’ultima che interrompe il gioco nel suo culmine. Un gioco che per Genet dovrebbe avere un che di furtivo, qui scarsamente presente.

Le due serve scelgono in questo allestimento uno stile più declamato, più gridato, forse anche più disperato, ma senza che questo significhi fuori dal controllo espressivo. Entrambe le attrici tengono in costante tensione la parola anche quando essa è solo sussurrata e la conducono, anzi, quasi a rottura nei momenti di maggiore enfasi. Il salto di personalità o di piano relazionale diviene poi un improvviso arresto dell’azione, uno scarto al limite della patologia psichiatrica, un abbassamento rapido del volume o del ritmo della scena che denuncia il terrore o, al contrario, la ferma decisione di giungere a compimento. L’impressione, però, è che sia più un atteggiamento esteriorizzato che interiorizzato, anche se forse è soltanto la loro chiave nel rendere le indicazioni dell’autore:
«Le attrici non devono salire in scena col loro naturale erotismo, imitare le donne che si vedono sullo schermo. L’erotismo personale, in teatro, degrada la rappresentazione. Le attrici sono perciò pregate, come dicono i greci, di non scodellar la fica in tavola. (“Le serve”) è una favola… Bisogna a un tempo crederci e rifiutarsi di crederci, ma poiché ci si possa credere occorre che le attrici recitino non secondo un modulo realistico.»
(Jean Genet, Come recitare Le Serve, in Le Serve, tr. Giorgio Caproni, Einaudi, Torino 1979)
Quando entra in scena Eva Robin’s, però, la situazione muta completamente. La sua esperienza di icona pop del transgender dall’originale percorso teatrale (ha recitato, fra gli altri, Cocteau, Copi e Beckett ed è stata candidata all’Ubu per Tutto su mia madre) si manifesta sul palco in tutta la sua bruciante personalità. Ironia, tempismo e atteggiamenti divistici di chiara matrice camp rendono la sua Madame – ruolo interpretato anche da Copi di cui la Robin’s è considerata in Italia quasi un’erede scenica – non solo dirompente rispetto alla tragica espressività delle due serve, ma persino comica.

Il suo intervento – di fatto una cerniera fra i tentativi irrisolti della prima parte e la tragica risoluzione della seconda nella storia delle due protagoniste – assurge a episodio di teatro nel teatro molto più di quanto probabilmente avesse immaginato lo stesso autore. La sua Madame catalizza l’attenzione, rapisce, incanta: il pubblico riesce in questo modo a giustificare lo stesso sentimento delle due serve verso la padrona, quasi innamorate, catturate dalla sua smagliante indifferenza, dalla sua stupefacente manifestazione di egoismo e di autoreferenzialità. Questa prova d’attrice, che le vale un applauso a scena aperta, dà la spinta alla conclusione dello spettacolo e mette in luce ancora di più l’equilibrio di un cast che per vie diverse giunge a una prova performativa di ottimo livello.

Le serve ebbe la sua prima assoluta nell’aprile del 1947 a Parigi al Théâtre de l’Athénée per la regia di Louis Jouvet. Protagoniste furono Monique Mélinand, Yvette Etiévant e Yolande Laffon: tre donne, nonostante l’idea iniziale dell’autore fosse quella di affidare le parti a due giovani attori uomini. L’autore concesse a Jouvet questa deroga e da allora fino ad oggi, attraverso uno sperimentalismo di genere, di stile e di età, questo testo crudele non ha mai smesso di raccontare al pubblico il dramma della frustrazione e dell’inadeguatezza dei ruoli, qualsiasi essi siano.

Spazio Diamante
12 – 15 Marzo 2026
EVA ROBIN’S | BEATRICE VECCHIONE | MATILDE VIGNA
LE SERVE
di Jean Genet
traduzione Monica Capuani | scene Paola Villani
costumi Erika Carretta | drammaturgia sonora John Cascone
disegno luci Théo Longuemare | movement coach Marta Ciappina
assistente alla regia Ilaria Costa | Foto di Laila Pozzo
regia e adattamento VERONICA CRUCIANI
produzione CMC – Nidodiragno | Emilia Romagna Teatro ERT – Teatro Nazionale | Teatro Stabile di Bolzano
