Banquo in trasferta: le MaleTinte e il Teatro Stabile di Catania

Testo Giulio Cascia

Attraverso la direttrice di Banquo, Maresa Palmacci, mi sono messo in contatto con Lydia Giordano, giovane attrice e artista catanese, per chiederle un’intervista e maggiori informazioni sul collettivo di artiste sicule nato intorno a lei, le MaleTinte. Subito Lydia si mostra sensibile e alla mano. Mi parla della madre, Mariella Lo Giudice, e di “oMaggio”, l’opera prima che definisce le MaleTinte come gruppo. Mi spiega che il nome del collettivo suona come un gioco di parole: il termine tinte è sì legato alla pittura, ma in dialetto siculo si tinto è un modo di dire che indica qualcuno di poco raccomandabile. Mi dice che il 13 ottobre espongono il loro nuovo lavoro, “Di ferro, di rose, di ombre”, nel
nuovo spazio espositivo sorto nel Ridotto del Teatro Stabile di Catania e questo è intrecciato allo spettacolo teatrale diretto da Laura Sicignano “Donne in guerra”, in scena dal 27/9 al 29/10 nello stesso teatro. Guardo il calendario: sono perfettamente in tempo. Non capita spesso che i pianeti e le stelle si allineino per offrire una bella occasione. E in effetti è un’occasione poter assistere a un progetto artistico in divenire, commistato ad altre arti, raccontato dalla viva voce dell’autore (chiaramente delle autrici, nello specifico). Chiedo il permesso alla direttrice di andare in loco e ricevuta la sua benedizione prenoto il primo volo per Catania insieme ad una stanza luminosa con problemi elettrici
vicino al centro della città.

Atterro alle 7:15 di domenica 17 ottobre a Fontanarossa, l’Aereoporto di Catania, accolto dalla più bella alba vermiglia da anni a questa parte. Prendo l’autobus diretto in centro, il viaggio è breve, circa 20 minuti. Nemmeno a metà del percorso appare l’Etna, dal nulla, immenso e nero, tremila metri che troneggiano sulla città. Si costeggia il mare finchè non scendo alla stazione centrale. La città è deserta, per la maggior parte dorme. Il check in della stanza alle 12 mi dà l’occasione di gironzolare, sentire gli odori, prendere un paio di caffè. Potrei raccontare ogni minuto della mia permanenza a Catania, ma questo articolo vorrebbe essere qualcosa di diverso da una guida turistica. Senza indugi, dunque, mi presento al Teatro Stabile alle 17:00, ora di apertura della mostra. Lydia è già lì che mi aspetta. Anche con la mascherina è perfettamente riconoscibile e mi viene incontro sorridendo. Fuori inizia a piovere, ma questo non ci ferma e mi scorta con l’ombrello fuori per ammirare “oMaggio”: una grande opera pittorica che prende nella sua totalità la facciata del teatro visibile da via Fava; 126 metri quadrati di murales in cui i lavori di 16 artiste si intrecciano in un’armonica rapsodia di immagini. Il titolo è un gioco di parole: innanzitutto è un omaggio alla madre di Lydia, Mariella Lo Giudice, nel decennale della sua scomparsa. Importante attrice catanese, molto attiva nella vita culturale della città etnea e ancora viva nel ricordo della stessa, ma soprattutto <> come la ricorda la figlia <>. Maggio è un mese immediatamente riconducibile alla primavera, ai fiori, alle farfalle, all’immaginifica visione della rinascita dal freddo dell’inverno. L’opera è effettivamente un’esplosione di stili e colori, pregna di carica e di energia che ravviva e vivifica tutto ciò che circonda. Ravviva il Teatro Stabile dopo un periodo un po’burrascoso, vivifica la memoria di una donna, madre e attrice che tanto ancora poteva dare, consacra e dà vita a un nuovo gruppo di artiste.

Rientriamo nel teatro, e ci dirigiamo verso il Ridotto, area da poco recuperata che verrà usata per mostre ed esposizioni. Saliamo le scale per entrare in quel <> che è “Di ferro, di rose, di ombre”, un lavoro completamente diverso da “oMaggio”, probabilmente opposto. L’esposizione nasce dalla proposta della direttrice dello Stabile e regista di “Donne in guerra”, Laura Sicignano, di realizzare una mostra collettiva da collegare al tema dello spettacolo. Una collettiva è una mostra in cui più artisti partecipano con lavori propri, ma le MaleTinte hanno risposto da gruppo alla chiamata e hanno realizzato un “lavoro collettivo”. Se con Lydia abbiamo parlato di una certa incomunicabilità di alcune emozioni ed esperienze, come ad esempio vivere in uno stato di guerra, certamente “il giardino delle rovine” riesce a toccare le giuste corde dell’empatia, trasportando lo spettatore in un’altra dimensione. Realizzato attraverso il recupero di materiali e oggetti di scena del teatro, l’opera racconta e mostra la tragicità della guerra nell’intimo della quotidianità. Il sapiente uso delle luci e delle ombre rende l’atmosfera irreale e inquietante; un nugolo di corde intricate conduce l’osservatore per un percorso disastroso in cui nulla ha senso. Carillion che suonano senza nessun che li ascolti e tende di parole scritte che non esistono davvero senza qualcuno che le legga. Gli uomini nascono solo per essere uccisi. Per alcuni la guerra è solo un gioco, magari anche perversamente divertente. Per altri è una gabbia da cui evadere. Come fiori delicati che fanno capolino dalle grate, volano con l’immaginazione verso un futuro, si spera, migliore. “Di ferro, di rose, di ombre” è un viaggio in una realtà distorta, che esiste nei libri di storia e nel presente nello stesso momento: è Roma nel ’43, ma è anche Sarajevo nel’96, e Baghdad e Kabul e tutte le altre quotidianità
spazzate via dalla scopa della Storia. Al termine del viaggio uno specchio infranto in cui guardarsi dentro. A modo loro, tutte le guerre sono uguali: alla fine ti guardi allo specchio e sai che si è rotto qualcosa.

Finita la mostra, prendo posto per il dramma “Donne in guerra”, regia di Laura Sicignano, scritto dalla stessa e da Alessandra Vanucci. La piéce è un lavoro delicato e potente al tempo stesso, condotto magistralmente fino al climax finale, impreziosito dalla bravura e dall’intensità della recitazione delle protagoniste. Ambientato in Italia durante la Seconda guerra mondiale, lo spettacolo racconta l’avventura di sei donne e del modo in cui sono divenute le protagoniste delle loro storie. Rappresentano sei archetipi sociali e ideologici e umani, in un contesto storico ben curato e piuttosto accurato. Una partigiana e una fascista, una borghese e una proletaria, una levatrice e una fanciulla un po’ svampita rappresentano un’Italia varia e ossimorica all’alba dell’arrivo degli Alleati sul fronte italiano, all’inizio della guerra civile. Sono madri, figlie, compagne e amiche, ma prima di tutto eroine contemporanee che mantengono la dignità nonostante le avversità nelle loro personali storie di vita, fino alla tragica fine. Che sia per le loro convinzioni politiche o per la loro natura, o anche un po’ per sfortuna, vanno imperterrite al patibolo e affrontano la morte con fermezza e coraggio. Il pubblico, che viene coinvolto ed invitato a partecipare allo spettacolo attraverso ammiccamenti, piccoli doni, domande, è attore e testimone della storia. “Donne in guerra” ha il grande merito di riportare in vita storie dimenticate, ricordandoci che anche se alcune non vengano raccontate, questo non significa che non siano mai esistite.

E’ stata una giornata intensa e ricca di pathos, senza alcun dubbio. Annachiara Di Pietro, Valeria Cariglia, SinMetro, Martina Grasso, UtaDag, Iolanda Mariella, Claudia Corona, Francesca Franco, Irene Catania, Alice Valenti, Marinella Riccobene, Agata Vitale, Monica Saso e Lydia Giordano sono le menti e i corpi del giovane collettivo le MaleTinte che, insieme al Teatro Stabile di Catania, portano un po’ di freschezza in un panorama artistico nazionale vessato dalle ultime chiusure statali, ma che con grinta vuole uscire dalla crisi e tornare alla carica. Far provare emozioni reali e non surrogate è sempre un merito per degli artisti e torno sul continente ben sazio grazie alle ultime esperienze. E di questo sono davvero grato.

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