I.A e performance art: dov’è l’arte nell’arte contemporanea?

Testo Giulio Cascia

Tante cose, a modo loro e con le dovute tempistiche, stanno tornando alla normalità. Le persone escono con maggior tranquillità, i locali sono nuovamente ricolmi di persone, l’ultimo treno che ho preso ha fatto mezz’ora di ritardo alla partenza e non c’erano posti a sedere. La normalità insomma. La scia di riaperture ha finalmente investito, deo gratia, anche i luoghi della cultura. Molti operatori del settore tirano un sospiro di sollievo e il pubblico interessato torna a “respirare un po’ di cultura”. E che apnea! Per un anno e mezzo non ci sono state mostre d’arte, spettacoli teatrali, performance, concerti, tour guidati, viaggi culturali, visite ai musei e chi più ne ha più ne metta. Solo cinema e tv, per la loro natura più “artefatta”, hanno continuato a offrire prodotti. Il resto delle manifestazioni culturali che necessitano di
un pubblico si sono fermate per motivi di forza maggiore. Alla notizia della consentita riapertura al pubblico di musei e luoghi della cultura, e della constatazione che ci stiamo liberando dai “motivi di forza maggiore”, un sospiro di sollievo l’ho tirato anche io.

Ho avuto il piacere di visitare a Roma due mostre d’arte contemporanea molto diverse tra loro, entrambe con il pregio di riuscire a emozionare e capaci di far riflettere sul dove eravamo e fino a che punto possiamo spingerci: “Re:Humanism 2 – Re:define the boundaries” al MAXXI e “Le Storie della Vera Croce” di Luigi Presicce al Mattatoio.
Re:Humanism è un’associazione culturale fondata per dare spazio a manifestazioni artistiche volte ad indagare le relazioni tra saperi umanistici e scientifici, con un focus particolare sulle intelligenze artificiali. Le I.A. sono una tecnologia relativamente nuova, la cui applicazione genera di per sé numerose riflessioni etiche e filosofiche. Se la prima edizione del premio d’arte Re:Humanis, nel 2018, si è concentrata sulle criticità rappresentate da un uso “malsano” della suddetta tecnologia, in questa seconda edizione si esplorano alcune possibilità. Re:define the boundaries, questo il titolo della mostra collettiva, significa letteralmente “ridefinire i confini”. Al giorno d’oggi, tanti concetti hanno assunto nuovi significati e, sebbene fuoriescono dalle consuete categorie, offrono nuove possibilità: le relazioni tra corpo, identità e memoria diventano sempre fluide e sfumate, robotica e machine learning danno un senso diverso al concetto di lavoro e di insegnamento, algoritmi sempre più raffinati sempre rendono sempre più semplice il problem solving. Alla mostra sono esposti i dieci artisti finalisti, selezionati tra gli oltre duecento che hanno
risposto alla call internazionale, che hanno saputo meglio sviluppare e cogliere le potenzialità che l’I.A. ha da offrire al mondo: dalla biodiversità alla coscienza ecologica, dall’identità di genere alla costruzione di nuovi linguaggi. Merita una menzione “Le Storie della Vera Croce” un progetto completamente diverso, che nasce nel 2012 e raccoglie un ciclo di dieci episodi, composti da un totale di diciotto performance, esposti attraverso la loro documentazione video per la prima volta tutti insieme. Partendo dalla mitologia cristiana, Presicce combina successioni di eventi e personaggi storici e li sovrappone tra loro, generando una singolare successione di narrazioni anacronistiche. L’ispirazione nasce dalla storia del ritrovamento della croce sulla quale Gesù di Nazareth fu crocifisso, la “Vera Croce”, ritrovata a Gerusalemme da sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino. Così come sono rappresentati dagli affreschi di Agnolo Gaddi e Piero Della Francesca, le riproduzioni video delle performance ritraggono fedelmente le opere pittoriche da cui sono tratte, rispettivamente in Santa Croce a Firenze e in San Francesco ad Arezzo, con una ricerca a tratti maniacale di corrispondenza con i dettagli.

Tutta la storia inizia con il primo uomo-peccatoore, Adamo, dal cui cadavere nasce l’albero da cui verrà tratto il legno della croce di Gesù; l’albero cresce e diviene immenso: re Salomone ne usa parte per costruire un ponte e la regina di Saba profetizza che il Sacro Legno sarebbe stata “la salute per i cristiani e la rovina per i giudei”. Salomone allora lo fa sotterrare, temendo per il suo popolo, ma il legno opera miracoli e viene ritrovato. Viene usato per costruire la croce di Cristo e scompare per duecento anni, ritrovata da sant’Elena e custodita a Gerusalemme. Quando il re persiano Cosroe conquista Gerusalemme, trafuga la Vera Croce per abbellire il suo trono, finchè l’imperatore bizantino Eraclio non sconfigge in battaglia Cosroe e la riporta umilmente a Gerusalemme. La croce verrà rivista in qualche altra occasione per poi sparire misteriosamente senza lasciare traccia.
Generalmente, dopo aver visto una mostra d’arte, è una buona abitudine cercare di riflettere su quanto si è visionato, scandire le emozioni che ci ha suscitato, analizzare quanto delle opere si è compreso a partire dai pamphlet offerti con le spiegazioni o, se più fortunati, dalla viva voce dell’artista stesso. Soprattutto per l’arte contemporanea, è necessaria una spiegazione per comprendere davvero appieno l’opera: un “complesso di significati” che parte dal titolo, passa per la realizzazione materiale, arriva ai nostri occhi e ci suscita emozioni grazie al suo significato. E il significato è spessissimo celato. Non è un’impresa semplice riconoscere immediatamente qualcosa come arte, anche i critici
sono in disaccordo: per molti è arte tutto ciò che è politico, inteso come volontà di esprimere un messaggio, per altri è fondamentale una resa estetica dell’opera, senza la quale si avrebbe solo un “oggetto parlante”. Alcuni, molto caustici come Jean Clair, credono che l’arte contemporanea sia pura mercificazione, livellamento e omologazione culturale che riducono l’arte a semplice divertissment, intrattenimento pop; i colpevoli di questo sarebbero i critici, che acclamano la mediocrità e la chiamano arte. Se penso a “Comedian” di Cattelan (la famosa banana) o ai“Balloons” di Jeff Koons (giganti palloncini gonfiabili a forma di animale) anche a me viene qualche dubbio.
Come si fa a distinguere? Claudio Zambianchi, professore di storia dell’arte contemporanea dell’Università la Sapienza, ex direttore della Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea di Roma (GNAM), in una delle sue lezioni ha fornito un’utile definizione per differenziare tra arte e semplice prodotto: “arte è materia applicata su una superficie attraverso l’idea dell’artista”.

Diceva che a suo dire fosse una definizione molto generale e ampia del prodotto artistico e credo che con i dovuti accorgimenti possa essere applicata ad ogni genere di componimento. La chiave di volta del pensiero è la volontà dell’artista, che usa ciò che ritiene più appropriato per esprimersi e lanciare un messaggio al pubblico. Certo, bisogna avere un messaggio, altrimenti salta tutto.
Se quello che ho visto recentemente è arte, poi, ci ho un po’ pensato. Le mostre sono state a modo loro interessanti e secondo me capaci di ampliare le vedute dell’osservatore. L’unica pecca di Re:Humanism è la mancanza di spiegazioni sul processo creativo degli artisti: le intelligenze artificiali sono usate a piene mani per fondere dati e creare nuove immagini, ma non spiegano come, né perché, né lasciano intendere chi sia il programmatore di certi programmi usati a piene mani per fare arte. Forse anche la mancanza di una certa “anima” all’interno dei lavori finalisti.
Il primo classificato, il duo Entagled Others, con “Beaneath the Neural Waves 2.0 indaga le possibili interconnessioni tra singoli elementi per generare ecosistemi complessi a partire dalle barriere coralline: il duo estrae i pattern ricorrenti e li traduce in stampe 3D. Più uno “studio” che un’opera. Il terzo classificato, Yuguang Zhang, realizza un letto che si rimette apposto da solo a seconda dell’utilizzatore, riflettendo sul rapporto che ci lega agli oggetti del quotidiano; “(Non-)Human: The Moving Bedsheet” suona più come funzionalità, più come design.

La seconda classificata, invece, colpisce: Irene Fenara con “Three Thousand Tigers” ha un messaggio semplice e di impatto con una realizzazione originale. Partendo da 3000 immagini di tigri, il numero attualmente stimato di esemplari in circolazione, un algoritmo generativo realizza un arazzo in cui l’animale è appena riconoscibile: si intravedono delle strisce, parti anatomiche non distinte, ma nulla di riconducibile a una tigre vera e propria. Quale modo migliore per rappresentare la sparizione di una specie? Le I.A. inoltre aiuterebbero nel preservare la “memoria digitale”, non solo delle tigri, chiaramente, dalla dimenticanza e dall’oblio.
Presicce, invece, mi ha incuriosito. Le performance sono un campo dell’arte che non conosco molto e mi intriga il concetto di base: opere contingenziali, a volte uniche e irriproducibili, di cui spesso il pubblico è parte dell’opera stessa. I messaggi che l’artista vuole mandare attraverso le rappresentazioni video non sono certamente immediati: figure del presente e del passato convivono insieme nello stesso scenario, collegate da misteriosi legami fatti di rimandi e ricorsi storici. In “Si Sedes Non Is” ci si aspetta di entrare insieme all’imperatore Eraclio a Gerusalemme dopo la sconfitta di Cosroe, per ritrovarci davanti Ettore Majorana e la squadra olimpica israeliana assassinata a Monaco nel ’72: il brillante fisico di via Panisperna scompare nel nulla, volatilizzato come il Sacro Legno dopo la sepoltura da parte di re Salomone, mentre la strage degli atleti rimanda alle torture subite dal giudeo per rivelare il luogo di sepoltura della croce di Gesù. La Storia, il mondo e gli esseri umani sono collegati da fili invisibili, ogni oggetto è simbolo ermetico e la conoscenza è esoterica, solo per i pochi addetti ai lavori: l’artista funge da maestro-alchimista che ci guida verso la verità.

Però, la prossima volta, penso che andrò a vedere qualcosa di più “semplice”, quantomeno più intellegibile per le mie corde. Banksy al Chiostro del Bramante è perfetto. I significati sono spesso immediati e la sua poetica è sintetizzabile come un “enorme dito medio alla società contemporanea”. Poi il viaggio per arrivare è meraviglioso: normalmente scendo a piazzale Flaminio, passeggio lungo via del Corso e poi taglio per piazza Navona fino a S. Luigi dei Francesi. Il Chiostro del Bramante è a pochi passi da lì. È solo una passeggiata, niente di che per molti, ma per me è come “andare in vacanza”. Se sono fortunato, per qualche attimo, perdo i confini con l’ambiente circostante e divento parte anche
io di quel tableau vivant che è la città di Roma. Per me è emozionante, e anche pieno di significato. Chissà se per qualcuno è arte.

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