Nel mondo di Kento

Attraverso il racconto del rapper Kento e del suo libro “Barre”,
scopriamo la realtà colpevolmente sommersa,
eppure così prossima, delle carceri minorili italiane.

Testo Sofia Chiappini

Come si fa a insegnare a chi non è disposto a imparare? Questo è solo uno dei molti quesiti sollevati dal libro “Barre. Rap, sogni e segreti in un carcere minorile” di Kento. Il rapper calabrese lancia una vera e propria sfida ai suoi lettori e lettrici e, con una chiarezza e una lucidità disarmanti, denuncia il problema cruciale alla base del funzionamento dei penitenziari minorili: l’esclusione. L’emarginazione economica e sociale di cui sono vittima i ragazzi con cui lavora e con cui, da oltre dieci anni, porta avanti i suoi laboratori, rappresentano la prova più concreta di una lacerante ingiustizia, di ordine morale ed etico. Al fondo del funzionamento del sistema penitenziario minorile italiano sta l’abominevole convinzione che il ‘bene’, in questo mondo, non sia alla portata di tutte e di tutti.
Attraverso il lavoro degli operatori e delle operatrici, la cultura e, in questo caso, l’hip-hop tutelano la diversità,
raccontandola in maniera diretta e scevra di fronzoli retorici o pietistici. Per Kento e per i suoi ‘ragazzacci’ ha ancora senso continuare a lottare, ma ancor di più è necessario curare, attraverso l’arte e la testimonianza, le ferite del nostro profondo senso d’impotenza.
tFrancesco Carlo, in arte Kento è un rapper originario di Reggio Calabria. Nella sua carriera musicale ha pubblicato dieci dischi e tenuto oltre mille concerti. Ha un blog sul Fatto Quotidiano ed è socio della LIPS (Lega Italiana Poetry Slam). Da oltre dieci anni si occupa di laboratori di scrittura rap e poesia nelle carceri minorili, comunità di recupero e scuole.

La cultura hip-hop è un mondo che la borghesia guarda con sospetto, attraverso uno spesso filtro di pregiudizi. Ma se in origine questo movimento è emerso a partire da un radicale conflitto di classe, oggi l’orizzonte di questo fenomeno sembra aver mutato aspetto, in uno scontro – all’ultima moda – tra le nuove generazioni e quelle passate. L’hip-hop è, ormai, un genere totalmente mainstream. E come tutti i generi musicali e culturali mainstream più si allarga più finisce per riflettere, nel bene e nel male, la società in cui si inscrive. Quindi, come nella società italiana convivono bene e male, unità e conflitto, così nell’hip-hop esistono le stesse dinamiche. Per quanto riguarda il contesto generazionale, francamente, trovo molto di buono nella giovane generazione. Se davvero pensassi che tutto è finito con il rap classico, il rap degli anni ’90 – che per me rimane bellissimo e con il quale sono cresciuto, ascoltando fin da ragazzino Tupac – passerei, semplicemente, il mio tempo a casa, ad ascoltare i suoi dischi e a disperarmi. Se ancora vado in giro a produrre dischi e scrivere libri è perché penso che il meglio debba ancora venire, credo ci sia ancora tanto da ascoltare ed è proprio dai ragazzi che traggo tanti stimoli positivi. Non è vero che tutto ciò che esce oggi è brutto e superficiale, così come non è vero che tutto quello che usciva negli anni ’90 era bello e profondo. Forse è la nostra memoria selettiva a farci dire qualcosa del genere, ma una cosa è sicura: bisogna mantenere uno spirito critico. Il conflitto generazionale rimane, che si tratti degli anni ’90 o di oggi, ma, allo stesso tempo, si trasformano le forme di espressione assunte da questo conflitto e, soprattutto, cambiano gli strumenti a nostra disposizione. Anche oggi esiste un conflitto, per certi versi più difficile, perché più frammentato, più arduo da capire, affrontare e veicolare. Anche per quanto riguarda le cosiddette ‘voci generazionali’, mi sembra siano qualcosa che tende a mancare o a essere frazionato, ma non è detto che ciò sia un male in senso assoluto. Mi piace pensare all’hip-hop come a un movimento, non come a uno o più rapper mainstream e – se va bene – altrettanti underground. No, mi piace pensare che un movimento, come quello hip-hop, sia come un pugno chiuso, che sarà sempre più forte se unito, piuttosto che diviso.
Certo, non siamo ancora a questo punto, bisogna lottare in questa direzione, ma sono davvero molto ottimista e interessato a ciò che accade intorno a me. Penso che esistano due tipologie di ‘stupidi’ tra i quarantenni: i ‘nostalgici a tutti i costi’, ovvero chi sostiene che tutto ciò che esce oggi è brutto e i ‘giovani a tutti i costi’, quelli per cui tutto ciò che esce oggi è bello. L’ascolto critico e l’approccio intelligente sono da coltivare a ogni età, non è mai troppo tardi, né mai troppo presto.

A chi è rivolto il tuo libro?
Questo libro rappresenta, sicuramente, uno sforzo in più per avvicinare un pubblico che solitamente non raggiungerei. Chiaramente, non è un libro che parla agli specialisti o agli addetti ai lavori. Non volevo ‘predicare ai convertiti’, ma dire delle cose a chi magari non le conosce o non sa di esserne curioso, volevo provare a catturare la curiosità anche del cosiddetto ‘lettore generico’ – anche se, forse, questa categoria nemmeno esiste. Per questa ragione sono davvero molto felice di essere riuscito a pubblicare con un editore premiato come Minimumfax, che mi dà la possibilità di uscire su testate importanti e di grande fama nazionale e, quindi, di raggiungere un pubblico amplissimo.
Durante la redazione del libro mi sono imposto tre criteri: 1) essere sincero e rispettoso nei confronti dei ragazzi, 2) non fare del moralismo o del paternalismo, anche se il mio, evidentemente, è un libro ‘schierato’ e non neutrale, un libro che ha una posizione, 3) provare a immaginare e rispondere alle curiosità del lettore. Mi ha fatto enormemente piacere, grazie al riscontro delle prime persone che lo hanno letto, sentire dire a più di qualcuno questa frase:“Ah sai, leggendo mi è venuta questa curiosità e alla pagina dopo mi hai risposto”.
Questo è per me un’enorme fonte di soddisfazione, perché era proprio il mio obiettivo.
Non mi bastava che fosse parola scritta, a mio modo, metaforicamente, volevo bucare la quarta parete, anche per questo il libro ha la sua declinazione musicale e diventa così una sorta di vinile.

Riusciremo mai a vivere in mondo in cui la cultura ha davvero un senso pieno e centrale nelle nostre vite, in
cui – come nella tua ode hip-hop – ha un aspetto meno rassicurante ed etichettabile di come ci aspetteremmo?

Parto sempre dal presupposto che ogni prodotto culturale non appartiene a chi lo fa, ma a chi ne fruisce: questo è un aspetto molto liberatorio per chi come me, per quanto nel mio piccolo, ‘produce’ cultura. Parlare di cultura a dei ragazzi dietro le sbarre è stata una delle sfide più belle e più interessanti delle mia vita. E, soprattutto, parlare di cultura hip-hop a questi ragazzi.
Bruce Lee diceva: “Io non faccio esperienza, io sono esperienza”. Con questo libro ho cercato di non fare hip-hop, ma di essere hip-hop: questa è stata la mia missione, la mia scelta. E tramite l’hip-hop e il rap siamo arrivati a Saffo, Cecco Angiolieri, Pavese, Amiri Baraka, Majakovskij, Szymborska, fino a portare in carcere dei poeti in carne e ossa, con un dibattito davvero sentito: è stata come una battle di freestyle, ma con la poesia.
A partire dallo scenario politico del nostro paese, sembra lecito credere che la cosiddetta ‘questione femminile’ rappresenti ancora un problema insormontabile, all’integrazione democratica del genere femminile nelle dinamiche del potere. Ma è fra gli ‘ultimi’ che sorge il dubbio che il femminile abbia ancora meno possibilità di emergere.
Per me è una certezza, non è un dubbio. Quello penitenziario è un sistema scritto da uomini per uomini.
Dai legislatori ai detenuti, si parla sempre di uomini.
Nella mia esperienza personale, pur non essendo uno psicologo o uno specialista, le ragazze sono le ultime fra gli ‘ultimi’ (basti pensare che alcune sono anche madri). E poi, c’è anche un problema culturale, dato dal fatto che molte delle ragazze detenute hanno avuto delle esperienze così tremende con il genere maschile, da rifiutarsi di avere operatori uomini. Proprio per questo motivo non sono mai riuscito a fare rap nella sezione femminile. Quella delle donne e delle ragazze, nel sistema penitenziario, è una questione che merita davvero di essere discussa, attraverso un approfondimento ben più pregnante, di quello che ho potuto proporre nel mio libro.

Non mi bastava
che fosse parola
scritta, a mio modo,
metaforicamente,
volevo bucare
la quarta parete…

E nel rap, come se la passano le donne?
Indubbiamente, nei testi rap esiste un problema di sessismo e, certamente, questa non è una caratteristica circoscritta al solo rap italiano. Per me non sono accettabili né i testi a sfondo sessista, né quelli che, come spesso capita, esaltano stili di vita superficiali e agonistici. Ma persino in questi casi rimango contrario alla censura, perché non credo sia la strada giusta da perseguire. Più qualcosa si nasconde, più risulta appetibile. Bisogna lavorare sull’ascolto consapevole, bisogna lavorare sugli ascoltatori: non è mai troppo presto per sviluppare un ascolto cosciente e intelligente. L’ascoltatore e l’ascoltatrice devono essere consapevoli del potere che esercitano nei confronti dell’artista, soprattutto
in termini economici e di visibilità.

Perché il futuro fa così paura alle nuove generazioni? E’ vero, come dice Fabri Fibra, in un’intervista di qualche anno fa alle “Invasioni Barbariche” (insieme al filosofo Galimberti), che i/le giovani stanno male, senza nemmeno rendersene conto e che, molto spesso, l’hip-hop (con tutti o parte dei suoi sottogeneri) è l’unica forma di arte che si preoccupa di denunciare questa situazione?
Il lavoro che faccio credo mi aiuti ad avere una comunicazione efficace con i più piccoli. I giovani sono sempre stati male, si sono sempre drogati, hanno sempre avuto dei comportamenti autodistruttivi. Basti pensare a coloro che negli anni ‘80 si facevano di eroina e morivano per strada, per non parlare di quelli delle cosiddette ‘stragi del sabato sera’, che si lanciavano in macchina a duecento all’ora. E poi, arrivò l’AIDS che era il castigo di Dio per i promiscui, gli omosessuali, i drogati. Gli anni ‘80 sono stati anche l’epoca del punk, del nichilismo, dell’autodistruzione, ed è per questo che se c’è una cosa che proprio non tollero è trattare i giovani come se fossero degli alieni! È un modo di fare che non concepisco e non condivido e che, francamente, trovo anche poco rispettoso nei loro confronti. Piuttosto che
giudicarli a priori, ascoltiamoli, piuttosto che dirgli cosa fare, facciamoci dire da loro che cosa vorrebbero fare o che cosa non possono fare. L’ascolto, secondo me, è una chiave straordinariamente sottovalutata.

Da artista partecipe e attivo nel dibattito civile e sociale, reputi che le/i giovani abbiano ancora il dovere o la possibilità di confrontarsi con la politica?
Dipende cosa intendiamo per politica. Sicuramente, la politica chiusa nel palazzo è lontanissima, ma già
un’intervista pubblicata su un giornale, come questa, è politica. Quindi, viverla nel concreto, viverla sul territorio è qualcosa che mi piace e interessa. Il mio libro, in senso lato e a suo modo, fa della politica (ma mi auguro che promuova anche altro, dalla poesia al racconto), nel senso migliore ed etimologico di questo termine, in quanto racconta ciò che succede nella città, di cui anche il carcere fa parte e che, anzi, rappresenta esso stesso una polis di per sé.

E tra moderazione e rivoluzione cosa scegli?
(Ndr ironicamente, ma non troppo) Non credo esista un’alternativa alla rivoluzione. Ora, senza fare discorsi
politici troppo estesi, ho una certezza rivoluzionaria, relativa al carcere minorile. Secondo me, tra cinquant’anni, qualcuno magari prenderà in mano questo libro, lo leggerà e dirà: “Ma veramente noi, nel 2021,chiudevamo ragazze e ragazzi di quattordici anni in carcere?”. E sembrerà un racconto anacronistico, medievale, così come adesso ci sembrano inconcepibili alcune norme giuridiche, come il matrimonio riparatore o il diritto d’onore. Penso che il carcere minorile sia un’istituzione che non ha nessun motivo di esistere e che verrà superata presto e, nel mio piccolo, mi auguro che il mio libro possa essere d’aiuto in questa direzione.

Tu sai di essere un ‘provocatore’: come pensi reagiranno le istituzioni al tuo libro?
Il libro è uscito da pochissimo, quindi dalle istituzioni non ho ancora avuto riscontri e quelli che ho avuto fino ad adesso sono tutti molto positivi e, francamente, molto sopra le mie aspettative. Nel momento in cui l’ho fatto uscire ero consapevole del fatto che fosse il libro di un ‘agitatore’, dato che, fra le varie tematiche affrontate, ci sono anche dei passaggi di denuncia, in cui si parla di razzismo. Ci sono dei contenuti scottanti e inaccettabili per le istituzioni carcerarie. Vedremo cosa succederà d’ora in poi, al momento sono fermo con i laboratori, a causa del Covid. Tutto dipende da come andrà il libro: se alzerà il polverone che mi aspetto, probabilmente ci saranno delle difficoltà al fatto che ritorni in carcere. È una questione su cui ho riflettuto molto, che ho soppesato, ma alcune verità dovevano essere dette. Non ci sono molte persone, in Italia, che hanno una storia come la mia e raccontarla diventa una responsabilità, ma non raccontarla, forse, sarebbe stato intollerabile.

Quello penitenziario è
un sistema scritto da
uomini per uomini

Ti è già capitato, in passato, di scontrarti apertamente con le istituzioni penitenziarie? Quali sono state le conseguenze?
Il primo laboratorio rap che ho tenuto in un carcere minorile risale a circa dieci anni fa. Parallelamente a
questo laboratorio, stavano girando un documentario che lo raccontava. A domanda precisa dell’intervistatore, dissi che, secondo me, i minorenni detenuti non erano lì perché più colpevoli, ma in quanto ‘ultimi’. È molto difficile, da minorenne, finire in carcere, ci sono moltissime misure alternative alla detenzione: l’affidamento alla famiglia, i servizi sociali, gli arresti domiciliari, l’affidamento in prova, la comunità. Quindi, chi è che finisce in prigione da minorenne? Chi non ha famiglia, un buon avvocato o magari non capisce nemmeno bene cosa gli viene detto o chi viene consigliato male e fa lo ‘sbruffone’ davanti al giudice. Sono gli ‘ultimi’ a finire in carcere da minorenni, non i più colpevoli. Con
questo non dico che siano innocenti o degli ‘angioletti’, ma sono economicamente, socialmente e culturalmente
gli ultimi. E questo è ciò che dissi nella mia intervista, ma quando arrivò alle orecchie del direttore dell’istituto, mi chiesero di ritrattare la mia affermazione. Mi rifiutai: ciò che avevo detto corrispondeva al mio pensiero, per cui proposi di eliminare il mio intervento dal documentario. Questa mia affermazione, però, arrivò anche agli altri operatori, che si occupavano di break dance e graffiti con me, i quali chiesero a loro volta di essere eliminati dal documentario per solidarietà, perché concordavano con quanto avevo detto nella mia intervista. A quel punto, si arrivò con il direttore a un’escalation tale, per cui ricevemmo una diffida, su carta intestata del Ministero della Giustizia, in cui si affermava che le riprese non erano mai state autorizzate. Chiaramente, ciò era impossibile, è impensabile far entrare una telecamera senza autorizzazione. Il laboratorio si fermò da un giorno all’altro, ma lo sbaglio fu mio, perché a pagare per la mia coerenza furono i ragazzi. Ogni sabato erano felici come se al posto mio ci fosse stato Tupac in persona. E tra l’altro, il laboratorio fu interrotto senza che a loro fosse comunicato nulla (come al solito). Con il senno di poi, faccio una forte
autocritica nei confronti di quelle affermazioni, oggi avrei ritrattato con una formula più moderata o un escamotage. La coerenza è bella quando a pagarne le conseguenze sei tu, quando ricadono sui ragazzi detenuti non è vera coerenza. Bisogna esercitare l’arte della mediazione, fare ‘buon viso a cattivo gioco’, stare zitto quando vorresti arrabbiarti: è molto istruttivo, anche nel senso più deteriore del termine, non soltanto nella sua accezione positiva.

Centrale è nel tuo racconto il tema dell’amore. Per certi versi adolescenziale, immaturo, appare soprattutto come un bisogno così radicato nei ‘ragazzacci’ e nelle ‘ragazzacce’, da poter andare al di là di ogni forma di contatto. L’unico legame di questo amore è il sottilissimo filo di un graffito sul muro, uno spazio rubato e dal sapore antico.
È uno strumento meraviglioso quello utilizzato dalle ragazze e dai ragazzi per comunicare sui muri, come se fosse una chat whatsapp. La ragazza magari scrive e il ragazzo risponde, poi a volte lo scambio si interrompe e ti chiedi cosa sia successo, avranno litigato o qualcuno sarà uscito? E ti senti un po’ in imbarazzo, perché è come spiarli, come leggere i messaggi sul cellulare di qualcuno. Ci sono volte in cui mi fermo, arrivo fino a un certo punto e non posso continuare a leggere.

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