Intervista a Barbara Alberti

Scrittrice, giornalista, sceneggiatrice, Barbara Alberti è un personaggio a tutto tondo, e una “firma” che non le manda certo a dire. Se si entra in sintonia con lei si scopre una bella persona, una donna piena di ingegno e sapere, forte e affettuosa, con tanti sani principi. Su questo chi la conosce da tanti anni non ha nessun dubbio, è una donna dalle mille idee e risorse, con cui è gradevolissimo conversare in ogni occasione. Partiamo da uno dei temi che le sta a cuore, Barbara; viviamo in una società piena di contraddizioni. Cosa la fa di più arrabbiare? Tante cose, ad esempio il fatto che questa società abbia rimosso la vecchiaia perché ha rimosso la morte. Ai tempi dei miei genitori era un titolo d’onore, adesso si cercano tutti palliativi per l’età che si trasforma. Ma perché? Essere vecchi è una situazione così ripugnante e sconcia che non si può nominare? Il demone del nostro tempo è la stupidità. Come la storia che se si usa la parola “negro” è un’offesa; non è mica vero. E’ una parola che viene dal latino, bellissima, considerata un’offesa perché il razzismo di chi la pensa così è molto forte. Bianco non è un’offesa, infatti. Quindi in questo uso del linguaggio non si riconosce. No, piuttosto sogno una sua rivoluzione, un altro suo uso, che le parole abbiano un senso più nobile. Siamo uomini o zimbelli di un linguaggio falso? Non si usa la parola “negro” ma si linciano le persone però, e nessuno ha osato e osa dire la parola “linciaggio”. Abbiamo reso insostenibile la già insostenibile condizione umana e questo rivela la bruttezza della nostra spiritualità, siamo noi che mettiamo l’offesa nelle parole. Un’epoca dunque difficile questa, a suo modo di vedere? Le dico solo questo: George Orwell, nel suo “1984”, è stato ottimista rispetto a quello che si è visto. Lì la gente obbedisce per paura, ora ci si consegna gratis, al non-pensiero. Vogliamo essere dominati. Una cosa che mi sconvolge sono i coach, ormai non sappiamo più neanche soffiarci il naso, c’è persino il sex-coach, ci può essere una dittatura più schifosa? Siamo tutti entusiasti dell’orrore, dell’infelicità. Quando una mamma vuol conoscere un bambino lo porta dallo psicologo, invece di “leggerlo” dentro. Stiamo perdendo il contatto con l’Uomo, quindi con noi stessi, e siamo disperati. E Barbara Alberti come vive quest’epoca? Sono un’ottimista paranoica, Dio mi ha fatto così. Ho sempre riso, e vorrei morire così, rido perché sono libera. Purtroppo è un’ingiustizia della natura: c’è chi sa godere del riso della vita e chi no, a me è stata data questa grazia. Lei è ricordata anche per alcune sue affermazioni sul maschio, con i suoi punti di vista…Tra maschio e femmina c’è una grande differenza, lì partiamo da lontano. Le società matriarcali non avevano guerre, è sempre stato l’uomo il fautore. E’ sempre la storia del pene, con i maschi che sono condannati a un esame eterno, da quando si accorgono di averlo fino alla morte, ed è terribile questo bisogno di affermare di essere maschio per il timore di non esserlo. Ho molta compassione per loro, ma sincera, non offensiva eh. Mi rendo conto cosa voglia dire (ride). Quando si racconta una barzelletta, i maschi aspettano di vedere se gli altri ridono, se non diventano ridicoli facendolo per primi. Questo è quello che ci ha sempre diviso. Poi, e lì andiamo nel vero dramma, ci sono quelli che ammazzano con la complicità di tutta la società, che avranno condanne miti. Che vergogna che non si prendano provvedimenti speciali per quelle condanne. Atavicamente sono colpi di coda, perché c’è stato un balzo enorme in avanti dai tempi di mia madre, e questo non viene accettato. Ci uccidono perché siamo libere. Politicamente questo nostro Paese come lo vede? Per quelli della mia età, abituati com’eravamo a vedere schieramenti chiari, precisi, poter distinguere a stento, oggi, tra destra e sinistra, è molto drammatico. Oggi i politici, guardiamo per esempio a sinistra, non sognano, non credono, non hanno visione e sono uomini morti o comunque dormienti, mi spiace dirlo. Vede qualcuno che ha entusiasmo? Lei ha vissuto da giovane altri anni, altri fermenti. All’epoca mia si credeva veramente che le ingiustizie sarebbero cambiate. La forza del ’68 non è stata nella sua piccola storia ma nell’animo che avevamo noi, avevamo tanti temi in mente che poi si sono sviluppati orrendamente, l’ecologia, la guerra, il razzismo, lo strapotere del denaro. Abbiamo avuto questo grande privilegio, noi giovani di allora, abbiamo sognato. Quello che manca al giovane di oggi è il sogno appunto. In quest’epoca il giovane è incastrato anche da alcuni mezzi come il telefonino, mezzi non sempre malefici ma se si rimane attaccati tutto il giorno, è molto alienante secondo me. Una cosa bella dei tempi della mia gioventù era che ci piaceva enormemente essere contro, avere un pensiero nostro e batterci per esso, anche magari essendo maltrattati. Adesso invece contano i like. Cosa che i grandi uomini non hanno mai avuto, non hanno mai cercato il consenso, anzi, piuttosto hanno sempre scatenato il dissenso, da Pasolini ai grandi scienziati, che siano stati maschi o femmine. Importante è non essere contro a priori, ma portare avanti il proprio pensiero e la propria vita. Secondo lei Barbara, la donna nello spettacolo è riuscita a fare qualche passo in avanti rispetto all’uomo? Ne ha fatto uno gigantesco, ha ottenuto il diritto di poter far ridere pur essendo bella. Non è poco. Chiudiamo con una sua frase divenuta famosa: “l’amore è per i coraggiosi, tutto il resto è coppia”. Ce la conferma? In pieno! Per amare ci vuole coraggio, bisogna obbedire a un comando cieco perché l’amore è un mistero. Tutto è stato spiegato ma non quello. L’amore è una grazia, quando si diventa coppia è la fine, perché si diventa il guardiano uno dell’altro, in una specie di omertà. Io ti controllo, tu mi controlli, non ti dico i miei pensieri. SI diventa una caricatura orribile dell’amore. Meglio lasciarsi subito, forse un giorno ci si ritroverà, ma mai stare insieme detestandosi. E’ un’alchimia miracolosa, l’amore ci libera di noi, e ci restituisce a noi.


Francesco Bettin

Lascia un commento

Your email address will not be published.

tre × 3 =