Dino Buzzati, anno 2022

Testo Simone Carella

Possibile o anche solo pensabile ricominciare da Dino Buzzati oggi, a 50 anni esatti dalla morte (28 gennaio 1972)?

Possono le sue storie, i suoi racconti e la prima vera graphic-novel apparsa in Italia (Poema a fumetti, 1969) tornare sulla scena come per incantesimo, e diventare bussola analogica nel mare digitale, inquinato di solitudine e sferzato da venti di guerra in cui i ragazzi di oggi navigano a vista?

Dino Buzzati non ha goduto di buona stampa. Da morto e nemmeno da vivo. Non è insomma il prototipo di Grande Autore novecentesco da riverire e celebrare. L’impressione è che neppure all’interno dei manuali scolastici e divulgativi sia valorizzato a dovere.

Personalità sfuggente, rigida, poco incasellabile entro le griglie confinanti di un’appartenenza politica, fu snobbato da gran parte della critica, prima relegato al ruolo di Kafka minore, poi di autore scarsamente impegnato. 

Eppure girovagando sui siti di lettura più in voga oggi, Anobii o Goodreads, la sua opera è ben presente, le recensioni fioccano, l’affezione traspare e l’entusiasmo dei lettori pure.

Così come, è bene dirlo, fioccano anche iniziative spontanee di grandi intellettuali, critici e studiosi come Lorenzo Viganò che – senza l’organicità maestosa e un tantino ingessata di cui altri autori possono godere – riescono comunque a veicolare nel presente le sue parole. La riscoperta di Buzzati è, in effetti, in piena espansione ormai da anni.

E allora perché non riacchiappare i suoi volumi da uno scaffale un po’ impolverato (magari lo stesso in cui – ragazzini delle medie a nostra volta – li avevamo riposti) per metterli nelle mani dei nostri figli o di figli di amici? Potrebbe essere la più grande dotazione per sopravvivere al presente. Un presente di rabbia, isolamento, ansia e depressione.

Dino Buzzati, Le anime perse

Ma perché proprio Buzzati?

La prima è una ragione prettamente utilitaristica: Dino Buzzati scrive in modo semplice. Oggi – nel tempio della bulimia comunicativa, dello skipping come cifra quasi antropologica di fruizione di qualunque oggetto artistico (canzoni su Spotify, serie tv, reel su Istagram e Tik Tok: un minuto, massimo due e poi via al prodotto successivo) – attaccare con un racconto breve di Buzzati può essere un buon modo per catturare l’attenzione.

La cifra stilistica di Buzzati, del resto, è sempre stata questa: scrivere con chiarezza estremacristallina per utilizzare un aggettivo caro allo scrittore bellunese. Una modalità mutuata dalla professione di giornalista al Corriere della Sera, e mai abbandonata fino alla morte. Proprio Buzzati ha più volte ribadito di aver utilizzato nella scrittura una attitudine analoga a quella per i suoi pezzi sul Corriere: “cerco di scrivere anche le mie storie fantastiche come se fossero dei fatti veri e propri di cronaca. Quanto più l’argomento è fantastico, tanto più c’è bisogno di un linguaggio semplice, quasi burocratico, da  rapporto di questura”.

Gli attacchi di un racconto di Buzzati sono, in effetti, una calamita. In poche righe tutto è già inquadrato, secondo la regola aurea del buon cronista. Col vantaggio incommensurabile di catturare il lettore.

Basterà un racconto breve, una qualunque di quelle gemme incastonate nei volumi di racconti come “La boutique del mistero”, o “Sessanta racconti” (Premio Strega nel 1958), per scatenare l’effetto-domino. Sarà come aprire una porta che affaccia sull’abisso, come regalare un videogioco di carta. Non si torna indietro, perché non si smette di riflettere. Come in un gioco di scatole cinesi, il lettore vorrà arrivare al livello successivo, e la magia crescerà. 

C’è poi c’è una ragione sostanziale. Già, perché dopo aver fatto i nostri conti sulla praticità, il discorso si sposta su un altro piano e cioè sul che cosa gli stiamo suggerendo di leggere?

Un antidoto alla solitudine. Solitudine innanzitutto materiale, in quanto esseri fisicamente mortali, finiti; solitudine anche mentale, intesa come mancanza di fantasia e appiattimento iper-razionale sull’aridità del quotidiano. La Fantasia uccisa dall’uomo moderno nel racconto Il Babau (ma sollecitata allo spasmo dalla scrittura di Buzzati) è, in effetti, la lente migliore con cui filtrare la realtà.  Va però scovata nel suo nascondiglio segreto, e quel nascondiglio sono proprio le pagine di Buzzati.

L’uomo è solo. Qualunque sia lo scenario e il rumore di fondo (perfino le sirene dei bombardamenti), i protagonisti si trovano infine a dover fare i conti con il silenzio interiore e la loro finitezza mortale. Ed è quello il momento esatto in cui la scrittura di Buzzati giunge al suo vero grande approdo: quando la nostra quotidiana strada verso l’ufficio o verso casa si popola di distorsioni fantastiche, inganni temporali, creature misteriose, antri inquietanti, giochi di specchi. Alla fine la via si stringe e ci conduce a capire che ogni cosa, proprio ogni cosa, è esistita perché potesse essere riletta con occhi diversi. L’uomo è solo ma la consapevolezza della sua solitudine è una conquista, perché ottenuta dopo le avventure più incredibili. Alla fine del viaggio, se saremo stati abbastanza disposti ad ascoltare, a vedere,  otterremo il regalo più grande: un cambio di prospettiva sulla realtà, su tutto quel che ci è sempre apparso già noto e stantio e che però ha in serbo – se letto adeguatamente – una seconda dimensione, un mistero.  

La piazza del Duomo di Milano dipinta da Dino Buzzati

Da lettori, l’esperienza è impagabile. Immaginiamo di trovarci in mezzo a questa via piana, familiare e accogliente, descritta con linguaggio cronachistico, quasi piatto. Immaginiamo che ad un certo punto una mano (la mano magica del narratore, di Buzzati) ci sollevi da terra e ci sieda su un’altalena. All’improvviso senza accorgercene saremo in aria, sospesi, e progressivamente, parola dopo parola, frase dopo frase, la vertigine ci aprirà i polmoni. Lì in alto, un secondo prima di compiere il nostro giro, con il fiato mozzato, avremo rivisto tutto: la bellezza rassicurante dell’essere bambini, i nostri giochi d’infanzia, le luci del ricordo, gli amori tristi, il grigiore delle nostre strade. Tutto così vivido e però distorto in un’assurda illusione ottica dalla  prospettiva dell’altalena: un improvviso magma di colori e forme indistinte, quasi paurose. Allora – solo allora – scenderemo giù, al presente che corre dritto, con gli strumenti giusti per accettare che tutto, proprio tutto, scompare senza lasciare traccia. Ma nell’aria ci avrà cullato quello squarcio da cui saranno passati gli spifferi un po’ sinistri della meraviglia, ribaltando il fronte e aprendoci l’anima.

Leggere Buzzati è, insomma, come scovare noi stessi dentro a un quadro che stavamo rimirando da tempo senza capire perché ci interessasse poi così tanto. La nostra figurina si modellerà in mezzo a un paesaggio consueto, dipinto da una mano amica, eppure con un piccolo elemento, un dettaglio, fuori posto: una faccia nell’ombra, una figura svolazzante, un orologio fermo. Quando realizzeremo che la figura lì al centro della scena siamo noi, tutti noi, ci riconosceremo e vorremo abbracciarci, così come abbracciare i nostri simili, compagni d’avventura nel colorato mistero della tela.  

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