Fabio Deotto, la scrittura salverà il nostro Pianeta

Il clima del nostro Pianeta sta cambiando, in maniera talmente repentina da sorprenderci e farci rendere conto di come sia già passato da un pezzo il momento della riflessione, bisogna agire e anche in fretta. Frenare la corsa verso la catastrofe implica un drastico cambiamento delle nostre abitudini quotidiane, ma non solo anche della nostra mentalità, viziata dal benessere e dalla convinzione di avere a disposizione un capitale naturale infinito da usare a nostro piacimento. Questa potrebbe essere la trappola evolutiva capace di spingerci verso l’estinzione.

Come scongiurare la catastrofe? La prima regola da seguire è informarsi da fonti attendibili e da studiosi preparati con la dote, rara, di saper spiegare concetti scientifici e renderli potabili.

In Italia uno di questi è Fabio Deotto, biotecnologo, scrittore, giornalista, porta avanti le problematiche ambientali e nel suo ultimo libro: “L’altro mondo. La vita in un pianeta che cambia” edito da Bombiani, lascia (per il momento) da parte la veste di romanziere e racconta cosa sta succedendo al nostro Pianeta.

Il libro “L’altro mondo- la vita in un pianeta che cambia” è un viaggio nei posti in cui si possono toccare con mano gli effetti dei cambiamenti che sta subendo il nostro pianeta. Tra tutti i posti che hai visitato qual è stato quello che ti è rimasto più impresso?

Sicuramente la Louisiana. Ho visitato New Orleans e le cittadine che punteggiano il corso del Mississippi e ho toccato con mano gli effetti dell’innalzamento del livello dei mari e della subsidenza. Parliamo di un territorio che è stato letteralmente creato dal sedimento trasportato dal Mississippi, che nei millenni ha cambiato corso più volte. Una volta che i francesi hanno fondato New Orleans in braccio al fiume non potevano più permettere che cambiasse corso, quindi hanno eretto degli alti argini che ora lo intrappolano. Il risultato è che il sedimento finisce tutto nel golfo del Messico, e i terreni circostanti, già compromessi da decenni di trivellazioni, si stanno compattando. New Orleans è già sprofondata di quattro metri, altre comunità stanno letteralmente sparendo dalle cartine. A un certo punto, percorrendo una strada che portava alla foce, mi sono dovuto fermare: davanti a me c’era solo acqua.

Sempre in, “L’altro mondo- la vita in un pianeta che cambia” parli di limiti cognitivi che ci impediscono di capire i cambiamenti del nostro pianeta. Quali sono questi limiti e come facciamo a superarli?

Non credo sia possibile superarli del tutto, ma è possibile prenderne atto, e dunque aggirarli. Ci siamo evoluti in un mondo molto diverso da questo, con minacce molto più immediate e inquadrabili della crisi climatica, questo fa sì che di fronte a un problema così orizzontale, sfaccettato e interconnesso, il nostro sistema di allarme fatica ad attivarsi. Allo stesso tempo abbiamo sviluppato una serie di scorciatoie cognitive che contribuiscono a nasconderci il problema: tendiamo a credere, ad esempio, che una catastrofe è imminente colpirà prima altri rispetto a noi, a convincerci che la situazione in cui siamo nati e cresciuti non possa cambiare più di tanto, e a controllare come si comportino le persone che ci stanno attorno prima di attivarci di fronte a un pericolo. Tutto ciò contribuisce a ingessare la situazione, mentre noi abbiamo bisogno di muoverci, e alla svelta. Dobbiamo prendere atto della limitatezza del nostro sguardo e affidarci a chi studia il problema da decenni e converge nel dichiarare un’emergenza che va messa in cima alle priorità.

Da dove nasce l’idea di scrivere un libro su questo tema?

Da dieci anni circa mi occupo di esplorare le intersezioni tra scienze umanistiche e naturali, perciò mi è venuto sempre più naturale concentrarmi sulla crisi climatica, un problema che abbraccia ogni distretto della nostra esistenza e che richiede una sovrapposizione di sguardi e approcci. Sono convinto che la crisi climatica sia la più grande minaccia esistenziale che l’essere umano si sia mai trovato ad affrontare, e che sia particolarmente insidiosa perché difficile da comunicare. Dopotutto, la scrittura ha il potere di consegnarci uno sguardo nuovo, di fare emergere angoli in ombra della nostra realtà, per questo la comunicazione è uno strumento fondamentale nella lotta alla crisi climatica.

In un altro tuo libro: “Un attimo prima” la storia è ambientata in un futuro dove i soldi non si possono più accumulare, le città sono ecosostenibili, ma alla fine nonostante questi miglioramenti la vita dell’uomo è sempre condizionata dal consumismo. Un futuro libero da questo demone è possibile?

Sì, è sicuramente possibile. Ma prima di raggiungere un futuro simile dovremo attraversare una fase di transizione, in cui il mondo sarà popolato da persone intrise dei valori e delle ambizioni prodotti dal capitalismo fossile. Io stesso, che pure sarei il primo a voler vedere compiuta questa transizione, mi rendo conto di aver introiettato un’idea di progresso legata alla crescita e all’accumulo. Per questo, nell’immaginare un futuro in cui siano state prese decisioni virtuose, non posso non immaginare anche che quel nuovo sistema continuerà a ospitare parte delle dinamiche tossiche e delle iniquità che caratterizzano il nostro.

Da dove è nata la tua necessità di scrivere e di occuparti di certi argomenti?

Da piccolo la questione ambientale mi appassionava, poi con il tempo me ne sono progressivamente allontanato, fino ad arrivare a un punto in cui mi risultava quasi respingente. La scintilla è scattata quando mi sono reso conto perché il cambiamento climatico mi risultasse respingente, e quanto avesse a che fare con il modo in cui me l’avevano raccontato. Mi sono reso conto che parte della comunicazione climatica cercava di fare forza sulle leve sbagliate, predicando, colpevolizzando, mettendosi in cattedra e trattando chi ascoltava come un peccatore. Mi sono reso conto i giornalisti (io compreso) parlavano troppo spesso di “futuro” e di “natura” e troppo poco della dimensione presente della crisi climatica e di quanto già stesse cambiando la nostra esistenza. Ho cercato di trovare un’angolazione diversa, di entrare nella dimensione presente e umana del problema, e il reportage narrativo era lo strumento ideale.

Qual è il tuo metodo di scrittura?

Dipende se sto scrivendo un romanzo o un saggio. Quando scrivo un romanzo tendo a scrivere tutti i giorni fino al completamento della prima stesura, poi lascio riposare qualche settimana prima di procedere alle ri-stesure, che di solito sono almeno 4. È un processo laborioso, a tratti caotico, fatto di continue battute di arresto, crisi creative, illuminazioni provvidenziali e tante, tante ore sulla pagina. Con un saggio è diverso: la preparazione porta via più di metà del tempo, e tendo a farla in massima parte prima di poggiare le dita sulla tastiera. Parto dall’argomento di cui voglio scrivere, poi allargo il campo in cerca di tutte le possibili diramazioni, in cerca di una “direzione” a cui subordinare il materiale di studio. Una volta trovata la direzione il lavoro si semplifica, ma tocca comunque leggere una vasta quantità di testi, anche solo per capire chi ha già scavato in una direzione analoga, con quali strumenti e con quali esiti. Quando inizio a scrivere, di solito il libro è già composto nella mia testa. Per un romanzo è diverso, in quel caso pattino sempre su un ghiaccio sottile, accompagnato dal terrore che si rompa e debba buttare mesi di lavoro.

Quali sono i tuoi riferimenti letterari?

Primo Levi sopra tutti: pochi come lui hanno saputo impugnare gli strumenti del narratore e dello scienziato senza chiuderli in cassette degli attrezzi diverse. Levi non era solo uno scrittore strepitoso e una mente affilata, era anche un maestro di abnegazione: sapeva dosare alla perfezione l’azzardo necessario a raccontare storie e l’umiltà necessaria a crescere e reinventarsi. Basta leggere un capolavoro come La ricerca delle radici per capire di quale caratura stiamo parlando: non ha mai passato un solo minuto a lodarsi, o cercare di imporsi nell’agone letterario, i riflettori non gli interessavano, gli interessava solo la pagina. E poi, in ordine sparso, John Fante, Shirley Jackson, Philip K. Dick, Emily St. John Mandel, Giovanni Verga, George Orwell, Elizabeth Kolbert, Lydia Davis, Paul Auster, Georges Perec, Sonia Shah, etc.

Progetti per il futuro?

Al momento sto finendo il mio prossimo romanzo, su cui sto lavorando da un paio d’anni. Ma all’orizzonte ci sono altre cose, su cui però è il caso che taccia. Preferisco parlare del mio lavoro solo a opera conclusa, e ora ci sono solo cantieri aperti.

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