Intervista al “Collettivo Terrae” i creatori del Festival Tank • Immagine Analogica

In occasione del Festival Tank • Immagine Analogica, in scena ad Apecchio fino al 19 giugno, Banquo Magazine ha avuto l’occasione d’intervistare Alberto Berliocchi, Annalaura Africani, Elisa Del Gobbo, Mattia Barbotti il ” Collettivo Terrae”.

Cosa vi ha spinto nella scelta della creazione di un festival dedicato alla fotografia?

La serendipità. Il Festival, infatti, nasce un po’ per caso, visto che la nostra associazione era inizialmente stata creata per dar vita a una rivista cartacea (il primo numero uscirà a luglio) che parlasse della regione dalla quale proveniamo, ovvero le Marche, con un taglio e un approccio intimo, poetico. Durante le varie uscite in cui ci incontravamo per reperire materiale per i contenuti, ci siamo resi conto che tornavamo a casa con un sacco di foto scattate in analogico, visto che abbiamo una passione per questo tipo di fotografia. Poi, guardandoci intorno abbiamo notato che in Italia esistevano davvero pochi festival dedicati al mondo dell’analogico; attualmente ci risulta solo un festival a Trieste. Infine, l’altro motivo che ci ha spinti a organizzare Tank • Immagine Analogica è stato il fatto che tutti e quattro abbiamo esperienze pregresse nella realizzazione di festival o eventi e che, per quanto complessa e impegnativa possa essere la macchina organizzativa, l’emozione di vedere qualcosa a cui tieni prendere forma ripaga immediatamente di tutti gli sforzi.

Siamo nell’era dei social dove chiunque, basti pensare a Instagram, può fotografare qualsiasi cosa e mostrarlo a tutti; è nata forse da qui la vostra scelta di dedicare il festival alle fotografie analogiche come quelle in pellicola o polaroid, per spiegare l’importanza di possedere materialmente, magari incorniciato, un momento importante della propria vita ? 

Come dicevamo, all’interno della nostra associazione la passione per la fotografia analogica è piuttosto condivisa. Anzi, per alcuni di noi è stata proprio la tecnica con cui ci siamo avvicinati inizialmente alla fotografia e che abbiamo usato per i primi scatti. Nonostante questo, però, non riteniamo che l’analogico sia il più “puro” degli approcci fotografici. Ovviamente, si può scattare un’immagine in digitale e ritenerla allo stesso modo la più importante, la più significativa. Una delle caratteristiche su cui invece ci piace soffermarci è la parte più “scomoda” – diciamo così – della fotografia analogica, che ci impone la limitatezza sia dal punto di vista quantitativo – dato dal numero di pose del rullino – sia tecnicamente per la natura stessa di questo approccio. Nessuno ci obbliga a scattare miriadi di fotografie con il nostro cellulare, ma va anche riconosciuto che è il mezzo stesso a facilitare questa modalità d’utilizzo. In questo, l’analogico agisce esattamente al contrario: ci asseconda a soppesare lo sguardo e, per estensione a semplificare, ridurre e togliere tutto quello che c’è di superfluo.

Veniamo da due anni difficili in cui sono cambiate molte cose, dove per lunghi periodi siamo stati costretti a rimanere chiusi in casa: è questo forse uno dei motivi per cui avete scelto come tema di questo primo anno la nostra “terra”?

In realtà il tema “Terrae: di terra, alla terra”  vuole essere anche un omaggio al nome della nostra associazione. Questa scelta è stata forse un modo per provare in primis a definire ancor meglio noi stessi attraverso i punti di vista degli autori selezionati che hanno interpretato il tema. Sicuramente il nostro rapporto con la terra, che anche nella call abbiamo specificato essere un legame non solo con l’ambiente naturale ma anche con il proprio vissuto sociale e culturale, è un elemento fondante del progetto iniziale, ovvero della rivista. Il clima creato dalla pandemia però ha certamente contribuito a farci prendere in considerazione ciò che fino a qualche tempo fa ritenevamo marginale e quasi d’impiccio: quello che c’è fuori dalle nostre case e dai nostri sche(r)mi. L’aspetto per molti versi preoccupante è che invece abbiamo dovuto fare i conti con un lockdown per avere la consapevolezza del nostro legame indissolubile con il mondo naturale.

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