“Narni Città Teatro” e quei linguaggi fantastici che diventano realtà

Excursus sulla terza edizione di un Festival che si inserisce nella lista delle cose per cui vale la pena vivere.

Ho sempre considerato il teatro come parte integrante della vita, come uno strumento in grado di abitarla, trasfigurarla, di insegnarla in qualche modo.

A Narni Città Teatro, il Festival diretto da Davide Sacco e Francesco Montanari, giunto alla sua terza edizione, questa idea diventa tangibile e reale: il teatro si respira in ogni luogo, pullula nelle strade ricolme di entusiasmo, si insinua in chiostri, giardini, rocche piene di luce, gioisce nelle piazze festose, si adagia su palchi tradizionali che diventano originali, ripopola atri in disuso.

Il paese diventa un palcoscenico a cielo aperto, ininterrottamente, per tre giorni. Gli artisti si mescolano con il pubblico, il pubblico con gli artisti, in un’osmosi catartica, uno scambio continuo efficace e dirompente.

Narni Città Teatro è uno dei pochi festival che riesce a far coincidere vita e teatro, a organizzare tre giorni in cui le dimensioni sono sospese: senza tempo e spazio si vive nel microcosmo del teatro, se ne svelano i meccanismi, i protagonisti, si scardinano forme prestabilite, mostrandone le infinite possibilità. A Narni Città Teatro la vita è teatro mai come quest’anno in cui il claim “linguaggi fantastici”  ha offerto scenari in cui la comunicazione si è espressa nella sua molteplicità, fantasia, arte.

Il teatro si è fatto linguaggio nel criptico ed ermetico “Terzo Reich” di Romeo Castellucci, una performance provocatoria, com’è nello stile della Societas Raffaello Sanzio. Un’installazione in cui le movenze del corpo di Gloria Dorgliguzzo, leggermente illuminate dal fuoco di un braciere, lasciano il posto a una sequenza ininterrotta, intermittente, estenuante, di parole che a cadenza ritmica, ossessiva e ripetitiva si susseguono al battito incessante, assordante, della tecno. Il rumore insegue e accompagna i vocaboli che nel loro scorrere si perdono e nella mente rimangono solo quelli che, in qualche modo, o per qualche intima e personale ragione, si imprimono nella mente ipnotizzata dalla performance.

Si resta storditi da questo esperimento ipnotico, e si comprende quanto probabilmente l’eccesso di comunicazione stia fagocitando velocemente le nostre esistenze, facendoci perdere ogni punto di riferimento, ogni orizzonte. 

Le parole fanno parte anche della lista delle cose per cui vale la pena di vivere di ”Every Brilliant Thing”, spettacolo di Duncan Macmillan con Filippo Nigro e la regia di Fabrizio Arcuri.

Il testo abita il chiostro di Sant’Agostino infrangendo ogni barriera con la quarta parete e il pubblico, che viene coinvolto in prima persona a prendere parte alla storia di un uomo, anzi ad un viaggio che un bambino compie per diventare uomo, un viaggio in macchina con il padre verso l’ospedale, dove la madre è ricoverata dopo il suo primo, fallimentare, tentativo di suicidio. 

Lo spettatore insieme a lui si trova a cercare e riscoprire  quelle piccole grandi cose per cui vale la pena vivere e amare la vita anche nei momenti più vuoti, bui e disperati. Dallo svegliarsi la mattina accanto alla persona amata, dall’assaporare un gelato, al gustare  the con i biscotti.

Uno spettacolo sensibile e delicato che la sentita regia di Arcuri, coadiuvata dall’abilità interpretativa di Nigro, rende diretto, incisivo, profondo, e allo stesso tempo brillante, con venature ironiche. La complessa tematica della depressione “gioca” con il pubblico, lo interroga in maniera silenziosa, lo porta ad empatizzare con il protagonista, con la sua vita, la sua timidezza, ad analizzare il rapporto con i genitori, con l’amore, gli altri, le paure, i sentimenti che si riscoprono universali. Si torna bambini a tratti, si riaprono bauli della memoria, ci si commuove. E non basta una lista di un milione di cose per cui vale la pena vivere, ci si guarda intorno e  se ne riscoprono altre: questo stesso spettacolo, il cielo sopra Narni che spunta dal chiostro.

Vale la pena sicuramente vivere per lasciarsi travolgere dalla potenza emotiva di Francesco Montanari che in “Play House” ci fa entrare nelle dinamiche di una coppia innamorata, ma lacerata, appassionata, ma sconvolta, annoiata ed eccitata.

Un monologo a due voci, un dialogo espresso in un unico pensiero, un flusso di coscienza che delinea la quotidianità sui generis di una relazione che si distrugge e ricompone costantemente, di un microcosmo intimo e personale sul quale spesso si infrange il macrocosmo della società, che va a destabilizzare e scuotere i fragili equilibri interni. Lo spettatore si trova quasi a spiare dal buco della serratura, come un occhio esterno, specchio di quel mondo che tanto minaccia i protagonisti, mentre sulla lavagna si esprime nero su bianco quel senso di responsabilità  e compromessi che l’esistenza impone, tra denaro, interessi, dipendenze. Francesco Montanari è un intenso fiume in piena di dolore e amore, lo esprime con il corpo, lo sguardo, la voce, i nervi, lo sputa, lo inala, in un connubio che ferisce e cura. Alterna il punto di vista di Simon e Katrina, in tredici quadri, in momenti che vengono tuttavia cuciti da un sentimento fuori controllo, di chi non crede in Dio, ma nella persona che ama, o crede di amare.

L’atmosfera notturna ci culla verso una nuova giornata in cui a spiccare è sicuramente la performance teatral-musicale dal titolo “Scritti sull’Arte”, tratto da Karl Marx e trasposto in una drammaturgia firmata da Sacco, con gli attori Federica Rosellini Daniele Russo, insieme ai 99 Posse,  trascinati dalla potente e ammaliante voce di Simona Boo. Un connubio esplosivo tra rap, letteratura, e scena. Un vera rivoluzione che si attua a teatro, dove il palcoscenico e la platea diventano una piazza vibrante in cui urlare la libertà, l’arte che conduce alla libertà, tra grandi classici, come Shakespeare, Moliere, i capisaldi latini e greci. Ci si interroga sul senso dell’arte e la missione dell’artista, sui diritti e doveri dei lavoratori, la loro e nostra missione, si balla e si salta sulle musiche e strofe della band, in un concerto- sociale rivoluzionario, fuori dagli schemi prestabiliti. Un evento unico che parte da Marx per parlarci dell’oggi, che è frutto di ciò che è accaduto ieri: la vera rivoluzione è  possibile con il pensiero. E questo festival, forse, le cose, nel piccolo, le sta rivoluzionando, nel suo concepire l’arte come comunità, come un processo fatto di cuore, anima, corpo, connessioni, confronti, scambi, reti, sperimentazioni, visioni. Un pensiero moderno, pop al punto giusto, che crede nel teatro, nelle sue potenzialità e nella sua missione di essere accessibile a tutti, di parlare a più persone possibili, consentendo lo sviluppo della creatività, dei linguaggi, delle forme, come accade  ormai con  il consuetudinario appuntamento all’alba nella mistica cornice dell’Ala diruta. Dopo Moni Ovadia e Ascanio Celestini, è la volta di una donna, Sabina Guzzanti, che con la sua verve e ironia, alle prime luci del sorgere del sole ci conduce tra le pagine del suo nuovo spettacolo, un testo metateatrale, che narra il rito della scena con tutto ciò che ne consegue, attraverso il punto di vista di due spettatori. I sorrisi risvegliano e via, verso un nuovo giorno in cui respirare il teatro in ogni angolo.

In quello che era un tempo un teatro tardo barocco, in attesa di restauro, ci si può immergere “Nella solitudine dei campi di cotone” di Koltès, con la regia di Mario Martone e il riallestimento di Fabrizio Arcuri. Si cammina ascoltando le parole, perdendosi in un’atmosfera onirica ,che consente a ognuno di compiere il proprio itinerario tra suggestioni, luci e ombre.

Non sono mancati altri preziosi appuntamenti con la drammaturgia contemporanea con  “Figli di Abramo”, presentato in prima nazionale per la regia di Gianluca Iumiento con l’interpretazione di Stefano Sabelli, “Rumore di Fondo” diretto da Nadia Baldi, “La fine della Grecia” diretto da Riccardo Sinibaldi e “Breaking the Lady”, che ha ricordato le dinamiche di un”Diavolo veste Prada” a teatro, diretto da Irene Loesch.

Così come con la musica con  il gruppo vocale a cappella “Occhi chiusi in mare aperto”, ma anche “Promenade a Sud”, con le voci, i tamburi e le melodie di Matteo Mauriello, Marianita Carfora, Sossio Arciprete, Toto Toralbo e Francesco Manna, oppure con il suggestivo momento sulla Rocca Albornoz dedicato a Ennio Morricone, a cura del collettivo “Parioli Theatre Club” e dei maestri musicisti Patrizio Destriere, Claudio D’Amato, Giuseppe Civiletti Giampaolo Scatozza.

Narni Città Teatro è l’essenza di come si dovrebbe vivere l’arte: un linguaggio che da fantastico si fa  concreto grazie a un meraviglioso lavoro di squadra.

Un modello da seguire, ripetere, ampliare.

Da inserire assolutamente nella lista delle cose per cui vale la pena vivere.

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