La bellezza di raccontare una storia: intervista a Luca Bianchini autore del podcast  “Il mio sogno americano”

20 Febbraio 2025

È approdato in rete, sulle principali piattaforme digitali d’ascolto, come Apple Podcast, Amazon Music o su Spotify, al link: https://open.spotify.com/show/1JviD7Tuux0ZVmeRpePChG, “Il mio sogno americano” podcast  firmato dallo scrittore Luca Bianchini, autore di grandi successi letterari spesso riadattati al cinema, con il regista Marco Ponti.  A dare voce alla storia di un giovane abruzzese partito da Avezzano all’inizio del Novecento per inseguire il sogno americano, lo stesso Bianchini con l’attore Lino Guanciale.

Sei episodi della durata media tra i 15 e i 21 minuti, prodotti da Corìma Srl, che raccontano il viaggio di Raffaele Trequarti, poco più di un adolescente, che dalla sua Avezzano puntò verso Ellis

Island, alle porte di quella luminosa “fabbrica dei sogni” di cui tutti parlavano e che rappresentava

l’ingresso in un nuovo mondo ricco di grandi opportunità. Tra mille avventure dolci e amare, Raffaele ha avuto il privilegio di incontrare i grandi personaggi della Storia: Henry Ford e il signor McDonald, e li aiuterà a costruire il grande Sogno Americano.

La storia di un italiano che arriva a fare la bella vita, ma poi si ritrova davanti a un bivio:  meglio la carriera o l’amore? L’America o l’Abruzzo?

Abbiamo intervistato l’autore e in questo caso anche ”voce”, Luca Bianchini, per questo suo esordio nel mondo dei podcast. Ci ha raccontato di quanto per lui siano fondamentali le storie e l’urgenza di volerle raccontare a prescindere dal mezzo, dal risultato, di quanto sia fondamentale l’ascolto in un’epoca in cui tutti hanno voglia di dire la propria. Ci ha trasmesso la bellezza di raccontare senza voler per forza insegnare qualcosa. Un podcast, che in qualche modo ci riavvicina al radio dramma, per scoprire il viaggio, fisico e morale, di un uomo, attraverso la regione marsicana e l’America, ma soprattutto dentro se.

-E’ il tuo primo podcast dopo innumerevoli successi letterari. Come mai questo passaggio al podcast? Credi che sia lo strumento letterario del futuro? In cosa cambia, anche stilisticamente, scrivere per un podcast?

E’ un modo nuovo di raccontare. Io non sono un grande ascoltatore di podcast, così come non seguo le serie tv, ma sono circondato di persone che invece parlano solo di quello; quindi, ho pensato magari facendolo capirò meglio questo linguaggio. La sfida è nata proprio dal voler conoscere un nuovo strumento. In qualche modo ero preparato perché scrivo romanzi, ho condotto per tanti anni un programma su Radio Due, quindi ho lavorato con la voce, ascolto audiolibri, insomma la voce è uno strumento che uso. Innanzitutto, ho scritto questo podcast con Marco Ponti, che il mio amico regista, e fare le cose insieme un po’ ti responsabilizza da un lato e dall’altro è bello perché condividi tutto. È stato molto interessante poiché c’era la parte di scrittura, la parte di confronto, la parte di lettura. Preferisco i romanzi come strumento di divulgazione, in quanto  la dimensione del viaggio per me deve essere sempre intima, tra chi scrive e chi legge, però il podcast è un modo nuovo di raccontare ed è, devo dire, altrettanto bello, perché poi ci sono le musiche, ci sono le voci, c’è Lino Guanciale, ci sono tanti elementi che arricchiscono il racconto ed è una sorta di ritorno al radiodramma. Credo che sia importante in questi tempi difficili tornare ad ascoltare, perché tutti vogliono parlare, nessuno vuole più ascoltare. Ecco, i podcast ci insegnano di nuovo che si può ascoltare.

-In cosa cambia, anche stilisticamente, scrivere per un podcast?

Stilisticamente cambia nel senso che devi pensare che sarà un racconto orale per cui devi renderlo fruibile e leggibile, anche se io non mi sono dato dei limiti. Ho scritto un po’ come se avessi scritto normalmente, però anche perché io quando scrivo leggo sempre ad alta voce, quindi diciamo che non ho cambiato moltissimo il mio modo di scrivere. Certo, sulla brevità sì, perché non puoi dilungarti troppo quando racconti. Infatti sono episodi di 20 minuti, belli ricchi.

-Conoscevi la storia di Raffaele Trequarti? Come ti sei avvicinato all’idea di Anna Teodoro e l’hai fatta tua?

Quando mi hanno proposto questa storia, la prima cosa che ho voluto fare è stata incontrare il figlio di Raffaele. Siamo andati ad Avezzano a visitare i luoghi, abbiamo visto la luce bellissima dei paesaggi, il Monte Velino, abbiamo mangiato le patate, quindi siamo entrati un po’ in quella realtà  che mi è stata subito familiare perché mio padre veniva da un paese della provincia di Siena dove alla fine le dinamiche della provincia si assomigliano. Era un racconto in cui io stavo comodo e poi mia madre è nata e vissuta in Tunisia, è stata profuga,  per cui il viaggio, le navi, quei racconti io li conoscevo, di solito li ho sempre sentiti in famiglia,  per cui ho raccontato una storia abruzzese, ma che in realtà aveva molto anche della mia storia personale.

-E’ la storia di un sogno, di una possibilità, ma anche e soprattutto della purezza e grandezza di un amore. Dell’importanza delle proprie radici. Quali valori e quanta attualità può avere questa storia per le generazioni contemporanee?

Non scrivo mai romanzi e storie che insegnano qualcosa, io inseguo le storie quindi ho raccontato questa storia perché era una bella storia. Non ho nulla da insegnare, poichè mi pare che siamo in un mondo in cui tutti ti spiegano le cose,  tutti sanno. Io non so, io pongo domande e racconto storie, però sicuramente se una storia poi, come mi stanno dicendo gli ascoltatori, suscita in chi l’ascolta delle emozioni o genera delle riflessioni io sono solo contento, ma non è la mia intenzione.  Ci sono già tanti che insegnano, io no, io racconto.

-E’ la storia di un sogno, di una possibilità, ma anche e soprattutto della purezza e grandezza di un amore. Dell’importanza delle proprie radici. Quali valori e quanta attualità può avere questa storia per le generazioni contemporanee? -Tu, come uomo, come hai reagito alla storia di Trequarti?

Ogni decisione va presa in base al contesto, alla situazione, all’età. L’amore certo è importante, poi è una delle poche cose che resta. Rispetto all’ambizione, ad esempio, e le radici sicuramente sono importanti. Non per tutti: c’è chi le vuole recidere e chi invece non se ne libera ma, sicuramente indipendentemente dall’atteggiamento, le radici condizioneranno per sempre la nostra esistenza. La casa dove nasci segna per sempre la tua vita, e questo lo penso davvero, perché dove sei nato in qualche modo ti condizionerà, ma non intendo la città, bensì l’ambiente sociale. Raffaele Trequarti ha fatto questa grande rinuncia, eh sì ha perso forse la gloria, ma ha trovato l’amore. L’importante è essere felici, perché tanto della gloria che cosa ce ne facciamo, se alla fine non viviamo felici? Quindi ha cercato di essere più felice, è quello che dovremmo provare a fare tutti.

-Valgono più i sogni o l’amore?

Sono parole che si equivalgono, perché l’amore è anche un sogno. È molto soggettivo, ci sono artisti per cui il sogno vale di più dell’amore e anzi la forma di amore più grande, e meno male che è così perché così. Noi possiamo godere dell’arte, penso che l’importante è che tutti stiano bene.

-Lino Guanciale, marsicano anche lui, che anima ha dato al personaggio, alle tue parole? Com’è stato lavorare con lui?

Lino Guanciale è stato il nostro colpo di fortuna perché quando io e Marco Ponti abbiamo iniziato a cercare qualche attore abruzzese,  non lo abbiamo trovato solo abruzzese, ma anche di Avezzano. Quando abbiamo contattato Lino Guanciale, lui ha detto subito sì , ci siamo incontrati e per un avezzanese come lui interpretare un uomo di Avezzano è stato perfetto,  aveva nelle orecchie, nel cuore, nei ricordi le voci del paese, le pronunce, quindi lui ha fatto subito sua la storia di Raffaele, si è divertito. Io ero un po’ intimidito, perché non faccio l’attore, per cui a leggere con lui insomma non è che fossi proprio completamente a mio agio. Ma il mio imbarazzo è durato poco, abbiamo riso molto, è stato molto bello e ancora adesso lui è molto entusiasta di questa storia. È una cosa che al di là di tutto mi gratifica umanamente e personalmente.

-E la regia di Marco Ponti? Che struttura ha dato al tuo testo?

 Marco Ponti è il mio amico geniale, per cui ha quasi sempre ragione. Noi siamo complementari, lavoriamo insieme. Abbiamo creato una squadra perfetta. Lui ascolta podcast, per il montaggio ha un occhio da regista e un orecchio da regista per cui è stato molto bravo a dirigerci a chiedere di rileggere, ovviamente più a me che a Lino Guanciale, perché con Lino  non è che si permettesse di dirgli tanto, essendo avezzanese. Essendo io un non attore mi son beccato tutti i rimproveri. Quello che ascolterete io l’ho detto 10 volte, Lino una, al massimo due volte, ma solo per divertimento. Il risultato devo dire che è ottimo, splendido.

-Questo podcast è il primo passo per un progetto più ampio? Magari un film o una serie tv? Ti piacerebbe?

Il primo passo per un passo più ampio, non lo so. Io penso sempre che dobbiamo goderci il presente. Abbiamo realizzato un podcast perché la gente lo ascoltasse. Se poi il podcast prende delle nuove strade mi fa piacere, ma l’obiettivo era far ascoltare questa storia in un modo diverso dal solito. Se poi ne verrà un film o una serie o quello che sarà, ne parleremo, ma questo vale anche per i miei romanzi. Hanno tratto tre film dai miei romanzi, ma non era quello l’obiettivo. L’obiettivo era che la gente leggesse i miei libri, altrimenti avrei già scritto delle sceneggiature e qui vale lo stesso. Abbiamo scritto un podcast perché venga ascoltato, se poi cambierà la forma ne parleremo altrimenti, no, perché l’obiettivo era che la gente tornasse ad ascoltare delle storie.

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