È stata la mano di Dio

il cinema di Sorrentino si tuffa
nel mare dei ricordi e li restituisce al mondo

Testo Simone Carella

Se davvero esiste l’Adolescenza, luogo metafisico delle prime volte (i primi desideri, le prime morti e i primi amori), allora è all’adolescenza che l’arte tornerà sempre. E a quel vortice leggiadro e pulsante che s’anima di punto in bianco nelle nostre teste adulte per accendere i frammenti dei giorni perduti, i suoni delle lunghe tavolate di famiglia, gli odori della cucina, le sagome grottesche di parenti e amici-fantasma, ma anche i silenzi domestici carichi di risentimento, le piastrelle invecchiate male.

È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino, premio della Giuria al Festival di Venezia e candidato italiano agli Oscar, ora
disponibile su Netflix, è il racconto dell’adolescenza di Fabio Schisa, sedicenne introverso e alter-ego del regista, interpretato dal perfetto Filippo Scotti, e del suo dolore per non “aver visto” qualcosa che avrebbe – suo malgrado – voluto vedere. La visione negata, il bisogno di guardare, sono il centro della storia e della poetica del film. Quanto vuote sarebbero le nostre esistenze, se non riuscissimo a serbare almeno un po’ dei loro suoni, dei loro colori? Per questo l’istinto ci porta costantemente alla ricerca di fotografie, musiche, nastri, documenti scritti o digitali che attestino la veridicità dei nostri trascorsi. E se fosse stato tutto un sogno? Se nulla di ciò che abbiamo provato, sofferto, sperato e creduto di vivere si fosse mai davvero verificato? Saremmo persi a vagare nel gigantesco e ingovernabile labirinto del Caso e della materia. Così tutti noi abbiamo in tasca i nostri talismani segreti, feticci del tempo andato, che consentono di riposizionarci nel
presente alla luce del nostro trascorso, di fissare dei punti cardinali entro cui compiere i nostri destini. Ed è tale il bisogno, la necessità di ricordare (richiamare al cuore e alla vista), che l’animo umano pagherà sempre il prezzo del dolore per tornare alla memoria visiva e per trarre da essa la linfa per risospingersi verso il futuro. Specie se, prima o dopo, la vita affronta l’ostacolo più grande al ricordo, che è l’incontro con la Morte, il sipario scuro che cala sul palcoscenico dei nostri affetti.

Noi spettatori ricorriamo a filmini amatoriali, ad album di famiglia, a lettere e cartoline. Ma Paolo Sorrentino è un regista, e dunque a Paolo Sorrentino è servito girare un film, il suo nono lungometraggio, per placare questi umanissimi bisogni, per colmare il suo vuoto e guardare avanti. Con la sostanziale differenza che il cinema può non solo giocare con la realtà, con i luoghi e i ricordi, ma può ricrearli, trasfigurarli e ammetterli così al galà della Condivisione. Tanto più se un’adolescenza come quella di Fabio Schisa/ Sorrentino viene rasa al suolo, bum, da una tetra combinazione di Caso e Fatalità, risucchiando nel vortice scuro dell’assenza tutto il corredo di piccole epifanie della prima parte del film: la masticazione vorace della mozzarella della signora Gentile, il suo Vafangul a denti stretti,
il tenero e fischiettante richiamo d’amore dei genitori-uccellini, il vento che scompiglia i capelli di zia Patrizia persa nella sua bellezza, il tunf tunf tunf dei motoscafi di contrabbandieri di sigarette, a un passo da Capri. Per Paolo Sorrentino, insomma, l’amuleto non è l’album di famiglia, ma il Cinema inteso come mestiere, come mezzo per agitare la polvere magica della memoria e per esaltare i suoi feticci, da C’era una volta in America in vhs a Diego Maradona apparso come la Madonna per le strade di Napoli (e poi fattosi, a sua insaputa, Salvatore). Il solo modo a disposizione per ricrearli sotto il suo sguardo e renderli così di tutti, senza alcun pietismo o auto-commiserazione.

Può un’adolescenza così privata diventare universale, e consentire così al pubblico di goderne e identificarsi?
Sì, può farlo. Perché Sorrentino prende in mano la cinepresa e lascia a terra tutto il resto per andare a caccia di sé e dei suoi spettri: l’eco del proprio bisogno, la fame di visione per esorcizzare la morte, riecheggia così nitida da prenderci la mano, da costringerci a essere parte di quel ricordo in cui alla fine rivedremo fugaci apparizioni di noi stessi e delle nostre famiglie. Ma soprattutto perché le prime volte sono da sempre il filo in cui s’intessono le storie migliori, nel più classico e immortale schema del romanzo di formazione. E di prime volte, per Fabietto Schisa/Paolo Sorrentino, ne È stata la mano di Dio, ce ne sono a bizzeffe. Il primo devastante incontro con la morte, la prima notte di sesso, la prima alba di ribellione, la prima delusione, la prima vocazione artistica, perfino il primo scudetto da tifoso festeggiato a testa bassa tra i vicoli di Napoli, nello strazio del lutto, mentre tutt’intorno scoppiano petardi e rombano i motorini. Le prime volte sono la potenza di fuoco di ogni drammaturgia che si rispetti, e non c’è niente di meglio che raccontarle. Per farlo, Sorrentino ha però dovuto spogliarsi dei suoi tratti da cineasta più distintivi e marcati, lasciare insomma dietro la telecamera i barocchismi e le magnificenze, gli orpelli e i vuoti siderali delle sue figure risucchiate dalla noia. Non dev’essere stata una gran fatica: bastava andare a rimorchio del proprio dolore, rispettare l’appuntamento con i propri ricordi, con le microscopiche unicità insite in ogni maschera umana. Così questa volta possono anche bastare dei grandi attori, delle grandi Maschere. Può bastare Toni Servillo, padre che ride e commuove nelle sue pose da capo-comico, irresistibile istrione e tenero nostalgico in Piazzetta Matilde Serao, dove per un attimo rivive il primo incontro con la moglie. Può bastare Teresa Saponangelo, incantevole giocoliera, madre devota eppure orchestratrice di piccole deviazioni, di scherzi ingegnosi, di trasgressioni alla patina borghese in cui sembra immersa. Possono bastare anche i comprimari, indimenticabili Renato Carpentieri (lo zio Alfredo) e la baronessa Focale (Betty Pedrazzi), il contrabbandiere Armando (Biagio Manna).
Può bastare, insomma, il cinema.

Se tenessimo da conto solo la seconda fase della sua opera (La Grande Bellezza, Youth, Loro, The Young Pope) l’unico momento davvero sorrentiniano de È stata la mano di Dio sarebbe quello iniziale, in cui Fabio Schisa/Paolo Sorrentino non è presente e non può – appunto – vedere che succede. L’incontro di zia Patrizia con ‘o Munaciello e San Gennaro, nella baluginante e decadentissima cornice della villa del Cardinale, richiama le atmosfere oniriche dell’ultimo Sorrentino (la luce gialla del lampadario storto sembra la stessa del sogno iniziale di Youth).
Poi però cessano i corredi, finiscono i giochi di luce e c’è solo tanta recitazione, tanta pulizia di inquadratura: le strade,
le piazze, le stanze delle case, la maestria degli interpreti sono al servizio di una trama che fila liscia, asciutta, verso la presa di coscienza, il disunirsi, l’addio ormai necessario alla propria terra.

In molti hanno parlato di È stata la mano di Dio come della personale Amarcord di Sorrentino, vista anche la fugace apparizione di Fellini. Più facile rintracciare, almeno nella prima metà, nei gesti languidi e molli dei commensali alcune atmosfere liquide e oniriche proprie di Ferito a morte di La Capria, uno dei grandi miti letterari di Paolo Sorrentino.
E in fondo, come un’autentica dichiarazione d’intenti, la primissima inquadratura era già sufficiente a sgomberare il campo da ogni possibile dubbio sull’innovazione di questa pellicola rispetto alle ultime. La camera che corre lungo il mare, si alza in volo, circumnaviga la collina di Napoli, segue una macchina nera, poi si ferma e volteggia, un attimo prima che scoppino i fuochi d’artificio. Cos’è quel breve ritaglio di silenzio?
Il tempo necessario a prendere fiato per calarsi nelle acque limacciose del tempo, pescare i ricordi dall’abisso e restituirli al mondo.
Renderli visibili, finalmente visibili.

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