Perché “Stringimi forte” è già il film dell’anno

Testo Simone Carella

Nel romanzo Bambini nel tempo di Ian McEwan (Einaudi, 1987) il protagonista Stephen Lewis – che ha tragicamente smarrito la figlia di tre anni in un supermercato – s’affaccia dalla vetrata di un pub in una zona indefinita della campagna inglese e crede di riconoscere i suoi genitori da giovani mentre discutono al tavolo e bevono una birra.

La visione che aveva dinnanzi gli pulsava dentro al ritmo del battito cardiaco. Se quei due avessero sollevato lo sguardo verso sinistra, in direzione della finestra accanto alla porta, avrebbero visto, al di là del vetro picchiettato di pioggia, un fantasma paralizzato nell’atto ineffabile di riconoscere qualcuno o qualcosa. Era un viso carico di tensione e di attesa, come se uno spirito, sospeso tra l’esistere e il nulla, aspettasse una decisione, un cenno di invito o un congedo

Ian McEwan, “Bambini nel tempo”, Einaudi

Lo stesso senso di trasfigurazione del reale provocato dal dolore di Stephen nel romanzo, un impasto volatile che fonde passato e futuro in un’unica materia alimentata dalle spirali dell’inconscio, ci scorre davanti nello sguardo di Vicky Krieps (Il filo nascostoSull’isola di Bergman), straordinaria protagonista di Stringimi forte, ottavo lungometraggio diretto da Mathieu Amalric (TournéeLa chambre bleue e Barbara). Presentato nel luglio 2021 nella nuova sezione ufficiale Cannes Première, giunto in Italia a febbraio grazie alla distribuzione di Movies InspiredStringimi forte è tratto dal testo teatrale di Claudine GaleaJe reviens de loin (2003).  

La locandina di Stringimi forte

Il film si apre con una fuga: all’alba Clarisse, madre di due figli, prepara silenziosamente una borsa, compila una lista di cose da fare, dà un’ultima occhiata ai piccoli e sfiora la mano distesa tra le lenzuola del marito Marc (Arieh Worthalter), addormentato. Sale frettolosamente in macchina, una AMC Pacer rossa del 1979, e si mette in viaggio. La prima sosta è ad un distributore di benzina, con l’abbraccio carico d’affetto alla donna che gestisce l’emporio sulla statale e che la osserva allontanarsi.

Ma perché Clarisse è partita? Dice di voler andare a vedere il mare. Avrà bisogno di evasione, si sentirà soffocata dalla quotidianità domestica? Abbozziamo ipotesi, intanto la seguiamo e crediamo fortemente che quel che vedremo sarà un road movie. Nel frattempo Amalric ci mostra la casa da cui è appena andata via, segue da vicino il disorientamento del marito Marc e dei figli al risveglio, poi costretti ad abituarsi all’assenza nei giorni a venire. 

Ed ecco le prime a-sincronie, le tenui dissonanze spazio-temporali annunciate da indizi seminati qua e là: mentre Clarisse sta guidando, nell’abitacolo risuona la registrazione in cassetta delle esercitazioni di sua figlia al pianoforte, con cui la donna interagisce (“Vuoi suonare le scale per tutta la vita?”); le sue lacrime incombono in sottofondo su una scena d’intimità familiare che dovrebbe essersi svolta a centinaia di chilometri di distanza e soprattutto senza di lei; la piccola Lucie sale le scale per raggiungere il pianoforte e già si sentono le note. Tan tan. Siamo al minuto 27 del film, e tutto si fa incorporeo: lo spettatore perde le coordinate temporali e deve arrendersi a “sentire” ogni singola inquadratura, ogni dettaglio, ogni colore, ogni flashback e flashforward. Sentire, goderne, lasciar andare le pretese di ricostruzione cronologica. Quando i passi di Clarice affondano per la prima volta nella neve e la baita resta sullo sfondo, inizia un altro film di cui Amalric è solo il medium. A governare è la mente di Clarisse, inseguita nel suo peregrinare da un montaggio sopraffino. 

Vicky Krieps in una sequenza di Stringimi forte

Chopin, Ravel, Rameau, Debussy, Rachmaninov, Beethoven e Mozart suonati dalla piccola Lucie (Anne-Sophie Bowen-Chatet e poi Juliette Benveniste) sono il tramite, l’amuleto che tiene insieme tutto: passato e futuro, reale e immaginario. Clarisse sembra dialogare con il marito e i figli lontani, quasi pilotarne le emozioni, e nel frattempo si muove evanescente tra nuove professioni, soste a bar o caffè. Sorride distante a sconosciuti sbigottiti, beve super-alcolici, guida la sua AMC Pacer attraverso i Pirenei fino alla baita e poi torna a casa a primavera, si chiude la porta alle spalle e ricomincia il gioco, come un’eroina tragica condannata a tessere e disfare la stessa tela per non guardare in faccia al vuoto. Anche i figli Lucie e Paul (Sacha Ardilly) sembrano crescere, cambiare, litigare, affinare la loro personalità. E Marc lottare con l’abbandono, invecchiare da solo. Ma noi, tutti noi, sentiamo sulla pelle le loro incorporeità e le introiettiamo, rapiti dalla cartografia di un viaggio della mente così ben costruito, eppure illusorio perché drogato dal dolore. 

Più che di una pellicola dovremmo parlare di una coreografia, una partitura scritta dalla mente per un corpo fiaccato dalla perdita, e che però deve danzare a cavalcioni del tempo per sopravvivere, sopra e sotto il filo del reale, in continua tensione con l’abisso dell’oggettività. Una danza distruttiva e insieme salvifica, che non dà spazio alla comprensione ma offre visioni, suoni, sensazioni così intimi da farsi grido universale. 

1 Commento

  1. Attendo queste recensioni come si attende il dolce la domenica, perche’ stimolano la crescita del duplice desiderio di lettura e visivo.
    Grazie

Lascia un commento

Your email address will not be published.

13 − cinque =