“Non è un addio ma un congedo”: in ricordo di Aldo Braibanti

di Emiliano Metalli

Era il 17 settembre del 1922 quando veniva al mondo Aldo Braibanti, in un piccolo paese della provincia di Piacenza. L’anno è lo stesso di un altro intellettuale italiano, dalla sorte simile, per certi versi, se non peggiore: Pier Paolo Pasolini. Sebbene la formazione e l’atteggiamento siano assai diversi, entrambi sono stati vittime di processi infamanti – per l’epoca – e volti a colpire più lo stile di vita (come si diceva allora) e non tanto e non solo le opere e le idee. Ma se Pasolini è riuscito, come una fenice, a risorgere sempre dalle ceneri delle sentenze più ingiuste, il “caso Braibanti” ha segnato invece uno dei momenti più dolenti della società italiana. E della politica tout court, dal momento che anche il privato è politico.

Il processo ad Aldo Braibanti

Aldo Braibanti fu l’unico italiano processato per plagio. Lo ricorda bene lo spettacolo di Massimiliano Palmese per la regia di Giuseppe Marini che dal 2011 seguita a testimoniare lo spirito di resistenza morale e umana di quest’uomo attraverso un testo polimorfo – pubblicato da Caracò editore (Bologna, 2017) – ricostruendo i fatti con precisione, ma senza cronachismi. Un assemblage di situazioni e pensieri divenuto poi nel 2020, assieme alla collaborazione di Carmen Giardina, un documentario vincitore del Nastro d’argento.

Fabio Bussotti e Mauro Conte – Il caso Braibanti

Lo ricorda di nuovo, ancora nelle sale cinematografiche, il film di Gianni Amelio “L’uomo delle formiche” che, mescolando eventi reali e personaggi di invenzione, porta l’accento sulla figura dimenticata e appartata di questo pensatore dalle molte facce attraverso l’interpretazione di Luigi Lo Cascio, affiancato da un cast strepitoso fra cui Elio Germano e Anna Caterina Antonacci. Amelio celebra così questo centenario silenzioso, lo fa in un momento in cui le scelte politiche – in vista delle prossime elezioni – sono particolarmente delicate. Ricordare, dunque, ricordare sempre. Anche i momenti più terribili della nostra storia, quando sacrificarne uno serviva a spaventare tutti gli altri. Ossia quelli che credevano in una strada di libera cultura e che dovranno aspettare ancora un decennio.

Luigi Lo Cascio in una scena del film Il signore delle formiche

La verità è che allora non esisteva altro modo per condannare la libertà di Aldo Braibanti, le sue scelte artistiche, politiche, filosofiche, umane e, soprattutto, la sua omosessualità. Se il giovane con cui aveva condiviso una relazione fin troppo breve venne trascinato in una clinica psichiatrica e scomparve nel nulla, o almeno dalle cronache giornalistiche e certamente dalla vita, intesa appunto come scelta libertaria e individuale, ad Aldo toccò il carcere e poi un lungo, interminabile peregrinare per ritrovarsi, senza mai riuscire a farlo davvero. A nulla servirono gli appelli di scrittori, artisti e intellettuali. Tradito dagli ideali politici, vittima di un sistema partitico kafkiano, segnato da una condanna ingiusta, terminò i suoi giorni solo grazie al sostegno della Legge Bacchelli. Senza gloria, senza clamori, senza riconoscimenti. Eppure, per fortuna, noi oggi lo ricordiamo ancora.

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