Il prodigio: Florence Pugh in lotta contro l’ortodossia

27 Novembre 2022

Conosciamo bene i rischi di etichettare autori e pellicole, diversificando un cinema maschile rispetto a un cinema femminile. Si tratta di un giochino scorretto, che potrebbe risultare fastidioso. Ma è innegabile che da una parte registi come Martin Scorsese e Michael Mann abbiano raggiunto la loro autorevolezza soprattutto per merito della caratterizzazione di figure maschili, in grado di far emergere gli aspetti più fragili, romantici e irrequieti della complessità di questo genere; dall’altra, chi scrive è convinto che nessun altro autore come Pedro Almodóvar sia stato capace di esplorare le infinite sfumature dell’universo femminile, ritraendo e raccontando personaggi spesso costretti a combattere per ottenere un proprio diritto, oppure un proprio spazio di dolore e di passione. Trovare un erede è un altro esercizio complicato, ma lo sguardo del cileno Sebastián Lelio è quello che forse più si avvicina alla sensibilità del regista spagnolo, almeno tra i cineasti che si stanno affermando nel panorama internazionale dell’ultimo decennio. Sia chiaro, i contesti, gli ambienti e i colori del cinema almodovariano sono molto distanti dai drammi di Lelio; eppure, le protagoniste di film come Gloria, Una donna fantastica, Disobedience e del recente Il prodigio, disponibile su Netflix, sembrano far parte di quella stessa famiglia: combattive nei confronti di un contesto dominante e opprimente, in lotta contro il conformismo, il bigottismo e l’ortodossia.

Come nel precedente melodramma erotico Disobedience, i principali bersagli de Il prodigio – thriller drammatico ambientato in un remoto villaggio dell’Irlanda nella seconda metà dell’Ottocento a un decennio dalla Grande carestia – sono i dogmi religiosi e una collettività di persone che soccombe a regole autoimposte, frutto di una superstizione scambiata per fede e sacrificio. La protagonista Lib Wright, interpretata dalla straordinaria Florence Pugh (Lady Macbeth, Midsommar, Don’t Worry Darling), è un’infermiera inglese chiamata per assistere un’undicenne che sostiene di non mangiare da quattro mesi e che, secondo la comunità locale, sarebbe benedetta dall’intervento divino, e perciò in grado di mantenersi in vita soltanto grazie al nutrimento delle preghiere. Convinta dell’inganno che si cela dietro a questo apparente fatto mistico, e sempre più preoccupata per le condizioni di salute della giovane, la donna promuove con l’aiuto di un inviato del Daily Telegraph (Tom Burke) una battaglia strategica per salvare la ragazzina da un destino forse già scritto.

Introdotto da un incipit brechtiano metanarrativo, in cui una voce fuori campo chiede allo spettatore di affidarsi ciecamente alla finzione e al racconto, Il prodigio vuole dichiaratamente ragionare sul potere delle storie e sui raggiri della parola, e sulla fragile condizione umana che si aggrappa a qualcosa in cui dover credere per poter sopravvivere, affrontando così l’irrazionalità e la tragicità degli eventi. Come nei film precedenti, Lelio non si limita però a un discorso intellettuale ma affonda il colpo, denunciando con grande eleganza e sobrietà stilistica i danni sociali e relazionali provocati dalle istituzioni religiose, puntando la lente d’ingrandimento su quelle piccole realtà devastate dalla povertà e dall’impossibilità di accedere a cultura e istruzione, e in cui le menzogne rispondono alle domande poste dalla mancanza di senso. E con un finale positivo e sorprendente, ribalta le prospettive e il punto di vista: anche grazie all’inganno è possibile rinascere, offrendo a chiunque una seconda possibilità.

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