Una mamma contro G.W. Bush: l’orrore di Guantanamo in una battaglia giudiziaria

5 Dicembre 2022

La filmografia sugli orrori commessi dalla politica estera degli Stati Uniti come reazione giustizialista, demagogica e smisurata agli attentati dell’Undici Settembre è certamente nutrita. Il cinema americano ha saputo radiografare e autodenunciare con grande forza il proprio Paese, come da tradizione: alcuni dei film più potenti degli ultimi vent’anni, da Redacted di Brian De Palma a Il collezionista di carte di Paul Schrader, passando per Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow e anche per pellicole più delicate e intimiste come L’ospite inatteso di Tom McCarthy, hanno annichilito il governo di George W. Bush, mettendo in luce i crimini attuati nella guerra in Iraq, nelle politiche d’immigrazione, nella caccia cieca al terrorista talebano, nelle torture commesse a prigionieri e detenuti sospetti, in attesa di una condanna processuale. Anche per merito del cinema documentario, conosciamo le vergognose violazioni di diritti umanitari che sono state messe in atto nei confronti dei prigionieri di guerra ritenuti connessi al terrorismo di matrice islamica: pensiamo per esempio a Taxi to the Dark Side di Alex Gibney, vincitore dell’Oscar nel 2007, che descrive la storia di un tassista afghano rinchiuso e torturato nella prigione di Guantanamo. E il centro di prigionia interno alla base navale sull’isola di Cuba è anche il luogo intorno a cui s’instaura la sceneggiatura di Laila Stieler di Una mamma contro G.W. Bush, diretto dal regista tedesco Andreas Dresen, che all’ultimo Festival di Berlino ha vinto l’Orso d’argento proprio per il miglior script, oltre a quello per la miglior attrice protagonista, la “mamma” del titolo interpretata dalla mattatrice assoluta Meltem Kaptan.

Il primo motivo d’interesse è il punto di vista esterno nei confronti delle ingiustizie del sistema antiterroristico americano: uno sguardo europeo che riesce a denunciare l’inattività e la soccombenza della gran parte dei governi occidentali alle storture permesse agli Stati Uniti per dichiarare guerra a chiunque venisse sospettato di appoggiare Al Qaeda. Un’inerzia politica che ha permesso che ragazzi come il diciannovenne turco tedesco Murat Karnaz, partito per il Pakistan per studiare il Corano, potessero essere arrestati e deportati a Guantanamo dagli americani soltanto perché corrispondenti all’identikit del potenziale terrorista islamico. Il secondo motivo di originalità di Una mamma contro G.W. Bush è l’approccio popolare alla vicenda, tipico della commedia giudiziaria alla Erin Brockovich, accompagnato da un tocco etnico e folkloristico alla Soul Kitchen, indubbiamente comico: Meltem Kaptan interpreta infatti Rabiye Karnaz, la madre del giovane detenuto, una vulcanica, irrefrenabile e simpatica donna turca che vive ormai da molto tempo a Brema, disposta a tutto pur di riportare il proprio figlio a casa. Il cuore pulsante della storia risiede nel rapporto con l’avvocato Bernhard Docke, interpretato da Alexander Scheer, caratterizzato dalla più classica dinamica da buddy movie: una coppia che all’inizio stenta a ingranare, ma che nel prosieguo della vicenda – personale e processuale – si dimostra legata da un affetto sempre più sincero e da un calore umano commovente.

Il terzo e ultimo merito del film di Dresen appartiene al messaggio più volte ribadito dai precedenti esempi americani di cinema civile, ma che richiede sempre un salutare e necessario ripasso: senza le battaglie portate avanti da avvocati e giornalisti, ma anche da persone comuni alla ricerca della verità, non esisterebbe la possibilità di conoscere, giudicare e condannare gli orrori commessi da chi governa le più importanti cariche istituzionali. E se da una parte il cinema sarebbe stato senz’altro più povero di racconti, dall’altra anche chi guarda non avrebbe avuto gli stessi strumenti per valutare correttamente gli eventi della Storia.

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