“Donne al parlamento”, un’utopia al sapore d’esigenza

7 Dicembre 2022

“Onestà, onestà, onestà», un’invocazione, una speranza da sogno irraggiungibile che solo nelle filosofiche ispirazioni della culla della democrazia, è stato possibile pensarlo, desiderarlo, e letterariamente realizzarlo”.

In questo momento di transizione politica e messa in discussione, non da tutti –s’intende-, dei valori popolari, lascito del moralismo filofascista novecentesco, non è mai stato così facile comprendere le opere di chi, come Aristofane, della dissacrazione ne ha fatto arte personale; difficile è riuscire a bilanciare i poli della liberta e della fedeltà testuale, dal cui squilibrio anche grandi teatri, come quello di Siracusa, talvolta inciampano in allestimenti dalla forzata ed esagerata attualizzazione, con intenti scenici poco chiari.

A rendere possibile l’equilibrio tra passato e presente nel panorama teatrale italiano è sempre stato Claudio Boccacini, proponendo messinscene di classici, essenziali, precise nel conservare gli elementi di modernità e nell’esplorare inedite vie di sperimentalismo scenografico; e ancora una volta, con la seconda edizione dell’adattamento dell’aristofaneo “Donne al parlamento”, andato in scena al Teatro Marconi, il talento registico di Boccaccini si è confermato originale e anticonvenzionale, libero da qualunquismi e sociali banalità; un grido femminista di stampo comico-satirico, dal taglio politicamente contemporaneo, che, immerso in onde di risate, è stato capace di far emergere dalle acque del bigottismo e del patriarcato quelle maschiliste verità con cui le donne fanno i conti quotidianamente, senza tradire lo spirito profondo del commediografo greco.

I puntuali costumi con peblo e chitone ci rimandano storicamente all’ Atene del 486 a.c., ma fatti e battute in qualsiasi città contemporanea, si parla di reddito di cittadinanza, supermercati, shopping e Netflix, attuando fin da subito quell’ identificazione proiettiva di cui parlava Klein tra pubblico e personaggio, tale da rendere immediatamente incisivo il messaggio denunciatorio di Boccaccini.

Un gruppo di undici figure, sei donne e cinque uomini, si rivelano, a sipario aperto, disposti in due file di schieramenti di genere una dietro l’altra; di fatto, opposizione fisica caratterizzante l’intero spettacolo: donne da una parte e uomini dall’altra, senza mai mescolarsi, e, forse, è proprio questa separazione il difetto che rende inefficace la marxista ante litteram struttura politica del gruppo di donne, che, travestite da uomini, salgono al potere, abolendo la proprietà privata e rendendo legale l’amore libero.

Gli uomini, in guanti e grembiule, finiscono col soffrire la pesantezza dei lavori domestici e le donne, potenti e imbellettate, la stanchezza degli uomini; tutto è destinato a tornare com’era, ma con una consapevolezza diversa, una consapevolezza che riconosce essere possibile il rovesciamento di tutto ciò tradizionalmente radicato.

Lo spettacolo altro non è che un lungo dialogo corale con intermezzi musicali, in cui, ora le donne, ora gli uomini, sempre in gruppo, esplorano verbalmente, con sketch comici a tratti richiamanti una sorta di stand up comedy reintegrante la quarta parete, il concetto di ‘limite’, denunciando le ‘maschere fisse’ pubblicamente imposte: le donne vigorosamente pronte a liberarsene, gli uomini inconsapevoli di indossarle; un ritratto familiare, contemporaneo più che mai, descritto similmente nell’esibizione “Qui e Ora” di Geppi Cucciari per il ciclo teatrale “Sei pezzi facili”,  resa disponibile su RaiPlay proprio negli stessi giorni della messinscena ‘boccacciniana’, una sincronia che ci appare testimone dell’esigenza di stimolare consapevolezza su questi temi.

Il regista gioca con ogni spettro espressivo della ‘parola’: comica, riflessiva, cantata e sussurrata: prevale l’intento satirico (chiari i riferimenti citando “genitore uno” e “genitore due”) senza oscurare la genuinità di una battuta meramente intrattenitiva; battute che, come in ogni spettacolo scolastico, qual è “Donne al parlamento”, messo in scena dagli allievi del corso di recitazione della scuola teatrale “La stazione” di Boccaccini stesso, sembrano sposarsi perfettamente con la predisposizione recitativa di ogni attore esordiente, facendo emergere la propria personale espressività e permettendo di sperimentarsi con diversi linguaggi, in certi casi dialettali, dal romano al francese; così da riproporre lo sperimentalismo linguistico tipico di ogni commedia classica, da Aristofane a Plauto.

E solo chi, come Boccaccini, conosce profondamente l’autore di partenza, avendo già inscenato gli Uccelli (2015) di Aristofane, può attuare un rifacimento di tal genere, fedele ma attuale, greco ma italiano, tradizionale ma sperimentale, comico ma non superficiale, conservando quell’ideologia aristofanea del «tutto si cambia per non cambiare niente»; un’omeostasi nietzschiana che il regista colora con ritmo, modernità, ma soprattutto ‘tecnica’, aprendo, ancora una volta, una nuova finestra sulle diverse potenzialità dell’adattamento attualizzante, dimostrando quanto profondamente i classici ancora ci descrivono perfettamente, conoscendoci come ‘uomini’ più di quanto noi continuiamo a non voler riconoscerci.

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